Rimborsi 5 Stelle: la politica degli scontrini si ritorce contro chi l’ha ideata

I mancati rimborsi del Movimento 5 Stelle inguaiano il mondo grillino, che da anni quasi monopolizzano il dibattito politico sui temi dei costi delle istituzioni e dell'onestà. Mediaticamente è già boomerang.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I mancati rimborsi del Movimento 5 Stelle inguaiano il mondo grillino, che da anni quasi monopolizzano il dibattito politico sui temi dei costi delle istituzioni e dell'onestà. Mediaticamente è già boomerang.

Lo scandalo dei rimborsi mancati di alcuni parlamentari del Movimento 5 Stelle si allarga. Adesso, sarebbero decine le personalità coinvolte, tanto che il candidato premier Luigi Di Maio è costretto ad ammettere di essersi “fidato del genere umano”, ma rassicura che farà luce e mostrerà tutte le ricevute, dopo aver fatto sapere di avere restituito personalmente in questa legislatura sui 150.000 euro in tutto. Per tutta risposta, il capogruppo alla Camera del PD, Ettore Rosato, gli risponde ironico: fanno 2.500 euro al mese, pressappoco quanto i parlamentari democratici versano al partito “senza tante sceneggiate”. L’ammanco nelle casse del fondo alimentato con i rimborsi dei grillini sarebbe stimato in circa un milione di euro, se non di più. Non sarebbe nemmeno tema di dibattito, se non riguardasse i 5 Stelle. E non si tratta di una persecuzione mediatica ai danni di un movimento anti-establishment e che certamente fa paura e da fastidio a tanti, bensì di una sorta di dazio da pagare con la stessa moneta scagliata contro gli altri dagli attuali “imputati” al banco del tribunale della moralità pubblica.

Beppe Grillo è esploso come fenomeno politico poco prima dell’avvio di questa legislatura, di fatto con il boom dei consensi ottenuti alle elezioni regionali in Sicilia nel novembre del 2012. Fu la conferma che il Paese, persino in una delle aree storicamente più clientelari, ne avesse le scatole piene di una classe politica inconsistente, incompetente, costosa e in alcuni casi persino ladra. La promessa che i parlamentari eletti nelle file dell’M5S avrebbero trattenuto solamente 2.500 euro al mese e restituito allo stato l’indennità eccedente aveva fatto entrare nelle simpatie di milioni di italiani questi ragazzi dalle buone intenzioni, che apparentemente avrebbero voluto rivoluzionare il modo stesso di fare e di concepire la politica.

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I partiti tradizionali, privi di credibilità allora come oggi, hanno cercato goffamente di inseguire sul terreno dello scontrino, tagliando per finta o per davvero alcuni costi relativi al mantenimento delle istituzioni, ma mai mettendo in discussione la vera fonte di sprechi e corruzione che sta alla base dell’ormai incancrenito sistema politico: la longa manus dello stato in ogni area della vita economica, dalla giungla delle partecipate ai controlli confusi e pervasivi, che alimentano una burocrazia onnipotente, elefantiaca e onnipresente. Sono stati aboliti i vitalizi per i nuovi parlamentari, cosa buona e giusta, ma inseguendo maldestramente la politica dei tagli tanto per tagliare è stata cancellata l’elezione diretta di presidenti e consigli provinciali per rispondere alla pancia degli italiani, che hanno confuso l’abrogazione del metodo democratico con la soppressione degli enti, i quali sono rimasti, invece, totalmente in piedi con tutti i loro possibili sprechi, semmai trasformandosi in oggetto di baratto tra e dentro i partiti.

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La “rimborsopoli” a 5 Stelle è grave, non perché manchi all’appello quel milione di euro di cui dicevamo. Fosse per quello, dovremmo ammettere che, in realtà, i parlamentari grillini si siano privati di oltre 23 milioni di euro in meno di 5 anni, soldi che avrebbero avuto diritto di percepire. E allora, da dove deriva lo sdegno vero o presunto di parte consistente dell’opinione pubblica? Di certo, in buona misura è solo ritorsione di quanti difendono oggi le posizioni degli altri schieramenti politici in campo, a maggior ragione che siamo sotto elezioni. Tuttavia, c’è la consapevolezza che Grillo e la sua retorica moralista abbiano messo tenuto scacco l’Italia, nel senso che ne hanno monopolizzato in questi anni il dibattito pubblico su temi quali corruzione, finanziamento pubblico ai partiti, costi della democrazia, creando spesso, più che un contributo di discussione utile, un clima persecutorio verso qualsiasi posizione spesso più avveduta, ma risultata impopolare.

Chi si è battuto per il mantenimento dell’elezione diretta di presidenti e consigli provinciali è stato tacciato di volere difendere chissà quali interessi; chi ha cercato di impostare un ragionamento serio sulle modalità di finanziamento del sistema politico è stato vilipeso, deriso e crocefisso a mezzo social e non solo. La politica dello scontrino non solo non ha recato alcun beneficio all’Italia in termini di minori costi della democrazia o di maggiore trasparenza delle istituzioni, ma semmai ha indebolito il ruolo stesso della politica, ridotta a mera contabilizzazione di spese più o meno tacciate di illegittimità e ha ampliato il solco che separa le istituzioni dal famoso Paese reale. Dagli scontrini sono emerse spese opinabili effettuate dagli stessi grillini, almeno secondo i parametri con cui essi stessi giudicano quelle altrui: Di Maio si è fatto rimborsare dal 2013 a quasi oggi più di 400.000 euro per missioni varie sul territorio, qualcosa come oltre 7.300 euro al mese. Considerando i 2.500 euro trattenuti come indennità, è costato al contribuente quasi 10.000 euro al mese. Certo, si consideri che egli è stato vice-presidente della Camera, una carica istituzionale, per quanto non di primaria importanza.

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Cosa intendiamo dire con ciò? I mancati rimborsi dei grillini appaiono gravi non in sé, quanto perché seguono anni di sfinente campagna anti-politica attuata contro gli avversari di ogni colore, accusati di rubare, di costare troppo e di fare poco. In quelle critiche c’è sempre stato del vero, innegabile. E’ la generalizzazione ad avere fatto male alla qualità del dibattito, nonché che questi sia stato quasi monotematico, coprendo un vuoto di idee trasversale a tutti gli schieramenti, che in fondo ha fatto comodo a destra, sinistra e M5S, avendo distratto l’opinione pubblica dalla vera tragedia nazionale: l’assenza di una classe politica con proposte concrete, lungimiranti e con una visione sul da farsi per il presente e il futuro. Tolti gli scontrini, rimane solo la frustrazione di chi forse, alla luce dello pseudo-scandalo di questi giorni, ha capito che il moralismo non può essere pietra miliare di alcun movimento.

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Argomenti: Politica, Politica italiana

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