La lotta al lavoro precario di Di Maio non può passare colpendo la gig economy

Il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, riunisce i rappresentanti della "gig economy" e intima loro condizioni migliori per i rider. Ma il decreto minacciato sarebbe un boomerang proprio per i giovani.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, riunisce i rappresentanti della

Il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, incontra oggi i rappresentanti di 14 società della cosiddetta “gig economy”, le piattaforme digitali che si occupano di consegne e che impiegherebbero in Italia ad oggi 6-7.000 “rider”, i fattorini in moto o bici, che fanno lo slalom in mezzo al traffico delle nostre città per arrivare puntuali a casa dei clienti. Il tema è diventato spinoso, perché il leader del Movimento 5 Stelle sostiene la necessità di creare tutele in capo ai ragazzi che lavorano alle dipendenze di realtà come Foodora, Deliveroo, JustEat, etc. Il governo vorrebbe varare un decreto per costringere tali aziende ad assumere i fattorini con contratti di lavoro subordinati, consentendo loro di usufruire di tutele minime, come indennità di malattia, ferie, contributi previdenziali, salari orari più alti e non più legati al solo cottimo, etc. Contro si è scagliato, in questi giorni, il ceo di Foodora, Gianluca Cocco, 31-enne come il ministro, secondo cui se il decreto fosse presentato e approvato, sarebbe la fine della “gig economy” in Italia e le piattaforme digitali lascerebbe il nostro mercato per recarsi altrove. Dopo la dura replica di Di Maio “sì al confronto, ma non accettiamo ricatti”, Cocco ha aperto a un accordo, ma ribadendo che bisogna renderlo compatibile con i margini e le caratteristiche di queste realtà nate con il web.

Gig economy in fuorigioco: la protesta contro Deliveroo a Milano

Di cosa parliamo? Potremmo definirli a tutti gli effetti gli Uber delle consegne. Il cliente ordina cibo o altri prodotti su internet e in tempo reale la piattaforma contatta i ragazzi registratisi sul sito e che si sono resi disponibili per fasce orarie e/o giorni, affinché si occupino della consegna. L’operazione viene monitorata attraverso un cosiddetto “mobile tool”, un meccanismo che consente alla società di verificare i tempi della consegna, nonché di stilare un ranking, in base al quale i ragazzi registrati o “rider” verranno contattati per futuri lavoretti. In pratica, accade che, se un ragazzo si rifiutasse di effettuare una consegna nella fascia oraria per la quale aveva offerto disponibilità o se la effettuasse in tempi superiori alla media per la fascia chilometrica stimata, acquisirebbe un punteggio più basso e avrebbe minori probabilità di essere richiamato in futuro. Lo stesso dicasi per quanti si rendessero disponibili per fasce orarie e/o giornate limitate.

La lotta alla precarietà di Di Maio

Nei mesi scorsi hanno fatto scalpore alcune testimonianze di rider, i quali sostengono di essere indotti a offrire disponibilità oraria praticamente sterminata per non retrocedere nel ranking e di subire ritmi lavorativi molto stressanti, perché anche solo una manciata di secondi di ritardo rispetto ai tempi stimati dall’algoritmo societario, provoca un declassamento e riduce di molto le probabilità di essere richiamati per lavorare.

La materia è delicata. Essa s’inquadra in quella lotta alla precarietà del lavoro, per la quale il Movimento 5 Stelle ha riscosso enorme successo elettorale al sud il 4 marzo scorso. Paradossalmente, però, il fenomeno della gig economy investirebbe perlopiù la realtà del centro-nord e riguarderebbe poche migliaia di ragazzi, la gran parte dei quali studenti in cerca di qualche soldo per mantenersi agli studi. Non stiamo parlando di un lavoro inteso come stabile nemmeno nei desideri di chi lo svolge, se non in qualche raro caso di disperazione, come potrebbe essere quello di un giovane padre di famiglia rimasto a spasso e che cercasse di sbarcare il lunario anche iscrivendosi alle piattaforme online.

La lotta al lavoro precario avviene nel modo sbagliato

La gig economy non è il problema

Che cosa accadrebbe con il decreto Di Maio, che ha raccolto il “sostegno totale” del collega Matteo Salvini in un evidente supporto reciproco tra le posizioni clou dei due partiti al governo? Il costo del lavoro s’innalzerebbe, anche drasticamente nel caso in cui al rider dovessero essere riconosciuti tutti i diritti di cui parla il ministro. Il che sembra assurdo, perché appare di tutta evidenza che non stiamo parlando di un lavoro stabile, per quanto nemmeno possa accettarsi l’interpretazione delle società coinvolte, secondo cui sarebbe lavoro “autonomo”. I requisiti di autonomia nello svolgimento della mansione richiesta appaiono tenui, se non inesistenti, per via del costante e pressante controllo del committente. Saremmo dinnanzi a un contratto a chiamata (“job call”), ma imbastirlo di ferie, contributi Inps, indennità di malattia, salari minimi orari appare spropositato, in quanto azzererebbe i margini già piuttosto bassi delle società e le spingerebbe praticamente a chiudere in Italia, con la conseguenza che le vittime del presunto sfruttamento finirebbero per non essere più sfruttate, ma anche per non guadagnare alcuno spicciolo.

