La prima grana di Biden in politica estera sarà l’Iran. Il regime dell’ayatollah annega nella miseria

Teheran ha annunciato un piano di arricchimento dell'uranio al 20%, sfidando apertamente la Casa Bianca a pochi giorni dall'insediamento della nuova amministrazione.

di , pubblicato il
L'Iran sfida Biden sull'uranio arricchito

A pochi giorni dall’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca, l’Iran torna a farsi sentire. Lo ha fatto essenzialmente con due novità. La prima è che ha costruito una nuova base missilistica e la seconda riguarda l’annuncio di un programma di arricchimento dell’uranio al 20%, ben al di sopra del limite del 3,67% fissato con l’accordo sul nucleare entrato in vigore nel 2016 e stracciato dall’amministrazione Trump due anni più tardi. Quell’accordo consentiva all’Iran di tornare ad esportare petrolio, grazie all’allentamento delle sanzioni USA, in cambio della rinuncia ai piani nucleari immediati. Prima di lasciare la presidenza, Donald Trump ha posto l’embargo sulle organizzazioni controllate dall’ayatollah Khameini, un modo per rimarcare quale sarebbe l’eredità del suo governo sul dossier Iran.

Fine accordo nucleare con l’Iran, ecco qual è il vero obiettivo di Trump

E’ evidente che le novità di Teheran puntino a mettere pressione al presidente eletto, affinché vagli il dossier sul negoziato al più presto. Il rischio per la Repubblica Islamica consiste in una iniziale concentrazione delle attenzioni di Biden quasi esclusivamente sui temi relativi all’economia domestica, rinviando i capitoli di politica estera al prossimo futuro. E l’ayatollah Khameini non può aspettare più a lungo. Lo stato dell’economia iraniana è miserevole. L’inflazione galoppa attorno al 45% e per ammissione implicita dello stesso presidente Hassan Rouhani, 60 milioni di persone vivrebbero in povertà, cioè i tre quarti del totale.

Quest’ultimo dato emerge da un discorso tenuto dallo stesso Rouhani, che ha voluto difendersi dalle accuse di non sostenere abbastanza le fasce più povere della popolazione, ricordando come i sussidi siano stati erogati per l’appunto a 60 milioni di iraniani.

Trattasi di appena 45 mila toman (450 mila rial) al mese, che al cambio attuale sul mercato nero farebbero circa 1,87 dollari, neppure sufficienti per comprare un tozzo di pane per tutta la famiglia. Gli stessi media di stato, pur in uno stato di censura, accusano il governo di cattiva gestione della crisi.

Nelle ultime settimane, alla fame si è aggiunto il problema dello smog. Diverse città iraniane sono coperte da una coltre di fumo. La spiegazione più convincente sarebbe che, a corto di gas naturale, gli impianti di generazione dell’energia elettrica sono stati alimentati con petrolio combustibile, maggiormente inquinante. Il ministro dell’Energia, Benjamin Zanganeh, ha negato una simile iniziativa e si è limitato a scusarsi per i frequenti blackout, tra cui anche della TV di stato, mentre ha dichiarato che le forniture energetiche all’industria e agli “estrattori” di Bitcoin sono state limitate alle “strette esigenze domestiche”.

Miseria dilagante e scontro con l’America

Già, i Bitcoin. Con una valuta in caduta libera di anno in anno, per preservare il potere di acquisto molte famiglie stanno puntando sulla moneta digitale. Del resto, i dollari scarseggiano, come evidenzia la distanza siderale tra cambio ufficiale e mercato nero. Secondo il primo, un dollaro dovrebbe essere scambiato contro poco più di 42 mila rial, mentre i cambiavalute nei fatti richiedono ormai la media di 240 mila rial. Chi ha competenze cerca di sfruttare la “bolla” dei Bitcoin per mettere le mani sui dollari, ma il “mining” richiede l’utilizzo di computer ad alto consumo di energia. Metteteci anche un inverno abbastanza rigido e i “lockdown” che stanno costringendo le famiglie a restare a casa e capirete perché i consumi aumentano, a fronte di un’offerta limitata dalle criticità di un’economia davvero mal messa già prima dell’embargo e, a maggior ragione, dopo il suo ripristino.

Il regime dell’ayatollah ufficialmente giustifica la diffusa povertà, additando la “guerra economica” ingaggiata dall’odiata America quale causa unica. Una elevata percentuale della popolazione non crede da tempo a questa spiegazione e, semmai, ritiene che alla base dello scontro con Washington ci siano proprio i comportamenti delle istituzioni iraniane, che continuano a sperperare denaro pubblico in progetti militari anche all’estero (vedi Libano, Yemen e Siria, “proxy war” con l’Arabia Saudita), quando in casa non esistono neppure gli strumenti sufficienti per garantire una sanità minimamente adeguata a fronteggiare la pandemia.

Questa sarà la prima grana di Biden, una volta entrato alla Casa Bianca: tornare a trattare subito con l’Iran o accrescere la pressione sulla sua economia per piegare il regime a un accordo futuro dai termini più vantaggiosi per l’America e la sicurezza mondiale?

L’economia in Iran è al collasso e solo la “pace” con Trump eviterà una crisi totale

[email protected] 

Argomenti: , , ,