La ripresa dell’Italia e nel resto dell’Eurozona non arriverà dalla Germania, ecco perché

La crescita dell'economia italiana non dipenderà dal "buon cuore" della Germania. Ecco i dati che smentiscono le soluzioni propinate a Roma e Bruxelles per spingere la ripresa nell'Eurozona.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crescita dell'economia italiana non dipenderà dal

L’Eurozona starebbe assistendo a un rallentamento della propria attività economica, come segnalano gli ultimi dati del Pmi manifatturiero e composito, ai minimi da un anno e scesi dai picchi di fine 2017. Un segnale non ancora preoccupante, ma che spegne gli entusiasmi dei trimestri passati, quando l’unione monetaria dimostrava di avere agganciato appieno la congiuntura internazionale, riuscendo persino a segnare un bilancio annuale superiore a quello degli USA. Inevitabile che si accendano i fari sull’economia tedesca, che con un pil pari al 30% dell’intera area, risulta trainante. Sotto i riflettori dei partner commerciali e della stessa Bruxelles, quest’ultima pur titubante e balbettante sul piano politico, c’è quell’immenso surplus delle partite correnti tedesche, pari al 7,8% del pil, nonostante il calo dall’8,3% del 2016. Lo scorso anno, le esportazioni nette in Germania sono state pari a 245 miliardi di euro, prova che la locomotiva d’Europa continui a vendere a pieno ritmo all’infuori dei suoi confini.

I tedeschi risparmiano troppo. Questa è la tesi di Commissione europea, la BCE, Fondo Monetario Internazionale e le altre principali cancellerie d’Europa, tutti in pressing su Berlino, affinché si adoperi per sostenere la ripresa nell’area. Come? In teoria, il governo tedesco avrebbe due strade da percorrere per tagliare i suoi surplus commerciali: aumentare la spesa pubblica o tagliare le tasse. Grazie alla leva fiscale, i tedeschi di ritroverebbero in tasca più soldi con cui consumare, ovvero acquistare beni e servizi prodotti in Germania stessa o all’estero. Non a caso, gli organismi internazionali chiedono al governo di Angela Merkel di sfruttare gli spazi di manovra di cui gode per i conti pubblici. In teoria, infatti, avrebbe a disposizione qualcosa come 130 miliardi di euro da utilizzare tra le pieghe del suo bilancio pubblico.

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La Germania non traina più di tanto

Il 2017 si è chiuso con un avanzo fiscale di circa 30 miliardi (60 miliardi per i diversi criteri della contabilità teutonica), pari a poco meno dell’1% del pil. Considerando che il Patto di stabilità consente a uno stato membro dell’Eurozona di produrre deficit fino al 3% del pil, resterebbero a disposizione dei tedeschi fino a 4 punti percentuali. Basterebbero a trainare la ripresa nel resto dell’area? Per rispondere, bisogna partire dai dati. La Germania ha importato dal resto del mondo merci e servizi per 1.034 miliardi di euro l’anno scorso, di cui il 35% dagli altri partner dell’euro. Dunque, immaginando che Berlino alzi la domanda interna di un massimo di 130 miliardi e che tutto questo maggiore potere di acquisto di traduca in consumi (caso estremo e improbabile), tenendo conto di consumi privati delle famiglie per 1.600 miliardi nel 2017, ovvero di una propensione ad importare dall’estero quasi i due terzi dei beni e servizi richiesti, dovremmo attenderci maggiori importazioni per quasi 85 miliardi. Di questi, 29-30 miliardi andrebbero a finire nel resto dell’area, contribuendo alla sua crescita per qualcosa come meno dello 0,4%.

L’Italia sarebbe tra le principali beneficiarie delle maggiori esportazioni verso la Germania e sulla base dei numeri sopra indicati, dovremmo immaginare che il contributo sarebbe positivo per il nostro pil dello 0,25%. Numeri non insignificanti, ma si consideri che quello tedesco non potrebbe intendersi come un contributo stabile, bensì straordinario. E stiamo supponendo che davvero la Germania usi al massimo la sua leva fiscale, cosa che non sarebbe politicamente praticabile. In più, passare da un avanzo a un deficit sostenuto per Berlino significherebbe contribuire anche a fare lievitare i rendimenti sovrani in tutta l’area per effetto della maggiore domanda di liquidità sul mercato. Per l’Italia, ad esempio, ciò significherebbe anche mettere in conto una maggiore spesa per gli interessi sul debito.

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La Germania punta sull’euro più forte

La Germania reclama un’altra via per tagliare il suo immenso avanzo corrente: rafforzare il tasso di cambio. I tedeschi, Bundesbank in testa, lamentano che proprio le politiche ultra-accomodanti della BCE starebbero sostenendo l’export nazionale, indebolendo l’euro. Tagliando gli stimoli monetari e alzando i tassi, spiegano, si avrebbe una riduzione degli squilibri commerciali. Sarebbe questa forse l’apparente paradossale via per dare una mano ai partner europei? Facciamo qualche conto.

Supponiamo che l’euro si rafforzi mediamente del 10% contro le altre valute (cambio euro-dollaro in area 1,35). Ai valori attuali dell’import, i consumatori tedeschi beneficerebbero di un potere di acquisto per circa 65-70 miliardi di più all’anno, grazie ai minori prezzi dei beni e dei servizi acquistati all’infuori dell’Eurozona. Sempre supponendo che il 100% di tale maggiore potere d’acquisto sui traduca in consumi e che la propensione alle importazioni resti del 65%, otterremmo che le esportazioni dell’area verso la Germania aumenterebbero di circa 15 miliardi all’anno, ovvero dello 0,2% del pil. Per l’Italia, il contributo sarebbe stimabile nello 0,15% o anche meno. Attenzione, perché un rafforzamento dell’euro avrebbe verosimilmente un effetto netto negativo in economie come la nostra, le cui esportazioni sono più “price sensitive” al cambio di quelle tedesche. A fronte di un rinvigorimento del nostro made in Italy in Germania, quindi, rischiamo di perdere importanti quote di mercato nel resto del mondo. Si pensi che solo gli USA rappresentano per noi la metà dell’avanzo commerciale registrato negli ultimi anni. Per non parlare, infine, dell’impatto negativo sui consumi e sui conti pubblici che avrebbe il rialzo dei tassi. La stessa Germania, per quanto si concentri nelle esportazioni di prodotti ad alto valore aggiunto e meno sensibili alle variazioni del cambio, subirebbe anch’essa le conseguenze del caro euro, a detrimento del maggiore potere di acquisto determinato da importazioni più a buon mercato.

Cosa ci spiegano questi dati? Non è ricorrendo agli escamotage che la ripresa europea potrà decollare al punto da renderla resistente ai rischi di disgregazione al suo interno. Indebitare maggiormente la Germania non aiuterà il resto dell’area a sdebitarsi, né a crescere a ritmi visibilmente accelerati. E nemmeno la risposta della Germania appare convincente, anzi sarebbe smentita dai calcoli pur approssimativi. Tirando le somme, abbiamo bisogno di crescere con soluzioni interne, non appigliandoci al buon cuore degli altri governi.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Crisi Eurozona, Economia Europa, Economia Italia, Germania