Esistono soluzioni intermedie, ragionevoli e che consentano a questo business di continuare ad operare o finanche di attecchire e ai ragazzi che vi accettano di farne parte di beneficiare di condizioni migliori? In teoria, sì. Basterebbe almeno alzare le retribuzioni erogate per ciascuna consegna, giocando sulla parte fissa e su quella variabile, stimolando la produttività e al contempo garantendo un rimborso per fascia chilometrica più consono. Tuttavia, il problema deve inquadrasi nel più ampio contesto di precarietà della condizione occupazione dei giovani italiani: uno su tre risulta disoccupato, con punte fino al 50% in diverse aree del sud. Appena un decimo della popolazione tra i 15 e i 24 anni possiede un lavoro, mentre i cosiddetti “Neet”, coloro che non studiano, non lavorano e che nemmeno cercano un lavoro, sono più di un quarto della fascia di età, ponendoci in testa alla classifica europea.

Queste cifre allarmanti ci fanno comprendere meglio come il problema dell’Italia non siano i pochi giovani che lavoricchiano (questo sarebbe il significato del termine “gig”) alle dipendenze delle realtà del web, bensì l’assenza di veri sbocchi occupazionali. Per la legge della domanda e dell’offerta, se migliaia di ragazzi si buttano a capofitto in questi tipi di lavori quale unica credibile fonte possibile di guadagno, è evidente che il coltello dalla parte del manico lo abbiano coloro che offrono tali posizioni, in grado di fare il bello e il cattivo tempo. Pensare che alzare i costi sia la soluzione al problema è un nonsenso: ad essere colpiti sarebbero i consumatori italiani, a loro volta usciti stremati da un decennio di recessione e stipendi praticamente fermi, sempre che siano stati in grado di mantenerne uno.

Il lavoro in Italia? Poco, precario e per i più anziani

Favorire l’occupazione, non irrigidire i contratti

No, caro ministro Di Maio, la lotta alla precarietà non si contrasta eliminando quel poco lavoro o lavoretto che esiste, ma moltiplicando le opportunità lavorative per giovani e non. Servirebbe, in generale, fare l’esatto contrario di quello che Lei propone per la gig economy, ovvero abbattere il costo del lavoro, che non significa tagliare le retribuzioni, ma quel cuneo fiscale che s’insinua tra di esse e quanto un’impresa spende effettivamente per mantenere un dipendente. Vedrà che, se fosse in grado di fare questo, i rider troverebbero alternative e chi non fosse soddisfatto delle condizioni offerte da queste realtà innovative, non risponderebbe alla chiamata di un Foodora o un Deliveroo e con il tempo i compensi si alzerebbero e i consumatori sarebbero in grado di assorbirli, grazie al miglioramento complessivo dell’occupazione (chi consuma a sua volta è un lavoratore).

Negli USA, da molti analisti superficiali accusati di essere la patria del lavoro “junk” o spazzatura, la percentuale di precari sul totale degli occupati sarebbe passata dal 10,8% del 2005 al 10,1% del 2017, ovvero non sarebbe cresciuta, ma persino leggermente diminuita. Questo non è avvenuto con un qualche decreto presidenziale restrittivo verso le norme sulle assunzioni delle imprese, bensì grazie alla ottima congiuntura del mercato del lavoro negli ultimi anni. Il tasso di disoccupazione è sceso in aprile al 3,8% (da noi è all’11,2%), mentre esistono ormai più offerte di lavoro che disoccupati, ovvero potenzialmente tutti coloro che lo volessero, in America troverebbe oggi lavoro e le imprese dovrebbero spronarne gli indisponibili a lavorare. La precarietà la si lotta creando le condizioni per cui le imprese possano assumere e i lavoratori lavorare. I decreti lasciano il tempo che trovano, come insegna il pur positivo Jobs Act del 2014. Non ripeta, signor ministro, gli errori dei suoi predecessori che tanto osteggia.

In America più offerte di lavoro che disoccupati, è record in era Trump 

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Jobs Act

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