Crescita economica: patata bollente passerà ai governi, ecco i rischi

Le banche centrali stanno perdendo la battaglia della crescita e passeranno presto la palla ai governi. Ma la politica fiscale non è un'opzione alla portata di tutti.

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Le banche centrali stanno perdendo la battaglia della crescita e passeranno presto la palla ai governi. Ma la politica fiscale non è un'opzione alla portata di tutti.

Dopo il simposio a Jackson Hole, Wyoming, durante il quale la Federal Reserve ha escluso da un lato di volere adottare tassi negativi a sostegno della ripresa economica e dell’inflazione, mentre ha fatto intendere che sarebbe pronta a una seconda mini-stretta monetaria negli USA a settembre, gli analisti sembrano concordare che se la normalizzazione dei tassi appare lontana e che le banche centrali si starebbero avvicinando, però, al limite delle loro capacità.

La cassetta degli attrezzi è quasi vuota, per usare un’espressione del governatore della BCE, Mario Draghi.

Anche a Francoforte si respira un’aria di fine corsa, nonostante gli stimoli monetari di questi anni non abbiano dato i risultati sperati. L’inflazione nell’Eurozona resta prossima allo zero e la crescita non appare in grado di assorbire in tempi celeri un tasso di disoccupazione ancora a due cifre, con punte del 20-25% nel Sud Europa.

Stimoli fiscali in Giappone e USA

E allora che fare? La strada l’ha già indicata Tokyo, dove il premier Shinzo Abe ha annunciato il varo di nuove misure fiscali per 13.000 miliardi di yen, pari a 90 miliardi di euro. Già, perché i governatori centrali appaiono stanchi di essere gli unici a dovere sostenere la crescita, tanto che anche l’amministrazione Obama, in chiave pre-elettorale, metterà in conto un pacchetto di stimoli fiscali a sostegno dell’economia americana.

Dunque, il futuro della politica economica appare tracciato: minore interventismo sul fronte monetario, avanti con misure fiscali. Queste potrebbero consistere in un aumento della spesa pubblica e/o in un taglio delle tasse in deficit. Attenzione, però, perché non tutti i governi sarebbero in grado di sostenere simili provvedimenti, almeno non nella stessa dimensione.

 

 

 

Debito Italia già alto, margini inesistenti

Paesi come l’Italia, il cui debito pubblico è già al 133% del pil, avrà bassi margini di manovra e dovrà semmai sperare nei benefici indiretti, derivanti dalle politiche espansive adottate da altri paesi come la Germania. Ma Berlino non ha intenzione di mettere a rischio i target di bilancio, pur essendo l’economia tedesca per dimensioni l’unica a poter trainare il resto del Vecchio Continente.

Al contrario, i tedeschi vigileranno che le regole fiscali non siano infrante, cosa che si traduce in margini di manovra inesistenti per i paesi più indebitati come il nostro e bassi per gli altri più virtuosi.

Spostare l’accento sulla politica fiscale comporta per l’Italia un handicap, perché siamo consapevoli sin dall’inizio di non essere nelle possibilità di competere al pari degli altri partner. Quand’anche l’Europa chiudesse entrambi gli occhi sui nostri conti pubblici, sarebbe il mercato ad accendere i fari e il ricordo del 2011 è ancora attualissimo.

 

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