La Merkel è più debole che mai, ecco come l’Italia può tornare a contare in Europa

La cancelliera Angela Merkel è politicamente più debole che mai. Una buona notizia per l'Italia, che può approfittarne per la spartizione delle cariche UE.

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La cancelliera Angela Merkel è politicamente più debole che mai. Una buona notizia per l'Italia, che può approfittarne per la spartizione delle cariche UE.

I “sovranisti” alle elezioni europee sono cresciuti, ma non hanno conquistato quel numero di seggi necessario per impensierire le formazioni europeiste. Tuttavia, PPE e socialisti non hanno più la maggioranza assoluta a Strasburgo e dovranno cercare alleati tra i liberali dell’Alde e forse anche tra i Verdi. Insomma, anche nel caso peggiore, il governo della UE in mani “sicure” è garantito.

Ma l’errore più grave che si commetterebbe oggi sarebbe di pensare che il 26 maggio scorso non sia cambiato nulla, quando è, invece, cambiato tanto. Anzitutto, i due leader principali di questa Europa, Angela Merkel e Emmanuel Macron, sono usciti azzoppati dal voto. Secondariamente, il voto ha bocciato complessivamente la Commissione uscente, che nei fatti è stata burattinata dai tedeschi. Infine, la terza economia dell’Eurozona – l’Italia – si è affidata ancora di più alle formazioni euro-scettiche, con la Lega ad avere fatto il botto. Mettendo insieme i partiti anti-UE (la stessa Lega, M5S e Fratelli d’Italia), arriviamo a poco meno del 58%.

I dolori di Macron e Merkel, la fine dell’autosufficienza PPE-socialisti in Europa

Proprio per questo, si dice, l’Italia si è ancora di più isolata, ignorata ai consessi europei, in cui si stanno decidendo le cariche da spartire entro i prossimi mesi, tra cui presidenza della Commissione e della BCE. Vero, ma se il governo Conte, anziché litigare su lettere e letterine e recarsi in caserma a denunciare quanti spifferino alla stampa la bozza della risposta alla UE sui conti pubblici, approfittasse della crisi di leadership accusata dalla cancelliera Angela Merkel, avrebbe diverse carte da giocarsi.

Ieri, la leader socialdemocratica in Germania, Andrea Nahles, si è dimessa da segretario del partito dopo il disastroso risultato elettorale di due domeniche fa, quando l’SPD ha perso pure la guida di Brema dopo 74 anni. Su base nazionale, ha raccolto la miseria del 15%, scavalcati dai Verdi al 20%. Con l’addio di Nahles, la Grosse Koalition traballa, anche perché un sondaggio di qualche giorno fa per la prima volta assegna la maggioranza relativa dei consensi proprio ai Verdi, con i conservatori della cancelliera a scendere in seconda posizione, dopo essere colati a picco alle europee sotto il 30%.

La cancelliera Merkel è debole, approfittiamone

Mai la Merkel è stata così debole da quando nel 2005 ha messo piede in cancelleria. Il suo governo è a rischio e se l’SPD dovesse toglierle l’appoggio, avrebbe due alternative: allearsi con Verdi e liberali dell’FDP o andare ad elezioni anticipate. In ogni caso, la Germania paralizzerebbe le trattative sulla spartizione delle cariche in UE, le quali risentono proprio degli equilibri politici interni ai grossi stati europei. Qui, l’Italia dovrebbe insinuarsi per contare. Come? Facendo asse con i grandi stati che si mostrano disponibili a concederle qualcosa. In teoria, la stessa Germania potrebbe vedere positivamente la posizione possibilista di Roma sulla nomina del tedesco Jens Weidmann a capo della BCE.

E se l’Italia appoggiasse il falco tedesco come successore di Draghi alla BCE?

Difficile, però, che Berlino faccia asse con i sovranisti di Matteo Salvini. Per questo, il vicepremier leghista dovrebbe turarsi il naso e avviare trattative parallele con Francia e Spagna, affinché si rafforzi un asse alternativo alla Germania per ottenere almeno una carica che conti all’interno della Commissione e/o del comitato esecutivo della BCE. Macron non sarebbe affatto contento di farci da sponda, ma qui si tratterebbe semplicemente di garantirsi gli interessi propri, ovvero nazionali. Un eventuale “sì” dell’Italia a un governatore francese metterebbe Berlino con le spalle al muro e chiuderebbe la partita su Francoforte. In cambio, Roma reclamerebbe o una posizione forte dentro la Commissione (la nomina di un commissario di peso sull’economia) o un consigliere esecutivo sui sei disponibili dentro la BCE.

Si consideri che molto probabilmente i tedeschi non otterranno la presidenza della Commissione, come avevano ipotizzato con il bavarese Manfred Weber, Spitzenkandidat del PPE. Se perdessero pure la mano sulla BCE, sarebbe un mezzo disastro, riparabile eventualmente solo con la nomina di un loro uomo alla presidenza della UE, carica che oggi ricopre il polacco Donald Tusk.

Ma l’Europa dell’est rimarrebbe scoperta e, comunque, le posizioni che contano davvero riguardano la “ciccia” dell’Europa, cioè commissari e membri dell’Eurotower. A quel punto, resterebbe la presidenza dell’Europarlamento a disposizione per evitare strappi tra est e ovest, nonché tra grandi e piccoli stati. A noi interessa, come Italia, far parte dei giochi e strappare una nomina che abbia reale forza, non quella formale ottenuta 5 anni con una invisibile Federica Mogherini come rappresentanti degli Esteri. E con una cancelliera debolissima in patria, è più che possibile. Basta saper giocare e non limitarsi ad alzare la voce.

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