La ricchezza delle famiglie italiane in 20 anni è più che raddoppiata e resta solida

La ricchezza delle famiglie italiane in 20 anni è più che raddoppiata, nonostante l'economia non sia andata così bene in questo periodo. E stupisce la solidità degli investimenti.

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La ricchezza delle famiglie italiane in 20 anni è più che raddoppiata, nonostante l'economia non sia andata così bene in questo periodo. E stupisce la solidità degli investimenti.

Lo scorso mese di dicembre, la Banca d’Italia ha pubblicato l’ultimo Supplemento al Bollettino Statistico sulla “Ricchezza delle famiglie italiane” nell’anno 2014, un’occasione per fare il punto e per effettuare un confronto con la situazione di 20 anni prima, quella risalente al 1995. Partiamo da una constatazione: nonostante tutte le avversità economiche di questo ultimo ventennio, gli italiani sono complessivamente più ricchi.

Di quanto? Di oltre il doppio. Nel 1995, la ricchezza delle famiglie italiane era pari a 4.181,4 miliardi di euro, pari a quasi 4,4 volte il pil. Nel 2014, era arrivata a 8.730,2 miliardi, corrispondente a 5,4 volte il pil. Dunque, la ricchezza totale degli italiani è cresciuta più del pil, ovvero del 109% contro il 70%. Ma adesso chiediamoci come è cambiata la composizione della ricchezza in questi 20 anni.

Composizione della ricchezza degli italiani

Le cosiddette “attività reali”, ovvero terreni e fabbricati, valevano in tutto 2.666,2 miliardi a metà anni Novanta, mentre poco più di un anno fa risultavano cresciute a 5.848,8 miliardi, pur in calo dai quasi 6.250 miliardi del 2011. La crescita è stata, quindi, del 119%, maggiore della media. Nel contempo, le attività di natura finanziaria sono passate da 1.784,4 miliardi a 3.897,2 miliardi, ovvero sono aumentate del 118%. Quanto alle passività finanziarie, vale a dire i debiti, sono salite dai 265,2 miliardi del ’95 ai 906,3 del 2014. L’apice era stato toccato nel 2011 con 928,2 miliardi. Nonostante si tratti di un aumento di quasi il 242%, i debiti delle famiglie restano contenuti nel confronto internazionale, pari al 56% del pil, anche se il loro peso risulta raddoppiato, Ne consegue, che le attività finanziarie nette siano oggi un terzo dell’intera ricchezza netta delle famiglie, meno del 36% di un ventennio fa, a conferma che gli italiani abbiano continuato a puntare sugli assets fisici e non si siano fatti incantare dalle sirene della finanziarizzazione dell’economia. Lo dimostra anche la loro esposizione verso i mutui per l’acquisto di un immobile, il cui valore è esploso da 51 a 379,8 miliardi, rappresentando il 42% dell’indebitamento complessivo e assorbendo la metà della crescita dell’indebitamento totale. Se c’è un tipo di debito, che si è impennato, invece, come fosse una mania, è il credito al consumo, per intenderci le famose finanziarie per l’acquisto a rate di beni e servizi (auto, viaggi, etc.

). Venti anni fa era solamente di 8,4 miliardi, mentre nel dicembre del 2014 risultava di ben 111,9 miliardi (+1.232%!).      

Investimenti solidi e molti risparmi

Andando ad analizzare, poi, l’attivo della ricchezza finanziaria, ci accorgiamo che anche in questo caso prevale la tendenza “tradizionale” al risparmio, più che l’azzardo. I depositi bancari e il risparmio postale erano pari a più di 641 miliardi nel ’95, saliti a 1.071,6 miliardi nel 2014 (+67%). Rispetto al pil, l’incidenza risulta sostanzialmente stabile intorno ai 2 terzi. Le partecipazioni azionarie valevano a fine 2014 646 miliardi, erano di 253 miliardi nel ’95. Pochissimi gli investimenti in società straniere, per le quali si è passati da 25,8 a 44,8 miliardi. In pratica, gli italiani continuano ad acquistare per oltre il 90% solo titoli azionari di emittenti nazionali.

Più obbligazioni private e meno titoli di stato in portafoglio

Per il resto, sono molto meno “Bot-people” e più creditori di banche e imprese. Nel ’95, possedevano, infatti, quasi 330 miliardi di titoli di stato italiani, mentre alla fine di 2 anni fa ne possedevano ancora solo 171,7 miliardi (165 miliardi a fine 2015). Erano pochissimo esposti verso il mercato obbligazionario, possedendo meno di 39 miliardi di bond, mentre 20 anni dopo ne hanno per quasi 250 miliardi, di cui il 95% sono bancari. Sono numeri che impressionano e che quasi commuovono, se pensiamo che siano stati raggiunti nella fase economicamente peggiore dal Secondo Dopoguerra. Numeri, che sottolineano la straordinaria capacità di risparmio degli italiani, in grado di accumulare ricchezza anche nelle fasi turbolente della loro esistenza. Numeri, che dovrebbero fare riflettere con attenzione il legislatore, che negli ultimi anni sembra quasi dissacrare questa tendenza, disincentivando le famiglie a puntare sulle attività reali e sul risparmio. Numeri, sui quali all’estero si nutre un forte senso di invidia, perché in pochi si capacitano come sia possibile che un paese così mal gestito e indebitato abbia una ricchezza privata così abbondante, solida e diffusa.

     

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