La moneta fiscale di Borghi è inapplicabile e pericolosa, usciremmo dall’euro

I cosiddetti "minibot" a cui punta l'economista e deputato leghista Claudio Borghi appaiono una non soluzione ai problemi di liquidità della Pubblica Amministrazione e comportano rischi ben superiori ai presunti benefici.

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I cosiddetti

Claudio Borghi è presidente della Commissione Bilancio della Camera, eletto nel 2018 tra le file della Lega e considerato tra gli economisti più euro-scettici d’Italia. All’inizio di aprile, è tornato ad accendere i fari sull’opportunità di emettere i cosiddetti “minibot”, espressione utilizzata per delineare quella che in gergo viene definita la “moneta fiscale”. Di cosa si tratta? La Pubblica Amministrazione italiana è rinomatamente una cattiva pagatrice. I suoi debiti nei confronti di imprese e professionisti che le hanno erogato beni e servizi ammonterebbero a circa una trentina di miliardi di euro, di cui quasi un terzo riguarderebbe società edili.

Moneta fiscale, cosa sono i “minibot” proposti da Borghi e quali rischi comportano

Il problema è noto da anni. Lo stato e gli enti locali non hanno entrate sufficienti per pagare in tempo tutti i creditori e ne scaturisce una insostenibile discriminazione ai danni solamente di quelli di natura commerciale. Quelli finanziari (i detentori dei titoli di stato), come sappiamo non hanno mai subito alcun ritardo, non essendosi verificato nella storia d’Italia un solo evento creditizio e meno che mai alcun default. Cionondimeno, le piccole e medie imprese e gli studi professionali non saldati per mesi rischiano spesso la chiusura per carenza di liquidità. Una tragedia, che raggiunse il picco nel 2012, anno in cui i debiti certificati e scaduti toccarono i 50 miliardi.

La soluzione ai debiti della P.A.

La moneta fiscale di Borghi punterebbe a risolvere il problema. Come? Lo stato pagherebbe i creditori con titoli di credito, i quali potranno essere utilizzati per pagare le imposte allo stesso stato, così come per essere scambiati con controparti private su base volontaria, monetizzandoli.

Sembrerebbe che abbiamo trovato l’arcano, ma le apparenze ingannano. Anzitutto, quando il privato ex creditore della P.A. pagherà le tasse con i “minibot”, le entrate dello stato risulteranno inferiori per un pari ammontare. Secondariamente, gli altri privati, tra cui principalmente le banche, che dovessero accettare questi titoli in pagamento, vi applicherebbero verosimilmente uno sconto sulla base della loro eventuale scadenza riportata e del rischio percepito di insolvenza, in questo secondo caso un po’ come avviene con i bond governativi.

Dunque, nascerebbe un mercato secondario dei “minibot”, che gli investitori con ogni probabilità seguirebbero per monitorare le aspettative di imprese e famiglie, un po’ come avviene con i tassi di cambio al mercato nero nei paesi in cui i governi impongono “peg” irrealistici contro il dollaro. E se lo stato non sarà in grado di reperire le risorse mancanti a copertura del minore gettito fiscale entro la data in cui i “minibot” gli tornerebbero indietro al posto delle tasse in moneta sonante, l’emissione di questi titoli equivarrà nella pratica a contrarre un debito postdatato.

La fanta-economia di Borghi tra minibot e rottamazione del debito pubblico  

I rischi per l’Italia nell’euro

Ci sarebbero certamente benefici all’impatto: 1) tutti i crediti verrebbero saldati, 2) la crisi di liquidità di imprese e professionisti sarebbe scongiurata in molti casi e 3) la crescita dell’economia non ne risulterebbe depressa. Quanto al secondo punto, però, bisogna ammettere che non sarebbe scontato. Se un’impresa riceve “minibot” per un controvalore nominale pari a 100 euro e deve pagare allo stato imposte per 30, resterà con 70 euro inutilizzati, a meno che non li cederà a terzi (privati), i quali non sarebbero obbligati ad accettarli in pagamento. E data questa loro facoltà, molto probabile che ne approfittino per ottenere uno sconto. Ad esempio, si accollerebbero i 70 euro per 60, con il risultato che la differenza di 10 andrebbe perduta. Potrebbe anche accadere che un’impresa in perdita si ritrovi a non dover pagare, se non marginalmente, le imposte. A quel punto, i “minibot” si rivelerebbero inutilizzabili e in balia delle valutazioni di altri privati.

Questo meccanismo finirebbe con il tempo per misurare l’esatta perdita attesa dal mercato con riguardo ai pagamenti della P.A. Due le principali possibili conseguenze: imprese e professionisti “gonfierebbero” di una pari percentuale i prezzi di beni e servizi offerti (ma grosso modo accade anche oggi, scontando ritardi e rischi di dissesti finanziari locali); gli investitori finanziari capterebbero tali movimenti come un segnale di rischio per i BTp, pretendendo rendimenti ancora più alti.

L’unica possibilità che la moneta fiscale avrebbe di funzionare, senza provocare perdite e avendo ottenuto il placet (improbabile) della BCE, sarebbe nel caso in cui lo stato italiano – dal governo centrale all’ultimo degli enti locali – ne accompagnasse l’introduzione con una gestione molto più efficiente della liquidità, così da minimizzare il rischio di una riduzione del gettito alla data di utilizzo dei titoli da parte dei creditori per il pagamento delle tasse. E, comunque, sorgerebbero pur sempre rapporti di credito/debito tra comparti della P.A., qualora a incassare i “minibot” fosse un ente diverso da quello che li aveva emessi. E state certi che, se moneta fiscale sarà, sui mercati la prenderebbero come la mossa disperata e ardita di un governo che punterebbe a rendere inevitabile prima o poi l’uscita dell’Italia dall’euro.

Cosa sono i “minibot” di Borghi e perché preparano l’Italia all’uscita dall’euro 

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