La ricreazione sta per finire anche per Draghi: o cambia passo o sarà travolto dallo spread

Non siamo certamente ai livelli della crisi dei BTp del 2011, ma il rialzo dei rendimenti inizia a farsi preoccupante

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Draghi rischia la crisi dello spread

I rendimenti dei BTp a 10 anni hanno superato la soglia dell’1% e sono arrivati in settimana a un massimo dell’1,14%. La crisi dello spread non c’è ancora, ma fa impressione notare come il costo dei nostri bond decennali sia più che raddoppiato da inizio anno. E ad allargarsi è anche il differenziale con la Spagna.

Il rialzo dei rendimenti sovrani non è una prerogativa dell’Italia, ma risente dell’attesa ripartenza dell’economia globale dopo l’anno funesto della pandemia. Detto ciò, l’incipiente crisi dello spread segnala che esistano alcune specificità che riguardano proprio il nostro mercato obbligazionario. E se neppure con Mario Draghi premier e 200 miliardi di euro del Recovery Fund che ci vengono garantiti nei prossimi anni riusciamo ad attirare fiducia stabile sui mercati, significa che dovremmo drizzare bene le orecchie.

Al board di giugno, la BCE potrebbe decidere di rallentare gli acquisti di bond con il PEPP, pur mantenendo inalterato il programma. Per l’Italia sarebbe una pessima notizia, dato che proprio il PEPP ci ha fatto da scudo contro la pandemia. Preziosissimi i suoi 157 miliardi di euro di BTp rastrellati sul mercato in appena un anno. Di fatto, considerato anche il “quantitative easing”, le emissioni nette di titoli di stato tricolori sono state del tutto finanziate dalla BCE.

Assenza cronica di riforme

Il “tapering” del PEPP sarebbe deciso ovviamente per reagire alla reflazione in corso, ma anche per lanciare un segnale politico chiaro all’Italia. In cambio dei fondi europei, la Commissione sta chiedendo con insistenza e sempre minore pazienza al governo Draghi di approvare tre maxi-riforme: della Pubblica Amministrazione, della giustizia e del fisco. E sarebbe da ciechi non vedere che siano proprio le tre riforme che all’Italia mancano da decenni per tenere il passo con il resto d’Europa.

Abbiamo una burocrazia paralizzante, paralizzata e ottusa; una giustizia civile (e penale) che cade a pezzi e allontana investitori e capitali con le sue lungaggini ingiustificabili; un sistema impositivo che chiede troppo ai contribuenti, inefficiente, farraginoso e persino iniquo.

Tuttavia, la classe politica che sostiene Draghi è la stessa che in questi ultimi 30 anni ha fatto orecchie da mercante per tutelare il proprio orticello elettorale. Ciascun partito invoca riforme ai danni degli elettori altrui, mai dei propri. Risultato? Nessuno osa toccare nessuno, altrimenti incrostazioni clientelari e intrecci di interessi consolidati verrebbero meno. E con essi, anche i consensi per vere e proprie cordate politiche prive di programma e di qualsivoglia ideologia di fondo.

In un impeto di apparente sincerità, il leader della Lega, Matteo Salvini, ha dichiarato nei giorni scorsi che questo governo non sarà verosimilmente capace di approvare alcuna riforma. Bisognerebbe chiedere all’ex ministro dell’Interno per quale fantastico motivo abbia deciso di sostenerlo. Gli fa eco il segretario del PD, Enrico Letta, che invita Salvini a lasciare il governo se non ne condivide il programma. Ma l’ex premier finge di non capire che su almeno due delle tre riforme richieste dall’Europa – Pubblica Amministrazione e giustizia – sia proprio il suo PD a non volerne sentire.

Crisi dello spread dopo l’estate?

Se entro questa estate Draghi non sarà in grado di trovare un’intesa dignitosa che consenta al Parlamento di votare le riforme, a Bruxelles non mostreranno nei suoi riguardi maggiore rispetto di quello accordato ai predecessori. E poiché la crisi dello spread sembra essere da anni l’unico linguaggio che la politica romana riesce a comprendere, sarà ad essa che BCE e Commissione faranno appello per giocarsi le loro ultimissime carte. Come? Iniziando a ritirare gli stimoli monetari straordinari varati a seguito della pandemia e non sborsando un euro del Recovery Fund.

Il drastico rialzo ulteriore dei rendimenti metterebbe pressione ai partiti italiani per adempiere alle richieste ricevute. Del resto, senza i 200 miliardi da gestire, la stessa nascita dell’attuale governo non avrebbe avuto senso.

Lega e PD, in particolare, sostengono Draghi per il semplice motivo che vogliano mettere le mani sulla maxi-torta da spartire nei prossimi sei anni. Così da soddisfare gli appetiti dei rispettivi elettorati. Senza torta, niente bonus elettorale, cioè fine della pazienza delle basi, le quali certo non smaniano per questo esecutivo incolore. Ma ad allontanare la prospettiva di un accordo ci sono le tattiche reciproche per arrivare all’elezione del prossimo presidente della Repubblica a inizio 2022. E su quali basi sarà impostata la prossima manovra di bilancio, se il governo ha sfiorato la crisi su un’ora in meno di coprifuoco?

Sull’orlo del baratro

Ed ecco che a 10 anni esatti dall’infausta crisi dello spread che travolse l’allora governo Berlusconi, qualcosa di simile rischia di accadere all’attuale esecutivo. Non ci saranno magari quei numeri così drammatici, anche perché i livelli di rendimento ovunque sono precipitati nell’ultimo decennio. Ciò non toglie che anche “Super” Mario possa fare la stessa fine di colui a cui nell’agosto 2011 inviò una famosa lettera contenente una cinquantina di riforme da varare per potenziare la crescita economica e risanare i conti pubblici. Una pena del contrappasso, che verrà inflitta subito dopo l’estate, in mancanza di risposte alle sollecitazioni dei commissari. L’esito non sembra neppure prevedibile: Draghi salirebbe al Quirinale, ma per dimettersi. E l’Italia rimarrebbe senza alcuna prospettiva credibile, con mercati in subbuglio e un’Europa definitivamente sfiduciata sul suo futuro.

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