La recessione in Italia c’è già, serve solo il taglio delle tasse. Ma Di Maio imita il ‘Renzusconi’

La recessione economica in Italia è iniziata e, anziché parlare di possibile boom, il governo dovrebbe fare una sola cosa: tagliare le tasse.

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La recessione economica in Italia è iniziata e, anziché parlare di possibile boom, il governo dovrebbe fare una sola cosa: tagliare le tasse.

E’ allarme recessione dopo il dato più che negativo sulla produzione industriale in Italia a novembre, crollata del 2,6% su base annua. E arriva dopo che il pil nel terzo trimestre del 2018 si è contratto dello 0,1%. Se, come appare quasi scontato, anche nel quarto trimestre si registrasse un calo congiunturale, la nostra economia sarebbe tecnicamente in recessione. Qualcosa di simile sta accadendo in Germania, dove la produzione è crollata del 4,6% a novembre e il pil tra luglio e settembre è arretrato dello 0,2% rispetto al periodo aprile-giugno.

In Francia, la crescita attesa per l’ultimo trimestre è dello 0,1-0,2%, in rallentamento dal +0,4% del terzo, in buona parte a causa delle proteste dei “gilet gialli”, che hanno intaccato le vendite nelle principali aree urbane sotto Natale, per via dei numerosi e frequenti blocchi stradali.

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Il rallentamento dell’economia europea è oggettivo e questo non solo non dovrebbe farci stare più sereni, anzi dovrebbe destare un allarme maggiore come Italia, perché se alle nostre difficoltà domestiche si aggiunge una congiuntura internazionale sfavorevole, l’effetto depressivo sull’economia si amplifica. In sostanza, dal 2014 ad oggi, il principale driver della nostra (bassa) crescita sono state le esportazioni, stimolate dal cambio debole dell’euro, effetto della politica monetaria ultra-espansiva della BCE, la quale ha perlopiù già dato. Per il resto, i consumi delle famiglie italiane sono rimasti stagnanti, gli investimenti delle imprese pure e la spesa pubblica non ha potuto supplire per via dei vincoli di bilancio europei, ma anche dell’alto debito che limita i nostri margini di manovra.

Negli ultimi anni, l’export ha portato al pil quasi un 3% netto di ricchezza, a fronte di una crescita economica mediamente dell’1%. Adesso, con l’Eurozona a stagnare e l’America verosimilmente a rallentare dopo il boom dei trimestri passati, il rischio serio per la nostra industria sarebbe di non ricevere ordinativi dall’estero sufficienti a compensare la bassa domanda interna. In una siffatta condizione, servirebbe agire per stimolare proprio quest’ultima, ossia consumi privati, investimenti e spesa pubblica.

Già, ma con quali risorse?

Serve tagliare le tasse

Pensare che abbiamo dato vita a trattative serrate con Bruxelles sugli zero virgola di deficit sembrava già ridicolo in autunno e adesso ancora di più. Di fatto, se entriamo in recessione, il deficit salirà matematicamente per il solo calo del pil, mandando al diavolo tutte le discussioni al limite dell’idiozia dei commissari. Il governo Conte si è impegnato a perseguire un deficit del 2%, ma in questo dato rientrano la previsione di una crescita per quest’anno superiore all’1%, un’inflazione programmata dell’1,2% e rendimenti sovrani attesi con uno spread BTp-Bund a 10 anni di 240 punti base. Tutte queste tre previsioni non dipendono né dal governo italiano, né da Bruxelles. L’andamento dei mercati determinerà, infatti, il tasso di crescita del pil, dei prezzi e il livello dei rendimenti. Avere litigato sui decimali è roba da manicomio, che solo in Europa può accadere e senza che si sia, peraltro, in grado di anticipare i trend macro di pochi mesi.

Reddito di cittadinanza e quota 100 sulle pensioni ci costeranno sopra i 10 miliardi di euro, lo 0,6% del pil. Saranno misure efficaci, nel senso di stimolo dell’economia? Trattandosi di maggiore reddito messo a disposizione di chi non ne avrebbe da una parte e di posti di lavoro liberati dall’altra, istintivamente saremmo portati a rispondere di sì. In realtà, l’implementazione di questi due provvedimenti ci dirà se le cose stiano davvero così. Se il sussidio andrà a finire ai furbetti che evadono il fisco, specie al sud, e che magari non vivono nemmeno situazioni di reale disagio, semplicemente non dichiarando i redditi percepiti e lavorando o fatturando in nero, verosimile che solo una frazione di esso innalzerà i consumi. In pratica, se lavoro in nero e non dichiaro niente al fisco e mi inviano a casa una carta prepagata da 500-600 o anche 780 euro al mese, con quei soldi farò la spesa e utilizzerò le entrate ordinarie per gli altri consumi e per mettere qualcosa da parte.

