Rai e Mediaset contro il web sugli ascolti e la paura di Berlusconi per il governo

Silvio Berlusconi ha paura per Mediaset. Con la nascita del governo Conte, anche gli ascolti televisivi potrebbero cambiare.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Silvio Berlusconi ha paura per Mediaset. Con la nascita del governo Conte, anche gli ascolti televisivi potrebbero cambiare.

I Mondiali di Russia stanno portando molto bene a Mediaset, che al termine del primo turno disputato dalle 32 squadre partecipanti ha totalizzato 64 milioni di telespettatori, 10 milioni in più rispetto a quanto riscosso da Rai e Sky nel 2014, quando pure partecipava la Nazionale italiana. Che le cose si mettessero bene a Cologno Monzese lo si era capito a qualche settimana dall’avvio del massimo torneo calcistico nel mondo, quando il vice-presidente Piersilvio Berlusconi aveva annunciato entusiasta che la raccolta pubblicitaria a copertura dell’evento avesse già raggiunto gli 80 milioni di euro, più che pareggiando l’esborso necessario per aggiudicarsi i diritti TV di tutte le 64 gare. Considerando che Mediaset dovrebbe risparmiare sui 35 milioni di euro dalla mancata messa in onda di programmi nelle fasce orarie in cui vengono trasmesse le partite, il bilancio per il Biscione appare già più che positivo.

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Ma in casa Berlusconi non ci sono solo sorrisi, aleggiando diverse preoccupazioni. La prima è stata esternata dall’ex premier Silvio Berlusconi e riguarda la nascita del governo Conte. “Una cosa avevo chiesto a Salvini, di non dare le Comunicazioni ai grillini”. Questo avrebbe confidato furibondo nei giorni scorsi alla stretta cerchia dei collaboratori, notando come il Ministero per lo Sviluppo, che al suo interno comprende le Comunicazioni, sia in mano al vice-premier Luigi Di Maio, non certo un amico di Forza Italia. Non solo, perché con il completamento della squadra di governo, dopo la nomina dei sottosegretari e dei vice-ministri, si è appreso che il leader pentastellato ha voluto tenere per sé proprio la delega sulle Comunicazioni, lasciando di stucco Berlusconi, che confidava in un incarico a un uomo più rassicurante della Lega.

La grande paura di Berlusconi

“Vogliono togliermi le televisioni”, va ripetendo ai suoi Berlusconi, il quale teme che il governo vari misure punitive contro Mediaset, senza che Salvini muova un dito per difenderlo. E più crescono i numeri della Lega e calano quelli di Forza Italia, più il rischio si fa concreto. Tra i provvedimenti più temuti, vi sono il tetto al fatturato pubblicitario e il limite al numero delle frequenze possedute. In particolare, nel programma dei grillini vi era la previsione di un limite legale del 10% per i ricavi pubblicitari rispetto al totale del mercato. Si consideri che la sola Publitalia, che si occupa della raccolta per Mediaset, vale il 60% del mercato televisivo di riferimento. Dire che il colosso goda di una posizione dominante sembra un eufemismo.

Ma c’è di più: gli ascolti. I mondiali li stanno tenendo su, eppure il problema per il principale gruppo televisivo privato italiano è ben più strutturale. Audiweb, la società guidata da Marco Muraglia, ha stravolto i dati sulle rilevazioni, assegnando al web numeri ben più consistenti di quelli sinora ufficialmente stimati. In particolare, a inizio giugno il quotidiano Repubblica avrebbe avuto 3,07 milioni di visitatori unici al giorno, Il Corriere della Sera 2,36 milioni, TgCom 2,24 milioni, quando il precedente sistema di rilevazione della stessa Audiweb a marzo assegnava loro ancora rispettivamente 1,66, 1,26 e 1,3 milioni di visitatori unici quotidiani. In sostanza, il web avanza e avrebbe così diritto a una quota maggiore dei ricavi pubblicitari, nel caso in cui i nuovi numeri diventassero parametro di riferimento per il mercato.

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La partita del governo

L’AgCom, l’authority delle comunicazioni, ha aperto un’istruttoria a carico di Audiweb e il sistema radio-televisivo, ovvero essenzialmente Rai e Mediaset, spera che abbia esito loro favorevole e contrario alle nuove rilevazioni. In sostanza, è in corso una battaglia per la salvaguardia dello status quo in una fase di transizione verso un più ampio mercato dell’intrattenimento e dell’informazione, che comprende ormai a pieno titolo la piattaforma online. Del resto, i primi 5 mercati europei (Regno Unito, Germania, Francia, Italia e Spagna) già nel 2016 hanno complessivamente registrato il superamento degli investimenti pubblicitari nel web (27,7 miliardi) rispetto a quelli in favore delle TV (20,5 miliardi). Ad oggi, invece, le TV si beccano 3,7 miliardi dell’intera torta in Italia, mentre al web restano appena 456 milioni, che salgono a 2,4 miliardi considerando anche le pagine di ricerca e i social.

A meno che la torta non s’ingrandisca – e così sarebbe, ma fino a un certo punto – più investimenti pubblicitari in rete equivalgono a minori investimenti sui canali televisivi. A pilotare gli uni e gli altri sono proprio gli ascolti per i secondi e il numero dei visitatori unici per i primi. E Auditel, società controllata da Rai e Mediaset, potrebbe favorire le TV, attraverso un metodo di rilevazione che li benefici. Ben vengano, quindi, nuove società concorrenti e trasparenti, attive nella rilevazione degli ascolti e delle visite online, che siano in grado di meglio fotografare la realtà del mercato delle comunicazioni. Ma le novità appaiono dirompenti e negative per l’ex duopolio televisivo, che da qui a un anno potrebbe ritrovarsi un amico in meno: l’AgCom.

I quattro commissari dell’authority vengono eletti per metà dalla Camera dei Deputati e per metà dal Senato. Il presidente, invece, è nominato dal premier, d’intesa con il Ministero dello Sviluppo. Dunque, le nomine sono in mano all’attuale governo, se durasse da qui al 2019. Berlusconi rischia di perdere un suo esponente prezioso all’interno dell’ente, quell’Antonio Martusciello, ex dirigente storico e di peso di Forza Italia, oggi commissario. Se l’AgCom penta-leghista avallasse nuovi sistemi di rilevazione dei dati meno favorevoli ai gruppi televisivi e introducesse criteri più restrittivi di interpretazione della concorrenza, si avvererebbe l’incubo dell’ex premier, che più che a vedersi “scippato” delle sue aziende, assisterebbe all’avallo politico a una competizione più equilibrata tra sistema mediatico tradizionale e quello sempre più rampante della rete. Un grosso danno per le TV che vivono di pubblicità, molto meno per Viale Mazzini, che può sempre contare sul canone. E non c’è dubbio che un partito nato dal web e fondato sul “liquid feedback” avrebbe più di un occhio di riguardo per i nuovi mezzi di comunicazione.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia