La paura della deflazione è infondata, confondiamo i sintomi con la malattia

La deflazione non è un male in sé, come dimostrano alcuni paesi in questi anni. Nell'Eurozona, l'allarme deve riguardare la bassa crescita, non il calo dei prezzi.

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La deflazione non è un male in sé, come dimostrano alcuni paesi in questi anni. Nell'Eurozona, l'allarme deve riguardare la bassa crescita, non il calo dei prezzi.

I prezzi nell’Eurozona hanno smesso di crescere su base annua a febbraio e sono tornati in calo dopo 5 mesi. Lo hanno confermato ieri le stime flash dell’Eurostat, che hanno segnalato un calo tendenziale dello 0,2%. Per l’Italia è andata anche peggio, perché ha registrato una riduzione dei prezzi annuale dello 0,3% dal +0,3% del mese precedente. In assenza di variazioni mensili nel resto dell’anno, oggi come oggi chiuderemmo il 2016 con un’inflazione negativa dello 0,6%. I media hanno parlato ieri di “allarme deflazione” per evidenziare il clima di preoccupazione imperante negli ambienti economici, finanziari e politici dell’Eurozona.

Un’espressione efficace da un punto di vista giornalistico, ma inappropriata da quello economico. Anzitutto, perché per deflazione s’intenderebbe una riduzione generalizzata e stabile dei prezzi nel tempo, mentre nel nostro caso siamo dinnanzi a oscillazioni dei prezzi intorno allo zero, sia per effetto delle variazioni accusate nei mesi dalle materie prime, sia anche per la debolezza congiunturale dell’economia europea.

Deflazione un male in sé?

A dire il vero, per quanto anche in Grecia si registri un calo marcato dei prezzi da un paio di anni, potrebbe essere persino fuorviante parlare di deflazione in quel paese, perché potremmo interpretare quanto accade lì più come un adeguamento dei prezzi al crollo dell’economia. In ogni caso, se è opinabile parlare di deflazione, altrettanto lo è il lancio dell’allarme. Perché mai la deflazione in sé dovrebbe essere un male, mentre l’inflazione viene avvertita sempre e comunque come un bene? A parere di chi scrive, tra la stampa, anche specializzata, si fa spesso confusione tra cause ed effetto.        

Consumi deboli, ma la causa non è la deflazione

L’Eurozona in deflazione, ammesso che lo sia, sarebbe un segnale negativo, perché conseguenza di un’economia debole, di una crescita tentennante e di consumi interni stagnanti. Da questo punto di vista, parlare di allarme sarebbe appropriato. In sostanza, equivale a dire che i prezzi nell’unione monetaria scendono, perché la domanda è insufficiente, ovvero perché c’è una situazione di incertezza e una scarsa capacità di consumo delle famiglie e di investimento delle imprese.

Affermare, però, che la deflazione sarebbe un male in sé o la causa di tutto ciò, è ideologico e, in quanto tale, del tutto opinabile. I sostenitori della deflazione come allarme ritengono che un calo dei prezzi indurrebbe le imprese a investire di meno, in previsione di prezzi più bassi, mentre le famiglie stesse rinvierebbero gli acquisti, aspettandosi di sostenere costi inferiori.

Deflazione potrebbe stimolare consumi

Se nel breve termine potrebbe avere un senso, sarebbe poco credibile che una famiglia decidesse di rinviare all’infinito i suoi acquisti, prevedendo costi sempre più bassi. D’altra parte, è vero che la deflazione potrebbe provocare un rallentamento degli scambi sul mercato, ma crea in sé maggiore capacità di consumo, perché accresce il reddito reale dei lavoratori. E la crescita del reddito può avere 2 conseguenze: aumento dei consumi, oppure aumento dei risparmi. Potrebbe anche aversi un mix delle 2 cose. Un calo generalizzato dei prezzi, quindi, potrebbe spingere i consumatori ad aumentare gli acquisti, data la loro maggiore ricchezza in termini reali, oppure potrebbe indurli a risparmiare di più. In quest’ultimo caso, per la legge della domanda e dell’offerta, sul mercato del credito si avrebbe un costo inferiore (tassi) per gli investimenti delle imprese, con beneficio per queste ultime.        