Risultato: un buco nell’acqua.

Quanto alla quota 100, non è che un’impresa automaticamente tenda a sostituire un lavoratore andato in pensione con un neo-assunto, se non ha granché da produrre e le aspettative per l’immediato futuro siano basse, magari anche solo perché il mercato di sbocco delle sue merci all’estero si è ingrippato. Per cui, l’una e l’altra misura rischiano di spostare solo decimali di consumo rispetto al pil, non di creare quella massa critica capace di riattivare l’economia e di allontanare l’arrivo della crisi.

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Ma se sulla congiuntura internazionale nulla possiamo e sulla domanda interna abbiamo le mani legate dai vincoli fiscali, dovremmo rassegnarci alla recessione? Non necessariamente. Avete presente quando si parla delle famose riforme strutturali? Il riferimento è alla creazione di un clima più favorevole alle imprese (“business friendly”), a chi investe e produce ricchezza. Come? Abbattendo la burocrazia, allentando la legislazione, come sul lavoro e in materia fiscale, nonché tagliando le tasse. Dunque, se utilizzassimo i 10 miliardi di euro stanziati per reddito di cittadinanza e quota 100 per potenziare la “flat tax”, il risultato sarebbe senz’altro più efficace, specie considerando che siamo un’economia gravata da una delle più alte pressioni fiscali al mondo. Il denaro finirebbe nelle mani di chi produce e lavora, per cui gli stimoli arriverebbero a giusta destinazione.

Sappiamo che Matteo Salvini ha dovuto fare un passo indietro sulla sua “flat tax”, che è stata avviata solo per le partite IVA e in forma di “dual tax” – un’aliquota del 15% fino a 60.000 euro di fatturato lordo annuo dichiarato e del 20% al di sopra di tale limite – e a partire dai redditi conseguiti quest’anno. Il costo dell’operazione non arriva allo 0,1% del pil, per cui non aspettiamoci un bel nulla su questo versante. La “resa” del ministro dell’Interno è dovuta ai numeri: la Lega, che da mesi viaggia nei sondaggi al primo posto con consensi superiore al 30%, in Parlamento ha ancora la metà dei deputati e dei senatori pentastellati, per cui gli alleati dell’M5S vantano formalmente un potere negoziale sul programma di governo.

Questo svanirebbe nel caso in cui le elezioni europee a maggio confermassero i sondaggi e assegnassero al Carroccio una percentuale superiore di voti, sempre che il governo non cada per l’esplosione delle tensioni tra i due partiti della maggioranza giallo-verde. Tuttavia, per allora “les jeux sont faits” e semmai si potrà agire solo sulla manovra di bilancio per il prossimo anno.

Qualche giorno fa, il vice-premier Luigi Di Maio ha fantasticato sulla possibilità che l’Italia viva un secondo boom economico, come quello degli anni Cinquanta-Sessanta. Inutile dire che una simile affermazione, che arriva nel bel mezzo di una quasi certa recessione in corso, suoni come grottesca, anche perché la legge di Stabilità non ha minimamente offerto misure a sostegno dell’economia italiana, la quale resta in balia della congiuntura europea. Quando l’Eurozona cresce del 2%, noi a malapena avanziamo dell’1%; quando l’Eurozona cresce dell’1%, noi restiamo fermi o andiamo un po’ indietro. E’ così da decenni e continua ad esserlo. Ricordi il ministro dello Sviluppo, che due illustri leader italiani bruciarono le rispettive brillanti carriere politiche, l’uno notando ristoranti pieni nell’Italia della depressione, l’altro immaginando un sorpasso ai danni della Germania. Si chiamavano Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, vittime della disconnessione tra il loro “story telling” e la realtà. Puoi dire fino all’infinito che sia una bella giornata di sole, ma se il cielo è pieno di nuvole e piove di brutto, man mano che gli altri metteranno il naso fuori dalla finestra si accorgeranno che ad essere in errore non sia il tempo, quanto chi lo descrive.

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