Minaccia nucleare dei sauditi all’America e scenario di guerra del petrolio

L'Arabia Saudita punta al nucleare, con cui spera di transitare verso un futuro meno dipendente dal petrolio. Per l'America (e non solo) suona come un'implicita minaccia.

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L'Arabia Saudita punta al nucleare, con cui spera di transitare verso un futuro meno dipendente dal petrolio. Per l'America (e non solo) suona come un'implicita minaccia.

L’Arabia Saudita punta sull’energia nucleare. La maggiore produttrice di petrolio al mondo ha reso noto alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, tramite il suo ministro degli Esteri, Adel al-Jubeir, di volere costruire 16 centrali da qui ai prossimi 20-25 anni per un costo complessivo di 80 miliardi di dollari. Per questo, Riad sta intavolando colloqui con una decina di altri stati, spiega, per il caso in cui le società americane non ricevessero le dovute autorizzazioni da parte di Washington. Negli USA, il governo federale impone l’accettazione di un protocollo d’intesa alle società straniere che intendono ottenere collaborazioni con entità americane, in modo da accertarsi che l’energia nucleare non venga impiegati a scopi militari. Secondo al-Jubeir, così l’economia saudita risparmierà petrolio e lo potrà esportare.

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La strategia di Riad s’inserisce in quella “Saudi Vision 2030”, che nelle intenzioni del principe ereditario Mohammed bin Salman dovrà transitare il paese verso un futuro autonomo dal petrolio. Tuttavia, sembra anche che i sauditi intendano difendere la loro quota di mercato in un’ottica di lungo periodo, tagliando i consumi domestici di greggio e dirottando la produzione verso le esportazioni, che attualmente sono state ridotte a poco meno di 7 milioni di barili al giorno per adempiere all’accordo OPEC per contenere la produzione giornaliera. Si stima che nel 2017, le minori esportazioni saudite nel resto del mondo siano state pari a 100 milioni di barili.

Riad si prepara da due anni all’IPO di Aramco, la quotazione parziale in borsa della compagnia petrolifera statale. Sul mercato verrà ceduto il 5% del capitale, con il quale la monarchia spera di incassare fino a 100 miliardi di dollari, una cifra che valorizzerebbe l’intera compagnia attorno a 2.000 miliardi.

Gli analisti non convengono con queste valutazioni, prevedendo mediamente un valore complessivo sopra i 1.000 miliardi e fino a un massimo di 1.500 miliardi.

Il dilemma dei prezzi con lo shale USA

Dal successo dell’IPO dipende molto in Arabia Saudita. Mettere in cascina 100 miliardi equivarrebbe tamponare il deficit fiscale per un paio di anni e guadagnare tempo prezioso per attendere con tutta calma la risalita delle quotazioni internazionali, che per quanto tornate a gennaio ai massimi dalla primavera del 2015, da allora hanno ripiegato fino al 15% e adesso ruotano sui 65 dollari, restando del 40% più basse dei livelli toccati nel giugno 2014. La valutazione che le azioni di Aramco riscuoterà presso la Borsa di Riad e 1-2 mercati stranieri, come da obiettivo, dipenderà molto dai prezzi che il petrolio avranno all’atto dell’IPO e quelli attesi nei mesi successivi, visto che stiamo parlando di una compagnia estrattiva e che commercializza proprio greggio, derivando da esso i suoi utili.

Ora, guardando al grafico dei contratti futures notiamo come il mercato stia acquistando il greggio con consegna in aprile a poco più di 65 dollari, ma quello per fine anno a 3 dollari in meno, scendendo sotto i 60 dollari già dal giugno del prossimo anno. In sostanza, abbiamo una curva dei prezzi calante, che non deporrebbe in favore di previsioni solide a medio termine, né di una IPO di successo. In realtà, la spiegazione del trend potrebbe essere meno pessimistica: il mercato punta ad anticipare gli acquisti di petrolio il prima possibile, avvertendo che i prezzi potrebbero salire nei prossimi trimestri, con ciò sostenendoli nel breve e deprimendoli nel medio-lungo termine.

Aldilà di questi aspetti “tecnici”, i prezzi rappresentano un bel dilemma per i sauditi, che probabilmente restano desiderosi di capire quale possano essere i livelli di equilibrio, tali per cui massimizzano le esportazioni nazionali e venga posto un freno alla crescita incessante e impetuosa dello “shale” negli USA.

L’America estrae ormai sopra i 10 milioni di barili al giorno (10,27 milioni al 9 febbraio scorso), esportandone la media di quasi 1,5 milioni al giorno da inizio anno, “rubando” a Riad quote di mercato preziose in Asia, specie data l’assenza di risposta di Aramco, costretta ad auto-congelare la propria produzione per gli accordi internazionali assunti dal regno. Ed ecco che l’alleanza inizialmente solo di scopo con la Russia si sta facendo più stabile, con Mosca e Pechino ad annunciare investimenti in Aramco per l’acquisto di fette di capitale nel momento dello sbarco in borsa.

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IPO Aramco e strategia nucleare

Quotazioni stabilmente a 70 dollari sarebbero ambite dai sauditi per finalizzare l’IPO. Se i futures indicassero, ad esempio, che il mercato scommetta su prezzi attorno o superiori ai 70 dollari al barile per i trimestri seguenti, oltre che per le settimane successive, pochi dubbi che per Aramco sarebbe il momento giusto per debuttare in borsa. Tuttavia, prezzi alti implicano anche stimoli alla produzione per le compagnie americane, ovvero la creazione delle condizioni perfette per fare dell’America una potenza petrolifera sempre più temibile. Prezzi sotto i 60 dollari, invece, frenerebbero la corsa delle estrazioni a stelle e strisce, ma finirebbero per deprimere l’IPO saudita.

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Da qui, la strategia nucleare: segnalare agli USA, e non solo, che i consumi domestici del regno, pari oggi a quasi 3 milioni di barili al giorno, verranno tagliati in maniera piuttosto decisa nei prossimi decenni. In questo modo, Aramco risparmierebbe barili preziosi da impiegare per le esportazioni, verosimilmente laddove la domanda si mostrerà solida, ossia in Asia. Ma maggiori esportazioni saudite potenziali implicano quotazioni più basse e, dunque, incentivi minori a far crescere la produzione nel medio-lungo termine. In sostanza, è come se Riad stesse avvertendo i suoi concorrenti commerciali che sta dotandosi di un fuoco di sbarramento con il quale arriverebbe a piegarli, inondando i mercati di barili.

Si consideri che ad oggi, a fronte di una produzione giornaliera inferiore a 10 milioni di barili al giorno, la compagnia sostiene di possedere una capacità massima (non provata) di 12 milioni. E con qualche milioncino in più risparmiato con i minori consumi interni grazie al nucleare, chi ha orecchie per capire capisca.

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