Deflazione opportunità per consumatori

E’ evidente che i prezzi non possano diminuire all’infinito, ma solo fino al livello minimo accettabile per i produttori, al di sotto del quale rinuncerebbero a offrire beni e servizi sul mercato, provocando una risalita dei prezzi stessi (e dell’offerta). In un’economia, come quella dell’Eurozona, così gravemente colpita dalla crisi finanziaria ed economica del 2008-’09, dove ancora la disoccupazione è a 2 cifre e con punte superiori al 20% in economie come la Spagna, l’inflazione non sarebbe certo da stimolo ai consumi, perché aumenterebbe le sofferenze a carico dei disoccupati e dei redditi bassi. La deflazione crea opportunità di consumo proprio tra quelle fasce della popolazione altrimenti escluse dal mercato; stimola anche la concorrenza, perché costringe le imprese a puntare maggiormente sull’efficienza e sulla qualità, non potendo confidare in un aumento dei prezzi sul mercato quasi automatico.

Se pensate che quanto appena detto appaia troppo teorico, pensate un attimo a quanto la stampa – quella stessa che lancia l’allarme deflazione – ci spieghi ogni giorno gli effetti positivi del calo dei prezzi del carburante alla pompa, in quanto gli automobilisti risparmiano e con ciò possono aumentare i loro consumi altrove. Non si capisce la coerenza di una simile spiegazione con la paura di un calo più generalizzato dei prezzi. Per caso qualcuno avrà smesso di fare benzina, in previsione di un ulteriore calo delle quotazioni del petrolio?

Economie in deflazione, ma in crescita

A conferma che dietro al dibattito sulla deflazione ci sia una mistificazione ideologica, frutto di una visione a senso unico e impregnata di keynesismo, si hanno casi eclatanti di economie, che pur registrando da mesi o persino anni prezzi in calo, crescono e persino molto bene in qualche caso. La Svezia ha visto aumentare il suo pil del 4,1% nel 2015, ovvero di 6 volte in più dell’Italia, raddoppiando il +2,1% messo a segno l’anno precedente. Eppure, la sua economia flirta con la deflazione sin dalla metà del 2014, tanto che la Riksbank si è imbarcata in un piano di stimoli monetari, che comprendono anche l’adozione dei tassi negativi per cercare di risollevare i prezzi, ignorando i segnali molto positivi sul fronte della crescita e quelli, invece, realmente allarmanti sul boom dei valori immobiliari. La Svizzera ha abbandonato un anno fa il cambio minimo tra franco ed euro, con la conseguenza che questi si è apprezzato nettamente contro tutte le altre valute a tasso variabile. L’economia elvetica, già alle prese con un calo dei prezzi nel 2014, ha accelerato tale riduzione, tanto che si è temuto uno scivolamento verso la recessione, la quale non solo è stata schivata, ma il pil è cresciuto nel 2015 dello 0,8%, dovrebbe crescere quasi dell’1% anche quest’anno, nonostante il prosieguo della tendenza deflazionistica.

       

Deflazione non è malattia, ma sintomo

E la Spagna, che dicevamo essere tra i paesi europei più colpiti dal dramma della disoccupazione, è in deflazione da 2 anni, ma nel 2015 il suo pil è salito dell’1,4% e nel 2015 di ben il 3,2%. Le prospettive restano positive anche per l’anno in corso. Clamoroso il caso dell’Irlanda, dove i prezzi crescono intorno allo zero e diminuiscono rispettivamente nel biennio 2014-2015, durante il quale il paese registra un boom economico senza eguali nel resto delle economie avanzate, crescendo del 4,8% e del 7%. Dunque, deflazione non fa rima con recessione, tranne in quei casi dove essa è non già causa, ma conseguenza di un’economia che non va. E’ la famosa e temuta sindrome giapponese, così chiamata, perché il Giappone da un ventennio vede i suoi prezzi costantemente diminuire. In pochi ricordano, però, che la stagnazione o il calo del pil nel Sol Levante è stato un fenomeno precedente, risalente all’inizio degli anni Novanta. Per concludere, dobbiamo certamente temere che la deflazione attecchisca nell’Eurozona, ma non in quanto male in sé, bensì perché sintomo di una malattia, ossia di bassi consumi e investimenti interni, a loro volta conseguenza di aspettative pessimistiche del mercato, dell’elevata tassazione su beni e redditi e della burocrazia soffocante. Ma non confondiamo le cause non i sintomi, altrimenti somministreremo la cura sbagliata, quella inefficace di questi mesi della BCE.

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