Allarme ripresa: in Italia non c’è, pace sociale in pericolo

Ripresa in Italia lenta? Fatevela bastare, perché nei prossimi mesi potrebbe esserci di peggio.

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Ripresa in Italia lenta? Fatevela bastare, perché nei prossimi mesi potrebbe esserci di peggio.

Anche la Banca d’Italia ha tagliato le stime di crescita della nostra economia all’1,1% quest’anno e all’1,2% nel biennio 2017-’18. Nelle previsioni precedenti, Palazzo Koch intravedeva sia per quest’anno che per il prossimo un +1,5%. E le cose non vanno molto meglio sul fronte dell’inflazione, attesa mediamente a zero nel 2016 e in accelerazione allo 0,9% nel 2017 e all’1,5% nel 2018.

Le stime per l’anno in corso del governo sono lievemente superiori, essendo state abbassate dal +1,6% indicato in sede di legge di stabilità 2016 al più realistico, quanto ancora ottimistico, +1,2% con l’aggiornamento del Def.

Incertezze globali pesano su ripresa Italia lenta

Sulle proiezioni dell’istituto di statistica gravano le “incertezze” internazionali, come quelle che aleggiano sulle economie emergenti, il cui pil vale ormai il 40% di quello mondiale. Eppure, la crescita italiana risulta al momento sostenuta dai consumi interni, quando l’euro ha perso nell’ultimo biennio molto vigore contro le altre valute, con il cambio euro-dollaro a perdere il 19% dall’annuncio nel maggio 2014 del varo di nuovi stimoli monetari da parte della BCE.

Il guaio di queste stime è che segnalano un rallentamento di una ripresa nata da poco, al termine di tre anni di recessione (il periodo di contrazione più lungo dal Secondo Dopoguerra) e che ai suoi primi vagiti rischia una morte in culla. Per dirla con le parole del neo-presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, al quale va già riconosciuta lucidità di analisi, l’Italia è ripartita, ma non è in ripresa.

 

 

 

Pace sociale a rischio con disoccupazione Italia a due cifre per anni

Il pil italiano è ancora inferiore di oltre il 7% a quello del 2007, ultimo anno prima della crisi, un dato unico tra le grandi economie mondiali, che appaiono almeno essersi riportate un po’ tutte ai livelli di 9 anni fa.

Se la ripresa dovesse spegnersi, il rischio è che non si terrebbe in piedi la pace sociale, considerando che anche nelle stime della Banca d’Italia, al 2018 avremmo un tasso di disoccupazione del 10,8%, ovvero sostanzialmente uguale a quello odierno, solo lievemente inferiore.

In poche parole, la creazione di nuovi posti di lavoro al ritmo atteso del 2% all’anno (+2,5% nel settore privato) sarebbe appena in grado di compensare l’ingresso di nuovi lavoratori sul mercato, non a smaltire gli alti livelli di manodopera inespressa.

Mai condizioni così favorevoli a crescita

E dire che proprio adesso ci sarebbero le condizioni migliori per crescere: bassi tassi, bassi prezzi del greggio e cambio debole. Il mix offre rispettivamente alla nostra, come alle altre economie dell’Eurozona, la possibilità di investire e di rifinanziare i debiti pubblici e privati a costi mai così infimi, uno stimolo ai consumi per il tramite di costi energetici (e a cascata su tutti i beni) relativamente molto bassi e un volano per le esportazioni.

Eppure, qualcosa non sta funzionando. Lo dicono i numeri: l’Italia sta tornando a crescere lentamente e al di sotto della media dell’Eurozona, così come prima che scoppiasse la crisi finanziaria e poi economica nel 2008, con la differenza che rispetto ad allora abbiamo oltre 600 miliardi di debito pubblico in più (+30% in rapporto con il pil), un pil inferiore di oltre il 7% e una disoccupazione quasi doppia (era al 6,1% nel 2007, ai minimi dal 1993).

 

 

 

Cosa accadrà con venir meno condizioni ultra-favorevoli?

Cosa accadrà, quando i prezzi delle materie prime saliranno, trascinando in rialzo anche i tassi d’interesse e l’euro inizierà a rafforzarsi contro le altre valute, magari tornando ai livelli di 2-3 anni fa? Se le cose non vanno bene già oggi, quando in teoria ci sarebbero tutte le condizioni per una ripartenza degli investimenti e dei consumi, figuratevi come saranno messe tra qualche anno, al venir meno di esse.

Il Jobs Act, dopo avere esitato buoni frutti nel corso del 2015, già avrebbe esaurito i suoi effetti, come dimostrano i dati sulle assunzioni, specie stabili, nei primi mesi del nuovo anno. Nel frattempo, è bene ricordarci, abbiamo usufruito del massimo della flessibilità possibile sul fronte dei conti pubblici, concessaci gentilmente dalla Commissione europea, che ha avvertito a maggio come la pazienza potrebbe essere finita.

Pesano pure referendum Brexit e crisi banche

Bankitalia parlava di “incertezze”, le stesse intraviste nel discorso di ieri del governatore della Federal Reserve, Janet Yellen, e che a questo punto appare sempre più probabile che si materializzino. Quali sarebbero? La più importante è imminente: il referendum sulla Brexit nel Regno Unito del 23 giugno.

Per non parlare di uno scenario non meno cupo, quanto ormai esplicitamente ammesso dagli stessi attori del settore: la crisi del sistema bancario italiano, stretto tra elevate sofferenze, istituti deboli da salvare e grosse esposizioni verso il debito sovrano nazionale.

Senza volere scadere nel pessimismo di maniera, è bene avvertirvi che se la “ripresa” in corso non vi soddisfa, sarebbe meglio che ve la facciate bastare. Potrebbe essere l’apice di quanto avrete visto già nei prossimi mesi.

 

 

 

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