La preoccupazione di Berlusconi e come l’Europa colpirebbe a morte i nostri BTp

Silvio Berlusconi esprime partecipazione dal vertice PPE a Sofia sulla situazione politica italiana e sostiene che l'Europa voglia aiutarci. Eppure, a Bruxelles si discutono due ipotesi potenzialmente disastrose per il nostro debito pubblico.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Silvio Berlusconi esprime partecipazione dal vertice PPE a Sofia sulla situazione politica italiana e sostiene che l'Europa voglia aiutarci. Eppure, a Bruxelles si discutono due ipotesi potenzialmente disastrose per il nostro debito pubblico.

Al vertice europeo del PPE a Sofia, Bulgaria, ieri ha partecipato pure l’ex premier Silvio Berlusconi. Ed è stata la sua prima volta da riabilitato, ovvero dopo che il Tribunale di Milano ha deciso di cancellare gli effetti della legge Severino, che per quasi 5 anni lo aveva reso incandidabile. Egli ha espresso preoccupazione per le aziende e i risparmiatori, a seguito dell’evoluzione della crisi politica italiana. Non ha usato toni di rottura e ha smentito che i popolari gli abbiano chiesto di fare opposizione dura al governo giallo-verde, ma ha confermato che certe mosse (riferimento implicito alla bozza di accordo di governo riguardante la cancellazione del debito pubblico in mano alla BCE?) inducono alla riflessione e che sia il presidente del PPE, Joseph Daul, sia il premier bulgaro e padrone di casa, Boyko Borissov, abbiano voluto sapere da lui cosa stia succedendo di preciso in Italia.

Secca smentita da Berlusconi di un presunto complotto europeo per fare salire lo spread BTp-Bund. Al contrario, spiega, “l’Europa sta cercando di darci una mano”. Nessun parallelismo, dunque, con la crisi dello spread del 2011, che ancora oggi l’ex premier ritiene sia stato un complotto orchestrato in Europa per fare cadere il suo governo.

Nella nuova bozza di accordo tra Lega e Movimento 5 Stelle, il riferimento alla cancellazione del debito in mano alla BCE è scomparso. Tuttavia, il responsabile economico del Carroccio, Claudio Borghi, esterna un’altra richiesta, meno estrema e ugualmente irrealizzabile: il condono degli interessi. Cosa significa? BCE e banche centrali nazionali dell’Eurozona comprano da oltre 3 anni titoli di stato, oltre che Abs, covered e corporate bond. Su di essi, maturano periodicamente interessi cedolari, che un prossimo governo giallo-verde vorrebbe fossero restituiti all’Italia, in modo da contribuire all’abbattimento del deficit.

Perché la BCE non può cancellare il debito pubblico italiano

Nessun condono possibile degli interessi

In teoria, immaginando che sui 250 miliardi di BTp in mano a BCE e Bankitalia venga maturato un interesse medio del 4%, in linea con il costo complessivo annuo sostenuto sui 2.300 miliardi di debito totale, se Francoforte e Palazzo Koch rinunciassero davvero agli interessi, il nostro bilancio statale respirerebbe per una decina di miliardi, pari a circa lo 0,6% del pil. Non male, peccato che si tratti di pura fanta-finanza. Sì, perché il condono degli interessi dovrebbe passare per l’approvazione unanime del board della BCE a Francoforte, almeno per la quota relativa ai BTp da essa detenuti. Ed è quasi impossibile sperare che i governatori delle altre banche centrali ci facciano un tale favore, mentre i loro governi continuano a pagare gli interessi cedolari anche sui bond in mano alla BCE.

Persino per la parte di debito in mano a Bankitalia non vi sarebbero grosse speranze, perché rinunciare agli interessi, oltre che tradursi in una monetizzazione mascherata del debito sovrano, avrebbe conseguenze non accettabili per Francoforte sul piano del funzionamento dell’euro. Infatti, se il governatore Ignazio Visco accettasse di non prendersi più gli interessi dall’Italia, miliardi di euro all’anno di attività di Bankitalia verrebbero annullati. Si tratterebbe sostanzialmente di denaro in più che rimarrebbe in circolazione sul mercato italiano, che se non sterilizzato, aumenterebbe la moneta in uno solo degli stati membri dell’Eurozona, provocando una lievitazione dei prezzi e interferendo così con i target della BCE, nonché con i tassi di cambio. Vero, parliamo di pochi miliardi, per cui gli effetti di un condono sarebbero alquanto blandi, ma è il principio ad essere inaccettabile per Francoforte, anche perché se tutte le altre banche centrali nazionali seguissero l’esempio, l’effetto reflattivo sarebbe visibile.

