La “pace fiscale” proposta dalla Lega è un’ottima idea, ma c’è il rischio di sprecarla

La pace fiscale a cui punta la Lega dovrebbe generare un extra-gettito per decine di miliardi di euro nelle casse dello stato. Come utilizzare tali entrate?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La pace fiscale a cui punta la Lega dovrebbe generare un extra-gettito per decine di miliardi di euro nelle casse dello stato. Come utilizzare tali entrate?

Il governo giallo-verde di Lega e Movimento 5 Stelle deve ancora nascere, ma conosciamo già alcuni suoi punti programmatici più salienti. Tra questi, la flat tax, pur nella versione ammorbidita dell’accordo tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, il reddito di cittadinanza, la cancellazione della legge Fornero, la riduzione delle accise sulla benzina per 20 centesimi al litro e la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia, evitandosi così un aumento dell’IVA dal 2019. E c’è un’altra proposta, avanzata dalla Lega sin dalla campagna elettorale, che sta facendosi largo e di cui si è fatto convinto interprete l’economista del Carroccio, Armando Siri: la “pace fiscale”. Di cosa si tratta? Di un condono, con cui verrebbero chiuse tutte le liti tra contribuenti e amministrazione finanziaria sui mancati pagamenti delle tasse negli ultimi 15 anni.

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L’Agenzia delle Entrate ha calcolato in 1.054 miliardi l’ammontare delle imposte non riscosse. Di questi, sarebbero effettivamente recuperabili solo 600 miliardi, perché per il resto si tratta di somme dovute da società fallite o da persone fisiche decedute, ovvero realisticamente andate perdute. Tuttavia, aggredire quella massa creditizia di 600 miliardi e tradurla in entrate reali sarebbe una boccata di ossigeno incredibile per il Tesoro. E così, Siri e la Lega propongono di allettare i debitori con aliquote del 6%, 10% o 25%, a seconda dell’ammontare dovuto. Fatto 100 quanto il contribuente dovrebbe versare al Fisco, potrebbe limitarsi a pagare da un minimo di 6 a un massimo di 25 per chiuderla lì. In sostanza, si offrirebbe alle decine di milioni di italiani la secca alternativa tra pagare un minimo subito o continuare ad essere oggetto delle pretese integrali di Equitalia, con tutti i costi e il dispendio di energie annessi.

Un contribuente che fosse nelle condizioni di versare l’aliquota minima richiesta non avrebbe alcuna convenienza a rischiare di pagare fino a oltre 16 volte tanto per non sborsare una minima cifra nell’immediato. Stando così le cose, Siri si aspetta di incassare almeno 35 miliardi già nel 2018 e altri 25 miliardi nel 2019. In tutto, 60 miliardi di euro, cifra confermata dalla stessa Agenzia delle Entrate, che pur con tutte le cautele del caso, ritiene che sui crediti fiscali sarebbe verosimile che lo stato incassi alla fine intorno al 5%. Dunque, se in 18 mesi entrassero nelle casse dello stato 60 miliardi di euro straordinari, come utilizzare tale somma “una tantum”? Se la si utilizzasse interamente per abbattere il debito pubblico, riducendo le nuove emissioni e/o acquistando titoli a sconto sul mercato secondario, saremmo dinnanzi a un abbattimento del rapporto con il pil di almeno 3,5 punti percentuali. Non che l’Italia si sdebiterebbe, ma il segnale che verrebbe lanciato ai mercati sarebbe molto positivo, specie considerando i timori di questi giorni tra gli investitori per la sostenibilità delle misure fiscali concordate da leghisti e grillini.

Resta il problema delle coperture stabili

In alternativa, si potrebbe pensare di utilizzare tale entrata straordinaria per effettuare investimenti ad alto potenziale per la crescita e considerati improcrastinabili sul piano delle emergenze individuate dall’esecutivo. Un esempio? L’edilizia scolastica, dato che appare impensabile che gran parte degli istituti italiani sia a rischio stabilità strutturale e che su bambini e ragazzi possano crollare tetti o calcinacci da un momento all’altro. Non meno grave lo stato idrogeologico in cui versa la stragrande maggioranza dei comuni italiani. Oltre che arrecare benefici sul piano della vivibilità dei nostri territori, tali investimenti genererebbero crescita economica immediata, trattandosi di miliardi che verrebbero iscritti a bilancio da migliaia di piccole e medie imprese italiane nel giro di pochi trimestri. Il rapporto debito/pil non scenderebbe subito, ma nel tempo, ovvero man mano che si passerebbe dalla programmazione alla realizzazione dei progetti e che il prodotto interno lordo salirebbe.

Tuttavia, lo stesso Siri, oltre che l’intero esecutivo che sta per nascere, vorrebbe utilizzare (“a consuntivo”, assicurano) tali risorse per iniziare ad attuare la “flat tax”, che prevede due sole aliquote Irpef del 15% sui primi 80 mila euro annui di reddito lordo e del 20% per redditi superiori. A rendere un minimo progressivo il sistema fiscale sarebbe il mix tra detrazioni sui primi 7-8.000 euro e deduzioni fisse per 3.000 euro per ciascun componente il nucleo familiare fino a 35.000 euro e solo per i familiari a carico per i redditi compresi tra 35.000 e 50.000 euro. La logica dichiarata di Siri sarebbe la seguente: introdurre subito la riforma fiscale, coprendola con le entrate attese o già verificate della pace fiscale di cui sopra. Problema? E cosa accadrà quando le entrate una tantum non saranno più presenti nel bilancio dello stato? Secondo Siri, a quel punto inizierebbe a produrre effetti il forte abbassamento delle tasse, per cui aumenterebbero le entrate derivanti dall’IVA (più consumi), dalla stessa Irpef (più redditi dichiarati) e  dai contributi previdenziali (più posti di lavoro creati).

Ora, tale argomentazione non appare sostenibile sul piano formale. Dei 63 miliardi stimati per la flat tax, 27 miliardi sarebbe la cifra effettivamente da reperire, al netto dell’extra-gettito generato dai benefici attesi di cui sopra. Dunque, anche ammesso che il presidente Sergio Mattarella non rispedisse al Parlamento una siffatta legge sprovvista di coperture finanziarie certe, resterebbero 27 miliardi o più da trovarsi dopo un anno. La pace fiscale avrebbe, insomma, fatto guadagnare tempo al governo, ma nemmeno così tanto. E non si punti sul recupero dall’evasione fiscale, perché nemmeno queste cifre aleatorie costituirebbero alcuna copertura certa per finanziare la riforma. Salvini e Di Maio ritengono che con il drastico taglio delle aliquote, chi venisse sorpreso a non pagare le tasse non avrebbe più alibi. Nei casi più gravi scatterebbero le manette e si andrebbe verso il ritiro della patente e del passaporto. Obiettivo: recuperare 20-30 miliardi all’anno di gettito, quelli che mancherebbero di netto per finanziare la flat tax. Tutti bei discorsi, ma che non reggerebbero tecnicamente la prova del bilancio. A meno da non stravolgerne le regole e mettere in conto uno scontro con la Commissione europea, in attesa che il tempo e i fatti diano ragione all’azione del governo. Nel frattempo, i mercati non la prenderebbero affatto bene.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia

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