La potente crisi italiana in cifre: sarà un primo semestre da far paura

Il pil in Italia nel primo trimestre è atteso in caduta libera, più che nel resto dell'Eurozona. Ecco i numeri che ci segnalano come la crisi della nostra economia sarà più potente.

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Il pil in Italia nel primo trimestre è atteso in caduta libera, più che nel resto dell'Eurozona. Ecco i numeri che ci segnalano come la crisi della nostra economia sarà più potente.

La crisi economica in corso in tutta l’Eurozona si sta rivelando durissima, anche più delle stesse già drammatiche previsioni. E in Italia si mostra persino peggiore. A marzo, l’indice PMI dei servizi è imploso da 52,1 a 17,4 punti, meno dei 22 attesi dagli analisti. Nello stesso mese, l’indice manifatturiero si era contratto dai 48,7 punti di febbraio a 40,3 punti. Ricordiamo che i 50 punti rappresentano la soglia di demarcazione tra crescita e contrazione del comparto economico. E il PMI composito, quello che include entrambi i comparti, è crollato da 50,7 a 20,2 punti a marzo. In altre parole, a febbraio l’economia italiana risultava di poco cresciuta, trainata dai servizi, quelli che con l’emergenza Coronavirus sono letteralmente stati spazzati via per il “lockdown” deciso dal governo e finalizzato a minimizzare i casi di contagio.

Previsioni choc sul pil italiano

E che dire delle vendite di auto, diminuite su base annua dell’85,4%? Certo, gran parte di questo calo è legato proprio all’impossibilità fisica degli italiani di recarsi dal rivenditore per acquistare un veicolo. Ad ogni modo, i numeri appaiono drammatici. E qualche segnale ancora più concreto sull’andamento della nostra economia lo forniscono i consumi elettrici. Terna ha registrato dal 12 marzo alla fine dello stesso mese una minore domanda di energia elettrica per 6 GW, che si confronta con i 44-45 GW del periodo. Dunque, la riduzione sarebbe stata nell’ordine del 13,5%. Sui consumi elettrici c’è da aggiungere che la caduta è stata certamente frenata dall’aumento del fabbisogno domestico. In pratica, molti uffici, negozi e imprese sono chiusi e non consumano alcunché, ma per contro milioni di famiglie sono costrette a stare in casa e aumentano la domanda presso le abitazioni.

Il capo-economista di IHS, Chris Williamson, sulla base dei dati IHS Markit, ha stimato il calo del pil nell’Eurozona per questo periodo del 10%. Nell’area, il PMI dei servizi è sceso a 26,4 punti, quello manifatturiero a 44,5 punti e il composito a 29,7 punti. In altre parole, l’economia nell’Eurozona starebbe viaggiando a basso regime, ma pur sempre a circa un terzo in più dell’Italia, dove la pandemia è arrivata prima e il “lockdown” nel primo trimestre inciderà, pertanto, per più giorni. Stando a queste cifre, non escludiamo che il pil italiano nel primo trimestre crolli intorno al 15% o poco meno.

Il crollo del pil nel primo trimestre

Del resto, Confindustria stessa ha stimato un -10%, mentre Goldman Sachs prevede nell’intero 2020 un -11,6%. E Mazziero Research, secondo le ultime stime disponibili di metà marzo e ancora in fase di aggiornamento, dava per il trimestre appena trascorso una stima del -12/-14%. Certo, il dato annuo risulterebbe migliore, grazie al rimbalzo che l’economia registrerà quando sarà cessato l’allarme Coronavirus. Il problema sarebbe capire quando ciò avverrebbe. In Cina stanno arrivando brutte notizie. Pechino e il mondo intero avevano cantato vittoria un po’ troppo presto, ritenendo che i contagi nell’immenso stato asiatico si fossero arrestati. Ma le stesse autorità locali hanno parzialmente ripristinato le restrizioni allentate a fine marzo, specie nella provincia di Wuhan, in conseguenza di nuovi casi di trasmissione del virus registratisi negli ultimi giorni.

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La curva dei contagi in Italia non autorizza a facili illusioni, pur offrendo spunti per un po’ di ottimismo. I casi totali crescono più lentamente. Si è passati da un raddoppio ogni 3-4 giorni nella seconda metà di febbraio e agli inizi di marzo, agli 11-12 giorni di quest’ultima settimana. E guardando ai soli nuovi positivi, si ottiene una curva discendente a più picchi. In sostanza, saremmo in fase calante, ma in valore assoluto i contagi continuano a crescere a ritmi così elevati (4.500-5.000 al giorno), che tutto potrebbe permettersi il governo Conte, tranne di riaprire le attività e allentare le restrizioni adesso, mettendo in forse i benefici di diverse settimane di quarantena nazionale.

Il capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli, nei giorni scorsi ha spiegato che, a suo avviso, non usciremo di casa nemmeno l’1 maggio. Il “lockdown” è stato esteso sinora fino al 13 aprile, probabile che venga ulteriormente prorogato, però, anche se i contagi dovessero auspicabilmente scemare nei prossimi giorni. In ogni caso, un ritorno alla normalità piena pre-Coronavirus non sarebbe questione di poche settimane. Il mese di aprile dovrebbe considerarsi già compromesso sul piano economico, quanto o anche più di marzo. Dal governo hanno fatto trapelare nei giorni scorsi la volontà di allentare le restrizioni, quando la situazione lo permetterà, puntando a una gradualità non per aree geografiche, bensì per settori produttivi e fasce di età.

Il rischio di un 2020 nerissimo

Il secondo trimestre, facendo gli congiuri, vedrà l’economia rimbalzare rispetto al primo, ma l’entità del parziale recupero dipenderà chiaramente dalla durata dell’allarme pandemico. Rischiamo, cioè, di assistere a un primo semestre complessivamente così negativo, che nemmeno ipotizzando un forte balzo nella seconda metà dell’anno riusciremmo a chiudere il 2020 con un pil in calo a unica cifra. Anche perché molti lavoratori in questo periodo stanno “bruciandosi” le ferie, venendo meno per loro, anche volendo, la possibilità di andare in vacanza in estate, colpendo in misura ancora più dura il settore turistico-alberghiero, la cui stagione è andata già in gran parte perduta. E proprio questo comparto contribuirebbe alla ripresa del pil e dell’occupazione nel periodo che grosso modo andrebbe da maggio-giugno fino a settembre-ottobre.

Già, l’occupazione. I posti di lavoro a rischio sarebbero tanti, non solo temporaneamente. C’è chi stima che 1 milione di partite IVA non abbia futuro dopo la fine della pandemia. Sarebbe un quinto del totale. Considerando che i lavoratori del settore privato, tra dipendenti e autonomi, siano 20 milioni e che il peso del crollo dell’economia ricade esclusivamente su di loro – non sono ipotizzabili licenziamenti nella Pubblica Amministrazione – se il pil crollasse di un decimo, a parità di riduzione della forza lavoro sarebbe di 2 milioni la platea potenziale dei nuovi disoccupati.

La cifra farebbe lievitare il tasso di disoccupazione in area 18%, mai così alta nella storia delle rilevazioni Istat.

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