La manovra del governo è targata Savona, non Tria. Ecco come si prenderà il Tesoro sfidando l’Europa

Il vero ministro dell'Economia, ispiratore della manovra di bilancio dell'Italia, è Paolo Savona e non Giovanni Tria. E presto potrebbe diventarlo anche ufficialmente.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il vero ministro dell'Economia, ispiratore della manovra di bilancio dell'Italia, è Paolo Savona e non Giovanni Tria. E presto potrebbe diventarlo anche ufficialmente.

E’ stato il ministro per le Politiche europee ad essersi intestato la manovra di bilancio del primo governo giallo-verde in Italia. Paolo Savona sta recitando il ruolo di ministro dell’Economia ombra, un inedito nella pur bizzarra storia politica del nostro Paese, dove eravamo abituati ormai da decenni a responsabili del Tesoro potenti e spesso in contrasto con i premier in carica. Era accaduto con Giulio Tremonti sotto i governi Berlusconi, con Fabrizio Saccomanni all’epoca del breve governo Letta e con Pier Carlo Padoan sotto i governi Renzi-Gentiloni. Stavolta, è diverso. Sappiamo tutti che Giovanni Tria sia stato un ripiego per Lega e Movimento 5 Stelle, a seguito del veto posto dal Quirinale sul nome di Savona al dicastero di Via XX Settembre. Nulla di personale, ma il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non voleva permettersi di infiammare i mercati finanziari, nominando l’ex ministro del governo Ciampi e autorevole esponente dell’establishment industriale per decenni per quel ruolo di responsabile delle emissioni del Tesoro e della tenuta dei conti pubblici, essendosi negli ultimi anni distinto per posizioni e toni euro-scettici.

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Savona aveva allarmato mercati e UE, quando il suo nome fu proposto a maggio da Matteo Salvini per il ruolo-chiave nel governo penta-leghista. Egli è, infatti, il fautore di quel “piano B”, con cui l’Italia dovrebbe mettere a punto l’uscita ordinata dall’euro, nel caso in cui le condizioni lo richiedessero. Specie dopo essere diventato ministro, pur per un ruolo minore, ha smentito più volte di ambire al ritorno alla lira e, anzi, continua a sostenere che quel piano, formalmente archiviato e non facente parte del contratto di governo, avrebbe rafforzato il peso negoziale dell’Italia in Europa, perché avrebbe segnalato agli interlocutori che l’Italia disponesse di una strada alternativa da battere, in assenza di accoglimento delle proprie istanze.

In Parlamento, complice l’assenza di Tria per partecipare a un evento dell’FMI a Bali, Savona ha difeso i punti-chiave della manovra, invitando a non temere che il reddito di cittadinanza si traduca in assistenza a chi voglia semplicemente non lavorare, in quanto sarà costellato da condizioni restrittive. Ha auspicato un piano di investimenti per unire nord e sud, un po’ come fece con il “New Deal” l’allora presidente americano Franklin Delano Roosevelt. Ma il ministro sembra improntare la sua azione politica sul bastone e la carota nei confronti dell’Europa. Qualche giorno fa, dagli studi di “Porta a Porta”, ha ammesso che se lo spread salisse a 400 punti, la manovra cambierebbe entro la fine dell’anno, pur mostrandosi convinto che non accadrà. Ha anche invitato i due vice-premier ad abbassare i toni con Bruxelles.

La battaglia di Savona per cambiare la BCE

Gli applausi convinti della maggioranza in Parlamento, mai riservati a Tria, confermano che così come Salvini e Luigi Di Maio sono i premier di fatto dell’esecutivo, altrettanto dicasi per Savona con riguardo al Tesoro. Nulla è come sembra in questa fase. L’Economia è solo formalmente guidato da un europeista, mentre nella sostanza la piattaforma del governo si mostra di altra natura. E se nelle intenzioni di Mattarella, ciò avrebbe dovuto ammantare di una patina di credibilità l’esecutivo giallo-verde in Europa e sul fronte mercati, le ultime due settimane hanno svelato l’esatto contrario. La figuraccia di Tria, costretto a rimangiarsi tutte le rassicurazioni concesse a Bruxelles sui conti pubblici, è stata la conferma che stavolta a comandare non sono i “tecnici”, bensì la politica. Il deficit è stato forse volutamente innalzato oltre quell’1,6% (flessibile) a cui puntava il Tesoro, in modo da rimarcare che la maggioranza non è sotto scacco dei burocrati.

