La memoria corta della Germania sui debiti condonati dopo la guerra e il parallelo con la crisi dell’Italia

La crisi fiscale in cui rischia di precipitare l'Italia per assenza di solidarietà nell'Eurozona rievoca alla mente l'Accordo di Londra nel 1953, grazie al quale la Germania si rimise in piedi dopo la guerra.

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La crisi fiscale in cui rischia di precipitare l'Italia per assenza di solidarietà nell'Eurozona rievoca alla mente l'Accordo di Londra nel 1953, grazie al quale la Germania si rimise in piedi dopo la guerra.

Se nemmeno in piena emergenza pandemia uno stato come l’Italia riceve solidarietà dagli alleati europei, qualcosa non quadra in questa unione monetaria. Additati continuamente come se fossimo un paese di cicale, la Germania dovrebbe recuperare parte di quella memoria storica rimossa e grazie alla quale capirebbe qualcosa di più su come la sua economia sia divenuta nei decenni la “locomotiva” d’Europa. Scoprirebbe che parte del suo successo lo dovrebbe anche a paesi come l’Italia, che nei confronti dei tedeschi si dimostrò generosa dopo la Seconda Guerra Mondiale. E non fu la sola.

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Era il 1953 e dopo essere stata già smembrata in due, la Germania beneficiò dell’Accordo di Londra a distanza di sei mesi dall’avvio delle trattative, alle quali presero parte gli stati creditori, cioè quanti vantavano pagamenti relativi alle due guerre mondiali. C’erano tra gli altri Italia, Spagna, Francia, Regno Unito, Svizzera, USA e persino la Grecia. Quell’intesa contribuì alla rinascita economica tedesca e si basò su cinque punti, tutti segno di grande intelligenza, la stessa che era mancata trenta anni prima, quando i creditori, francesi in particolare, non vollero sentire ragioni nel pretendere i pagamenti delle riparazioni di guerra e avevano provocato il collasso fiscale ed economico della Repubblica di Weimar, antipasto dell’ascesa del nazismo a 10 anni dall’iperinflazione.

Accordo di Londra, cosa previde

Cosa avvenne a Londra nel ’53? I paesi creditori riconobbero la necessità di sgravare la Germania dai debiti ereditati dalle due guerre mondiali, anche per compensarla della dolorosa suddivisione in due blocchi, con la parte orientale finita in mani russe.

E si consideri che nel frattempo al governo tedesco era stato ordinato di contribuire alle spese per la nascita dello stato d’Israele. Per prima cosa, l’importo dei debiti venne dimezzato (“haircut”), passando da circa una trentina a 15 miliardi di marchi.

Per il quinquennio successivo, fu stabilito che fossero pagati i soli interessi e non anche il capitale, così da offrire sollievo alle casse statali. E il pagamento stesso fu subordinato alla registrazione di surplus commerciali. In pratica, alla Germania venne offerta la possibilità di rimettersi in piedi con le esportazioni e solo se queste avessero esitato un avanzo, i creditori avrebbero ricevuto gli interessi, così da non mettere in forse la ripresa dell’economia tedesca. Gli stessi interessi vennero tagliati e quelli arretrati vennero calcolati con il tasso semplice e non composto. Inoltre, quelli relativi ai debiti dei piani Dawes e Young, rispettivamente del 1924 e del 1930, vennero posticipati i primi al 1969 e i secondi al 1980. Insomma, la Germania venne fatta rifiatare per il tempo più che sufficiente a rimettersi in sesto.

Non è finita. I creditori si assunsero anche il rischio di cambio, che fino ad allora gravava per contratto sui tedeschi. In sostanza, s’impegnarono a valutare i rimborsi in marchi come se fossero in dollari, a loro volta agganciati all’oro con l’accordo di Bretton Woods. Infine, la parte dei debiti gravante sull’allora DDR decisero che sarebbe stata ripagata solo a seguito della riunificazione delle due Germanie, qualora fosse mai avvenuta. E quando nel 1990 accadde, l’allora cancelliere Helmut Kohl chiese e ottenne la cancellazione di quel debito residuo per agevolare il processo di riunificazione.

