La manifattura nell’Eurozona rallenta ai minimi da 26 mesi, brutto segnale per l’economia

L'economia nell'Eurozona starebbe dirigendosi verso la recessione, anche se la BCE si trova nella difficile situazione di non poter alzare i tassi e non avere spazio per fare molto di più per sostenere la ripresa.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'economia nell'Eurozona starebbe dirigendosi verso la recessione, anche se la BCE si trova nella difficile situazione di non poter alzare i tassi e non avere spazio per fare molto di più per sostenere la ripresa.

Il cambio euro-dollaro è scivolato ieri sotto 1,14 per la prima volta in due mesi, risentendo della debolezza dei dati macro in arrivo dalle prime due economie dell’Eurozona. L’indice Pmi manifatturiero in Germania è sceso a ottobre a 52,3 da 53,7 punti, ai minimi da 3 anni e mezzo, mentre in Francia è diminuito a 51,2 dai 52,7 di settembre. Di conseguenza, l’indice nell’intera Eurozona ha subito una decisa decelerazione da 53,2 a 52,1 punti, il livello più basso da 26 mesi a questa parte, mentre quello composito, che include anche i servizi, è passato da 54,1 a 52,7 punti. Il trend resta positivo, visto che qualsiasi valore superiore a 50 punti indica un’espansione dell’attività, quando solo sotto i 50 punti si registra una contrazione. Tuttavia, c’è poco da stare sereni. L’ultima volta che la manifattura si è mostrata in crescita così debole è stato nel 2016, ma allora s’inseriva in un trend di un’accelerazione dell’indice, culminata in un valore record superiore ai 60 punti alla fine dello scorso anno, ben captato dall’accelerazione inattesa del pil nell’area sopra il 2%.

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Nelle tre precedenti occasioni in cui l’indice manifatturiero si è attestato sui valori correnti e all’interno del tratto discendente della curva, per l’economia dell’Eurozona sono arrivate poco dopo pessime notizie. Accadeva nel 2008 e nel 2011, quando l’area cadde in recessione nei mesi successivi, mentre nel 2014 la crisi fu evitata solo dall’avvio di una fase monetaria ultra-espansiva della BCE, che non a caso nel maggio di quell’anno annunciava che avrebbe tagliato i tassi. Nel gennaio seguente, fu varato il “quantitative easing”, che oltre ad avere offerto sollievo ai conti pubblici nazionali, grazie all’azzeramento dei rendimenti, ha beneficiato anche le imprese, i cui costi per rifinanziarsi e investire sono letteralmente precipitati.

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Dai dati Markit emerge, poi, che la fiducia delle imprese manufatturiere nell’area sia attualmente la più bassa dal dicembre del 2012, mentre le aspettative sulla crescita futura, includendo anche il settore dei servizi, risultano scese ai minimi dal novembre del 2014. Del resto, nei primi due trimestri di quest’anno il pil è cresciuto dello 0,4% congiunturale nell’Eurozona, dimezzando i ritmi dal +0,7% dei quattro trimestri precedenti. Difficile, in queste condizioni, che la BCE possa permettersi di alzare i tassi. L’uscita dagli stimoli monetari non è scritta nella roccia, anche se appare abbastanza complicato per l’istituto rimangiarsi la parola e sterzare ad appena due mesi dalla fine dell’anno e degli acquisti condotti con il QE. Pertanto, probabile che si vada più verso una loro “sospensione” e che il governatore Mario Draghi si mostri nelle prossime settimane disponibile a riesumarli all’occorrenza, come del resto hanno sempre sinora recitato i comunicati ufficiali di Francoforte.

Il linguaggio diverrebbe più accomodante nel caso in cui dai dati sul pil emergesse un rallentamento economico più veloce delle attese. La pubblicazione delle stime preliminari avverrà a novembre e sarà seguita da altri dati su manifattura e indice composito da qui al prossimo board della BCE, quello in cui si dovrà comunicare una volta per tutte se gli stimoli cesseranno e quali siano le previsioni dell’istituto per il triennio prossimo su crescita e inflazione. Una nuova lettura ulteriormente più debole e un taglio delle proiezioni macro nell’area autorizzerebbero la banca centrale a prendersi una pausa prima di compiere un passo falso, specie se anche dal petrolio dovessero giungere segnali calanti sulle quotazioni, con prevedibile impatto negativo sulla crescita dei prezzi nell’area. Avessero saputo, i governatori del board avrebbero iniziato ad alzare i tassi verso la fine dello scorso anno, approfittando del visibile miglioramento dell’economia di Eurolandia. Adesso, le condizioni monetarie appaiono effettivamente fin troppo espansive e cionondimeno non risulta facile restringerle proprio mentre il ciclo economico si avvierebbe verso una fase meno positiva o persino negativa. Rischiamo di ritrovarci in recessione senza che la BCE disponga più di strumenti sufficienti per contrastarla.

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Argomenti: Crisi Eurozona, Economia Europa