Taglio tasse targato Trump, tra Harley-Davidson e minaccia di dazi

La riforma fiscale dell'amministrazione Trump è stata presentata ieri al Congresso dal presidente, anche se mancano i dettagli. Dubbi sulla frase-chiave del discorso: protezionismo o sostegno al piano Ryan?

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La riforma fiscale dell'amministrazione Trump è stata presentata ieri al Congresso dal presidente, anche se mancano i dettagli. Dubbi sulla frase-chiave del discorso: protezionismo o sostegno al piano Ryan?

Il presidente USA, Donald Trump, è intervenuto ieri sera per la prima volta al Congresso, quando in Italia dormivamo. L’occasione è stata molto utile per comprendere, attraverso il suo discorso, quali siano i suoi propositi concreti con riferimento alla tanto sbandierata riforma fiscale, che il segretario al Tesoro, Steve Mnuchin, ha promesso che sarà varata entro il mese di agosto. Di dettagli non ne sono stati forniti nemmeno stavolta, anche se l’effetto delle parole utilizzate dal presidente è stato quello di rafforzare il dollaro mediamente di un terzo di punto percentuale contro le altre valute, segno che il mercato avrebbe recepito un messaggio di sostegno all’economia americana.

Nel definire “storico” il piano di riforma fiscale che la Casa Bianca studia e si accinge a varare, Trump ha aggiunto una frase, che si presterebbe almeno a una doppia interpretazione: “Ad oggi, quando esportiamo prodotti fuori dall’America, molti altri paesi ci fanno pagare alti dazi e tasse, ma quando le aziende straniere esportano verso l’America, non facciamo pagare loro quasi niente”. (Leggi anche: Taglio tasse sulle imprese al via: e in Italia?)

Il caso Harley-Davidson e il mercato del lavoro

A sostegno di quanto detto, il presidente cita la nota società di motociclette Harley-Davidson e spiega: “Mi hanno detto – senza nemmeno lamentarsi per essere stati trattati male a lungo, ma ci sono abituati – che per per lo è molto difficile fare affari con altri paesi, visto che questi tassano i nostri beni a tassi così alti. Addirittura, mi hanno detto che sono arrivati a tassare le loro moto al 100% (del prezzo)”.

Nel prosieguo del discorso, Trump ha citato nuovamente quei 94 milioni di americani fuori dal mercato del lavoro, confermando come la sua intenzione sarebbe non solo e non tanto di abbattere il tasso ufficiale di disoccupazione, in realtà oggi molto basso (4,8%), quanto di creare nuovi posti di lavoro tra chi nemmeno cerca un’occupazione, in quanto scoraggiato, non risultando nelle statistiche un vero disoccupato, ma semplicemente un non occupato e inattivo.

(Leggi anche: Taglio tasse promesso da Trump piega oro e Treasuries)

Trump punta a una riforma dei dazi?

Qual è il senso del discorso di Trump, così come ve lo abbiamo in parte riportato? Secondo una prima lettura, se vogliamo più superficiale, la Casa Bianca studierebbe il modo di reagire alla disparità di trattamento tra i beni americani esportati e quelli importati dal resto del mondo, alzando i dazi su questi ultimi o rinegoziando gli accordi commerciali, in modo da ottenere dazi più bassi sulle proprie merci e i propri servizi.

Il concetto era stato espresso in questi termini con riferimento alla Cina nei mesi scorsi. Prima ancora del giuramento, il presidente aveva espresso l’intenzione di allineare i dazi sulle merci cinesi a quelli mediamente imposti dalla Cina sui prodotti americani, anche se non è stato mai chiaro se la tariffa unica del 5% dovesse essere aggiuntiva o sostitutiva dei dazi attualmente applicati. (Leggi anche: Trump propone dazi USA al 5% su tutte le importazioni)

Il piano fiscale repubblicano

Viste così le cose, sembra che l’obiettivo della riforma fiscale di Trump sarebbe di ottenere la rinegoziazione delle tariffe doganali applicate dalle altre principali economie sui beni americani, minacciando altrimenti un aumento dei propri dazi sulle loro merci. In effetti, questa è una tattica, che l’amministrazione Trump sembra volere utilizzare, ma non rappresenterebbe il cuore della riforma.

Seguendo un’altra linea interpretativa, infatti, potremmo dedurre che la Casa Bianca intenderebbe sostenere il piano fiscale dello speaker repubblicano alla Camera, Paul Ryan, il quale non a caso è parso ieri sorridente alle spalle di Trump. Esso prevede l’introduzione di una cosiddetta “border adjustment tax”, che consiste nel rendere indetraibili le spese di acquisto di beni importati, mentre lo sarebbero quelle di produzione di beni esportati.

In questo modo, sarebbero sostanzialmente agevolate le esportazioni e colpite le importazioni, ma senza rendere necessaria l’imposizione di dazi. (Leggi anche: Trump potrebbe fregare l’OPEC con la riforma fiscale)

Taglio delle tasse e delle detrazioni?

Trump non sarebbe un grande sostenitore di questa riforma, che giudica complicata. Nello stesso Partito Repubblicano si registrano prese di posizione contrarie tra quanti vi vedono il rischio di un aumento dei prezzi per i consumatori americani e una logica protezionistica e distorsiva di tassazione.

Per altri aspetti della riforma fiscale, sappiamo dalle parole di Mnuchin, che l’obiettivo consiste nell’alleggerire la pressione fiscale sulle imprese e sulle famiglie, tagliando le aliquote, in particolare, al ceto medio. Il segretario al Tesoro ha anche promesso, che la riduzione delle tasse sui contribuenti più ricchi sarà accompagnata da un pari sfoltimento delle detrazioni e deduzioni fiscali.

In teoria, le risorse per tagliare le tasse potrebbero arrivare dal variegato mondo delle “loopholes”, ovvero delle detrazioni e deduzioni abbastanza generose, quanto distorsive sia del sistema fiscale che dei consumi di famiglie e imprese. Se così fosse, Trump potrebbe avverare quel miracolo di cui si è in cerca da decenni, ovvero su come razionalizzare il sistema impositivo americano, che oltre ad essere ingiusto, appare anche irrazionale, caratterizzato da alte aliquote (fino al 39,6% sui redditi delle persone fisiche) e benevole agevolazioni per tutti. (Leggi anche: Riforma fiscale, Trump punta a combattere il debito privato)

 

 

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