E se la Norvegia si comprasse il petrolio saudita?

La Norvegia avrebbe il denaro sufficiente per mettere le mani sul petrolio saudita. Dall'anno prossimo vi sarà una rivoluzione geo-politica dirompente.

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La Norvegia avrebbe il denaro sufficiente per mettere le mani sul petrolio saudita. Dall'anno prossimo vi sarà una rivoluzione geo-politica dirompente.

L’IPO di Aramco si terrà entro il 2018, anche se non è stato chiarito ancora se la scadenza riguardi le procedure tecniche per lo sbarco in borsa o la quotazione vera e propria. Questione di un anno, un anno e mezzo al massimo, e se le condizioni del mercato lo consentiranno, la compagnia petrolifera statale dell’Arabia Saudita diverrà un po’ privata.

Di questo cambiamento epocale abbiamo discusso in diversi articoli. Nelle casse di Riad fluirebbero fino a 100 miliardi di dollari per la cessione di appena il 5% del capitale. L’aspetto più interessante, tuttavia, non ha a che fare con le immense risorse finanziarie che verrebbero monetizzate dal regno, quanto con l’avvio di una nuova era per il mercato del greggio e per i meccanismi geo-politici vigenti nel Medio Oriente da decenni. (Leggi anche: Rivoluzione saudita punta a un paradiso finanziario futuristico)

Una compagnia privata, anche se solo in parte, dovrà seguire obiettivi aziendali e non squisitamente politici. I livelli di produzione verrebbero fissati sulla base solamente delle condizioni del mercato e perseguendo la massimizzazione dei profitti. Non un cambiamento di poco conto, se si considera che l’Arabia Saudita è ancora il secondo produttore di petrolio al mondo dopo la Russia con quasi 10 milioni di barili al giorno e primo esportatore con circa 7,5 milioni. Di fatto, è leader dell’OPEC, il cartello che raggruppa 14 paesi produttori e tutti esportatori netti, tranne l’Indonesia, la cui quota di mercato mondiale supera il terzo.

La domanda che ci poniamo è stavolta la seguente: chi comprerà Aramco? Reperire capitali per 100 miliardi – queste le attese e l’obiettivo di Riad – non sarà un’operazione semplice. Ad oggi, l’IPO più grande è stata quella di Alibaba nel 2014, quando il colosso delle vendite online cinese rastrellò 25 miliardi. Qui, si tratterebbe di raccoglierne per 4 volte tanto. Anche ammesso che la quotazione avverrà in 2-3 borse, servirà uno sforzo enorme di mesi per convincere gli investitori privati a puntare su una compagnia, che anche dopo l’IPO resterebbe al 95% nelle mani dello stato.

Per quanto la gestione sia stata ad oggi efficiente, nessuno può escludere che in futuro si avranno tensioni nel board tra i rappresentanti dei soci privati e l’azionista pubblico.

Aramco appetibile per la Norvegia

Ci sono, tuttavia, un paio di investitori potenziali, che avrebbero tutto l’interesse a non restare alla finestra. Uno dei due è la Norvegia, tra i principali produttori di petrolio al mondo con 1,8-2 milioni di barili al giorno. Oslo possiede un fondo sovrano, che gestisce oggi assets per circa 1.000 miliardi di dollari, il più grande del pianeta. L’economia norvegese dipende ancora dal settore petrolifero per il 15%, meno del 20% del 2014, anno in cui le quotazioni raggiunsero i 115 dollari al barile. Nello stato scandinavo è in atto un processo di riconversione “green”, che punta a sganciare la dipendenza dal petrolio per quando la materia prima sarà non più centrale per il fabbisogno energetico mondiale. Addirittura, entro il 2040 verrà attuato il divieto di vendita di auto a diesel e benzina, una rivoluzione per un paese che deve ad oggi gran parte della sua ricchezza proprio al petrolio. (Leggi anche: Norvegia meno dipendente dal petrolio, ma crescita più bassa)

Il fondo sovrano norvegese investe mediamente i due terzi delle sue risorse in azioni, comprando l’1,3% del capitale di quasi 9.000 società quotate nelle borse mondiali di 77 paesi. Quasi certamente, acquisirà una minima quota anche di Aramco, quando questa diventerà una company, ma quanto? Se si limitasse all’1% o poco più del capitale totale, ovvero a un quinto del flottante reso disponibile, sarebbe già un ingresso non indifferente nell’azionariato della principale concorrente della Norvegia sul mercato petrolifero mondiale. E se in una seconda fase decidesse di salire gradualmente, fino a diventarne un azionista di peso?

Il “rischio” che i norvegesi controllino Aramco non si porrebbe, nemmeno se rilevassero tutto il 5% del capitale quotato. Ma l’IPO dell’anno prossimo sarebbe solo il primo passo di una strategia di lungo termine del regno, che punta a privatizzare una parte considerevole e finanche maggioritaria della compagnia, man mano che l’economia nazionale riuscisse a rendersi meno dipendente dal petrolio.

In teoria, l’obiettivo sarebbe di sganciarla del tutto dalla materia prima entro il 2030, cosa che appare obiettivamente velleitaria, per quanto non impossibile con la crescita del settore privato.

I norvegesi avrebbero risorse immense da destinare per acquistare petrolio saudita, anche se le regole dello statuto del fondo sovrano non autorizzerebbero concentrazioni spropositate. Ma volete che non vengano modificate o derogate una tantum per ragioni strategiche? A conti fatti, le sue dimensioni sarebbero della metà di quelle stimate dal governo saudita per Aramco. Il fondo dovrebbe impiegare un quinto delle risorse disponibili, ad esempio, per salire al 10% del capitale di quest’ultima, diventando così negli anni un azionista di peso e forse anche di controllo, anche se molto dipenderà dalle regole statutarie che Riad farà fissare per impedire la concentrazione dei diritti di voto in assemblea in poche mani. (Leggi anche: IPO Aramco, petrolio saudita in borsa nel 2018 tra veleni e sospetti)

Le mani della Cina

Se Oslo riuscisse a mettere le mani sul petrolio saudita, nascerebbe un colosso energetico ancora più grande, in grado di influenzare il mercato mondiale nei decenni seguenti. L’altro grande investitore che possederebbe risorse a sufficienza per entrare in Aramco dalla porta principale è la Cina, forte di 3.000 miliardi di dollari di riserve valutarie. A Pechino basterebbe investire il 3% degli assets per comprarsi l’intera quota offerta da Aramco. Qui, l’obiettivo sarebbe opposto a quello della Norvegia: assicurarsi l’approvvigionamento al mercato petrolifero, essendo la sua economia la più affamata di energia con i ritmi di crescita ancora relativamente elevati e la scarsa efficienza delle sue aziende nei consumi energetici.

In ogni caso, non parliamo di un processo immediato, ma che richiederebbe anni, forse decenni per dispiegarsi. Se davvero Riad vorrà monetizzare dal suo oro nero, troverebbe norvegesi e cinesi a consentirglielo per ragioni tra di loro contrapposte. Oslo si assicurerebbe la leadership mondiale nella fase declinante del greggio, Pechino riuscirebbe a sfruttare ancora di più in suo favore la necessità altrui di riconvertire la propria economia nell’era post-petrolifera.

(Leggi anche: Petrolio e yuan, perché guardare alla Cina per capire le quotazioni)

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