A Savona del deficit allo zero virgola in più importa meno di niente. Non è questo il suo terreno congeniale di confronto-scontro con l’Europa. Ai suoi occhi, forse le discussioni accese di queste settimane su 5-6 miliardi in più di disavanzo fiscale all’anno sembreranno lunari. Il boccone ghiotto a cui punta il ministro dell’Economia “in pectore” è ben altro, ossia la BCE. Con il governatore Mario Draghi ha avuto un incontro questa estate, mentre è stato smentito che ne abbia tenuto un secondo a settembre. L’economista chiede l’azzeramento degli spread, attraverso la copertura dei debiti sovrani da parte di Francoforte. Per Savona – in ciò, in ottima compagnia dentro al governo – appare ridicolo che stati della stessa unione monetaria emettano debiti a tassi anche molto diversi tra loro. Se si sta insieme e si adotta la stessa moneta, spiega, anche le condizioni devono essere le stesse. E ha ragione, quando nei fatti ritiene che rendimenti sovrani molto diversi amplifichino le differenze tra gli stati, indeboliscono l’unione monetaria e di fatto quasi costringono i paesi con debiti più alti a porsi il problema se rimanere o meno nell’euro.

Savona sa di avere contro la Germania in questa sua battaglia, che sarebbe campale. Obiettivo impossibile? No, se alle elezioni europee del maggio prossimo le cose andranno come il governo Conte spera. L’ascesa dei sovranisti a Strasburgo costringerebbe il PPE a guardarsi a destra e a stringere con loro un’alleanza alternativa a quella sinora retta con i socialisti. Gli euro-scettici non vogliono cedere ulteriori poteri alla UE, né condividere maggiori rischi sovrani e bancari nell’Eurozona. Questo piace molto ai tedeschi, che da creditori ci tengono a non esporsi alle intemperie altrui. Se la BCE garantisse i debiti nazionali, effettivamente i rischi verrebbero trasferiti in capo agli stati fiscalmente più solidi, ma non è detto che l’istituto debba mai sganciare un solo euro da prestatore di ultima istanza, se grazie proprio alla garanzia apposta sulle emissioni, gli spread crollassero e i costi a carico dei bilanci statali si ridurrebbero, creando le condizioni per risanare più velocemente i conti pubblici.

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L’effetto collaterale della battaglia eventualmente vinta da Savona per i tedeschi sarebbe l’innalzamento dei rendimenti dei Bund. Oggi, la Germania approfitta del suo status di “porto sicuro” per emettere debito a costo negativo fino a scadenze medio-lunghe e praticamente poco superiore allo zero per i decennali. Se le tensioni rientrassero definitivamente, pagherebbe di più, anche se il maggiore costo potrebbe essere compensato dalla rinuncia dei partner a fare pressione su Berlino perché espanda la sua politica fiscale, a sostegno delle altre economie dell’area. Insomma, se si vuole tenere in vita la baracca dell’euro, ognuno dovrà rinunciare e ottenere al contempo qualcosa. L’Italia si vedrebbe ridurre stabilmente gli spread con il cambio di status della BCE, la Germania pagherà di più per i suoi Bund. Tuttavia, la prima asseconderebbe la seconda nel contrastare l’unione bancaria e l’integrazione fiscale nell’Eurozona, l’esatto contrario di quanto propone la Francia di Emmanuel Macron.

Il piano B di Savona avrebbe, almeno nelle intenzioni di questi, messo i tedeschi con le spalle al muro: modifica allo statuto della BCE, altrimenti saremmo costretti a tornare alla lira. La minaccia avrebbe spaventato seriamente Berlino, se fosse rivelatasi credibile e non solo “pour parler”. Adesso, siamo a una fase più avanzata, perché avvicinandoci alle europee la scommessa si traduce in sfida concreta a Bruxelles. Una battaglia, che Tria non può intestarsi, perché non è nelle sue corde e non è stato messo al suo posto per quello, bensì per fare la parte del poliziotto buono. Se dopo la riscrittura del Def al Consiglio dei ministri di fine settembre ha rinunciato a dimettersi solo su pressione di Mattarella, dopo che la sessione di bilancio sarà terminata e sui mercati dovesse tornare un po’ di sereno, la lettera di addio al tavolo del premier Giuseppe Conte verrebbe presumibilmente consegnata. E se Savona avrà acquistato rilevante credito all’estero per essere considerato uomo di spessore con cui interloquire, dosando moderazione e pragmatismo con piani di messa in discussione dell’impalcatura dell’euro, la strada per il Tesoro gli sarebbe spianata. Non può avvenire oggi, nel bel mezzo di tensioni sullo spread. Ma i mercati hanno il diritto di capire se chi firma i BTp emessi sia convinto di quello che stia facendo o se recita un copione anche malamente. E certo che sinora non si può dire che a fine maggio Mattarella abbia fatto un capolavoro.

E se la Commissione UE sotto sotto tifasse Salvini contro i 5 Stelle per salvare l’euro?

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Argomenti: austerità fiscale, Crisi del debito sovrano, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia, Politica, Politica italiana, Spread