La lungimiranza dell’Accordo di Londra

Quelle concessioni dei creditori non vi furono solo per bontà, quanto per lungimiranza. Tenere un paese sotto scacco per decenni, umiliarlo finanziariamente e politicamente e non consentirgli di crescere significa creare le condizioni per fare esplodere in futuro nuove tensioni. La rinascita della Germania fu un bene per tutta l’Europa, perché avvenne nella pace e nella creazione di benessere per tutti.

L’Accordo di Londra del 1953 è, quindi, un esempio di solidarietà spinta dalla reciproca convenienza a mettersi alle spalle le diatribe passate. Eppure, la Germania oggi sembra aver dimenticato del tutto quella lezione di storia, comportandosi con gli stati del Sud Europa, Italia particolarmente, non diversamente dalla Francia nei suoi confronti di un secolo fa.

Attenzione, nel nostro caso l’altissimo debito pubblico non è stato accumulato per cause esterne, ma è stato generato dalle scriteriate politiche fiscali dei governi nell’arco di un ventennio sotto la Prima Repubblica. Dunque, ai tedeschi non stiamo chiedendo di cancellarci un debito che non c’entra alcunché con loro. La questione è più complessa e la condizione molto simile a quella della Germania nel ’53. L’Italia si è messa alle spalle i malgoverni di 30-40 anni fa, pur restando un paese pessimamente gestito, che spende male i soldi dei contribuenti, allergico alle riforme e iper-burocratizzato. Tuttavia, è da quasi 30 anni che lo stato spende meno di quanto incassa, ma il peso degli interessi si rivela gravoso, pur lenito nell’ultimo quindicennio dall’euro.

Se non fosse per gli interessi sui debiti accumulati negli anni Settanta e Ottanta, avremmo chiuso ogni bilancio sin dal 1992 ad oggi, ad eccezione del solo 2009 e del pareggio nel 2010, in attivo, meglio della stessa Germania. Questo significa che l’Italia non sia da un bel po’ un paese di cicale. Ripetiamo, non siamo un esempio di efficienza e di buon governo, ma è una menzogna che spendiamo troppo in relazione alle entrate. La spesa sanitaria, ad esempio, risulta nettamente inferiore a quella di tutti gli altri grandi stati dell’Occidente, come sta emergendo drammaticamente in questi mesi di lotta contro la pandemia. L’unica voce squilibrata è quella delle pensioni, ma per storture di decenni or sono e anche in quel caso, va detto, a compensazione di altre voci di welfare, che da noi o non esistono o esistono in misura limitata.

Onori e oneri con l’euro

Con l’euro, la Germania ha ottenuto una seconda grande opportunità storica, pur non di sua volontà, cioè di legarsi ad altri partner commerciali condividendone una moneta più debole di quella che avrebbe avuto continuando a tenersi il marco tedesco. Grazie anche alla moneta unica, il suo export è volato, ha raggiunto la piena occupazione e potuto tagliare i debiti, che erano cresciuti a seguito dei costi sostenuti per la riunificazione. L’Italia sta chiedendo un passo storico coraggioso, per quanto parziale: l’emissione di debiti in comune e tramite un organismo sovranazionale, al fine di affrontare l’emergenza Coronavirus, dalle conseguenze economiche devastanti, al riparo dai rischi finanziari. La risposta è stata “nein, siete i soliti italiani spendaccioni che volete vivere con il portafogli degli altri”.

I tedeschi ripetono a sé stessi una menzogna storica senza alcun fondamento, se è vero che mai l’Italia abbia ottenuto alcunché dal resto dell’Europa e mai ha saltato una sola scadenza di pagamento verso chicchessia. L’atteggiamento di Berlino è definito nel linguaggio economico da “cherry picker”, letteralmente “raccoglitore di ciliegie”. Essa prende dall’euro ciò che le conviene, ma quando si tratta di assumersene gli oneri, ecco sfoderare la tiritera dei buoni e dei cattivi, delle formiche e delle cicale, degli lassisti e dei virtuosi. Sarebbe sbagliato, pur comprensibile in questa fase in cui seppelliamo i nostri morti, maledire l’Accordo di Londra e il momento in cui ci siamo dimostrati buoni con la Germania. Al contrario, sarebbe opportuno che qualcuno, a porte chiuse, facesse leggere a Frau Merkel e alla sua tirapiedi Ursula von der Leyen il testo di quell’intesa. Così, tanto per farle capire chi fossero gli appestati di alcuni decenni fa.

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