Se la multinazionale scappa fa rumore, ma la crisi s’è mangiata 35 aziende al giorno

Il caso Embraco e il licenziamento di quasi 500 dipendenti fanno parlare da settimane, ma in Italia muoiono 35 imprese al giorno e nessuno ne parla, girandosi dall'altra parte.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il caso Embraco e il licenziamento di quasi 500 dipendenti fanno parlare da settimane, ma in Italia muoiono 35 imprese al giorno e nessuno ne parla, girandosi dall'altra parte.

Il caso Embraco fa parlare da settimane. La controllata brasiliana di Whirpool sta delocalizzando la produzione dal Piemonte alla Slovacchia, licenziando 497 dipendenti. La politica è in fermento, non fosse altro che per il fatto di essere sotto elezioni. Il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, è arrivato quasi a definire “gentaglia” i dirigenti dello stabilimento di Riva di Chieri ed è volato a Bruxelles per incontrare il commissario alla Concorrenza, Margrethe Vestager, al fine di sapere se sia possibile utilizzare un fondo apposito per evitare la chiusura dell’impianto, sostenendo che il governo slovacco starebbe utilizzando aiuti di stato per attirare slealmente realtà come Whirpool e Honeywell.

Sul piano politico, si è acceso un dibattito sulle multinazionali e la loro tendenza ad approfittare di eventuali sussidi statali in una logica da mordi e fuggi. Embraco ne ricevette a milioni per produrre in loco sin dal 2004, con il risultato di smontare baracca alla prima occasione utile, adducendo ragioni di competitività. L’ex premier Silvio Berlusconi ha dichiarato che con la “flat tax”, di multinazionali in fuga dall’Italia non ve ne saranno più, perché pagherebbero molte meno tasse di oggi. Il suo alleato Matteo Salvini ha puntato, invece, sull’aspetto punitivo verso chi approfitta di aiuti statali e se la da a gambe subito dopo: “dovrà restituire fino all’ultimo centesimo allo stato”, ha tuonato dal palco, alla manifestazione della Lega di sabato scorso al Duomo di Milano.

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L’ipocrisia della politica italiana

Il confine tra liberali, colbertiani, socialisti, dirigisti, etc., sfuma in occasioni come queste. Difficile resistere all’ondata di sdegno dell’opinione pubblica verso chi lascia a casa centinaia di dipendenti, se persino uno come Calenda si lascia sfuggire che Embraco non avrebbe a cuore gli interesse dei suoi lavoratori e non mostrerebbe alcuna responsabilità sociale. Se fosse vero, sarebbe naturale che fosse così. L’unico obiettivo di una qualsiasi attività imprenditoriale consiste nel perseguire il massimo profitto possibile. Nessuna azienda ha obiettivi diversi, tranne che non sia almeno parzialmente controllata da organismi pubblici. Diversamente, chiuderebbe il giorno dopo.

I dirigenti di Embraco non brilleranno per simpatia, ma la politica vive di ipocrisia. In Italia, di Embraco ne abbiamo avute tante in questi anni, semplicemente non hanno fatto notizia, non hanno ottenuto le prime pagine dei giornali. Parliamo delle oltre 114.000 imprese chiuse tra il 2008 e la fine dello scorso anno, qualcosa come 35 al giorno, domeniche e festività incluse. Sono i dati elaborati da Centro Studi ImpresaLavoro di qualche mese fa, che vanno anch’essi interpretati. Le aziende nascono e muoiono ogni giorno per ragioni non legate sempre alla congiuntura economica. Molte sono inadeguate, non riescono a sostenere la concorrenza e finiscono a gambe per aria, com’è naturale e affatto sbagliato che accada.

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Tuttavia, rispetto ai livelli pre-crisi, da noi si è registrato un boom di quasi il 44% del tasso di mortalità aziendale, quando nella vicina Francia si è avuto appena un +12,5%. In pratica, delle 35 aziende mediamente chiuse ogni giorno negli ultimi 9 anni e passa, oltre una decina avrebbe a che fare con la crisi, ovvero qualcosa come quasi 35.000 in 9 anni. Anche solo immaginando che si trattassero tutte di aziende mono-dipendenti, parliamo di una settantina di Embraco sparite nel silenzio generale.

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Il volto feroce dei ministri di turno non migliorerà le condizioni del fare impresa in Italia, né tratterrà un solo posto di lavoro in più. Con buona pace dei sovranisti, gli aiuti concessi alle imprese non potrebbero essere chiesti indietro sul piano formale. Bisognerebbe, al contrario, domandarsi se abbia senso che lo stato paghi un’impresa per produrre. Se lo fa, evidentemente riconosce che, in assenza di tale sostegno, non vi sarebbero le condizioni oggettive per continuare l’attività. Inutile strillare, dunque, se subito dopo avere preso i soldi e finalizzato il progetto per cui è stata sussidiata, l’impresa giri i tacchi e scappa.

La stessa “scoperta” di Calenda sull’esistenza di aiuti di stato in Europa rasenta il ridicolo. Qualcuno ha alzato un dito al ministero, quando i contribuenti italiani hanno dovuto sborsare fino a 20 miliardi per salvare MPS, la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, pagando persino Intesa-Sanpaolo per accollarsi le “good banks” (la ciccia ripulita dei debiti) delle due venete? E qualcuno sta protestando contro il mantenimento in vita di Alitalia con 900 milioni di euro pubblici, che allo stato attuale non verrebbero certamente rimborsati per insufficienza di cassa? La lista sarebbe più lunga negli anni, ma preferiamo fermarci qui.

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Ciò che distingue Embraco o Alitalia o Ilva sono i numeri, non le logiche che stanno dietro alle loro crisi. La politica s’interessa solo ai casi mediatici, fingendo di ignorare che a morire in Italia da fin troppi anni sia l’intero tessuto imprenditoriale, il più delle volte caratterizzato da piccole dimensioni. Se chiude un’azienda da 15 dipendenti per impossibilità di tirare avanti tra tasse, burocrazia, concorrenza sleale di prodotti stranieri, etc., lo chiamano mercato; se la stessa fine la fa un colosso da 500-1.000 o più dipendenti, si vola a Bruxelles con il cappello in mano e si grida alla stortura delle regole. E’ proprio vero che in Italia chi strilla ha sempre ragione.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia

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