Debito pubblico oltre 2.300 miliardi e l’Italia è sulla strada dell’autarchia finanziaria

Che l’Europa ci voglia dare una mano, come spiega Berlusconi, non è chiaro. Almeno, bisogna intendersi sul concetto di aiuto europeo. A dire il vero, mentre l’ex premier riabilitato gioca a recitare il ruolo di europeista, salvo essere stato appena definito dal premier ungherese, l’ultra-euroscettico Viktor Orban, “il mio migliore amico in Italia”, a Bruxelles e Francoforte sono allo studio due misure, che se applicate porterebbero seri guai ai nostri BTp, quale che fosse il governo in carica a Roma. Misure ragionevoli, persino molto condivisibili, ma dal punto di vista di tutori dell’interesse italiano non potremmo che accoglierle con sgomento, almeno per la fase iniziale. Di cosa parliamo? Se ci avete seguiti su Investire Oggi nei mesi scorsi, avete già chiaro di cosa parliamo: tetto alla detenzione di bond sovrani nei bilanci bancari e parificazione dei bond sovrani a ogni altra forma di credito ai fini del rischio.

Le due misure “punitive” dei BTp allo studio in Europa

La Bundesbank, in particolare, ha chiesto e ottenuto, almeno sul piano dello studio, che la Vigilanza della BCE e la Commissione europea prendessero in considerazione l’ipotesi di introdurre un limite alla quantità di titoli di stato che una banca commerciale può detenere a bilancio. Perché? Secondo il ragionamento, niente affatto errato, dei tedeschi, se un istituto si espone eccessivamente al debito sovrano dello stato in cui ha sede, finisce per legarsi mani e piedi ai relativi rischi, con la conseguenza che rischi bancari e rischi sovrani diventano un tutt’uno. Il riferimento, nemmeno molto celato, è alle banche italiane, che sono arrivate a detenere oltre 420 miliardi di BTp negli ultimi anni. E poiché il completamento dell’unione bancaria porterà a una maggiore condivisione dei rischi, per Berlino non è ammissibile che ai contribuenti tedeschi possa chiedersi un giorno di pagare per l’eccesso di debito dell’Italia, che si sarà riversato pure sui bilanci delle banche italiane.

Quanto al tetto, esistono svariate ipotesi: che esso venga introdotto in valore assoluto o in rapporto alle attività complessive. Poco importa sul piano macro, per il Tesoro di Roma significherebbe vedersi tagliare la domanda di BTp delle banche, che oggi detengono oltre un quinto del nostro debito totale.

Altra misura: fine del rischio zero per la valutazione dei bond sovrani iscritti a bilancio. Cioè? Quando una banca presta denaro a chicchessia, deve valutare le probabilità di perdita e coprire il potenziale ammanco con capitale. Lo stesso non vale per i titoli di stato, che essendo formalmente considerati a rischio nullo, non devono essere coperti da alcun capitale bancario. Secondo i tedeschi, che anche stavolta non hanno torto, in questo modo si crea sul mercato del credito una distorsione favorevole ai governi e che induce le banche a preferire, ceteris paribus, il settore pubblico a quello privato. Dunque, famiglie e imprese vengono spiazzate dagli stati, ottenendo meno credito di quanto ne avrebbero nel caso di utilizzo di criteri omogenei di valutazione delle attività.

Sulle banche italiane in arrivo doppia mazzata UE su Npl e bond

Il duro colpo per banche e contribuenti italiani

Tuttavia, se dall’oggi al domani le banche fossero indotte a valutare i rischi sovrani a bilancio, si avrebbero due effetti negativi: ai mercati verrebbe segnalato che non sarebbe più così sicuro il rimborso integrale dei debiti sovrani e il grado di rischio varierebbe da titolo a titolo, sulla base del rating. E così, prestare denaro al Tesoro italiano comporterebbe un maggiore onere, in termini di copertura con capitale, mentre prestarlo a Berlino costerebbe molto meno. Dunque, si avrebbero minori incentivi ad acquistare BTp, i quali per rendersi appetibili alle banche dovrebbero rendere di più. E se consideriamo il combinato disposto tra questa misura e quella sopra del tetto nei bilanci bancari, capiamo benissimo cosa significherebbe per noi italiani l’adozione di tali regole: crollo della domanda di BTp, aumento dei rendimenti sovrani, maggiore costo di rifinanziamento del debito, più deficit pubblico e maggiore austerità fiscale necessaria per mantenere il bilancio in equilibrio. E tutto questo, al netto delle considerazioni sulla fine da qui a breve del “quantitative easing”, che facendo venire meno gli acquisti di bond realizzati dalla BCE, indurrà a una lievitazione dei rendimenti già di suo.

E dire che nei mesi appena trascorsi abbiamo evitato un’altra stangata, nota tecnicamente con il termine “addendum”, che impone per i crediti erogati dal mese scorso di coprire le perdite attese per inadempienze in 2 anni, se trattasi di attività non garantite, in 7 anni per la parte eventualmente garantita. I tedeschi chiedevano che le nuove regole si applicassero anche sui crediti pregressi e obiettivamente sarebbe stata una stupidaggine colossale, oltre che ingiusta. E che ve lo diciamo a fare; avrebbe colpito duramente proprio le banche italiane, tra le più oberate dagli Npl, i crediti deteriorati. Abbiamo rischiato un “credit crunch” persino peggiore di quello vissuto negli anni della crisi. Ma abbiamo vinto solo una battaglia. Ce ne attendono diverse altre.

Debito pubblico, ecco la stretta BCE che colpirebbe BTp e banche

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Argomenti: Banche italiane, Crisi del debito sovrano, Debito pubblico italiano, Economia Europa, Economia Italia