La lira turca scende ai minimi da un mese sull’autonomia della banca centrale

La lira turca cede il 3,5% in una settimana, ma non solo per le tensioni con la Russia. Pesa il comunicato del nuovo governo.

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La lira turca cede il 3,5% in una settimana, ma non solo per le tensioni con la Russia. Pesa il comunicato del nuovo governo.

Sta per concludersi una settimana decisamente negativa per la lira turca, il cui cambio con il dollaro cede il 3,5% rispetto ai livelli di chiusura di venerdì scorso, salendo a 2,93, mostrando per la valuta anatolica il livello più basso dalla fine di ottobre, prima che si tenessero le elezioni politiche anticipate di inizio mese, che quasi nessuno si aspettava avrebbero assegnato all’Akp del presidente Erdogan la maggioranza assoluta dei seggi. Siamo ben lontani dal cambio di 2,8239 del 3 novembre scorso. Sarebbe fin troppo facile mettere in relazione l’indebolimento della lira con le tensioni di questi giorni tra Turchia e Russia sull’abbattimento del caccia di Mosca. Ovviamente, anche il peggioramento del contesto geopolitico nell’area sta avendo un peso, ma non è l’unico a influire negativamente sul cambio. E’ accaduto, infatti, che questa settimana il premier Ahmet Davutoglu ha presentato il suo nuovo governo, pubblicando un documento sul programma che questi intende seguire nel corso della legislatura. In esso troviamo le seguenti parole: “continuerà ad essere fondamentale che la banca centrale determini direttamente da sé gli strumenti di politica monetaria che utilizzerà per centrare la stabilità dei prezzi”. Nulla di strano, se non fosse che il mercato abbia notato una differenza lessicale, rispetto al precedente programma presentato solamente nel settembre dello scorso anno, quando risultavano tali parole: “continuerà ad essere fondamentale che la banca centrale determini direttamente da sé gli strumenti di politica monetaria che utilizzerà per centrare la stabilità dei prezzi in maniera indipendente”.

Scontro su taglio tassi Turchia da diversi mesi

Dunque, manca il riferimento all’indipendenza della banca centrale, guidata dal governatore Erdem Basci, che quest’anno ha avuto il suo bel da fare per resistere alle pressioni del governo e del presidente Erdogan, che chiedono un deciso taglio dei tassi per sostenere l’economia.

Proprio tali tensioni e la minaccia della politica di commissariare l’istituto o di cambiare il suo statuto, in modo da rendere più flessibile la politica monetaria, hanno scatenato la fuga dei capitali nei mesi scorsi, ben prima che iniziasse la fase di instabilità politica a giugno, in seguito a elezioni dall’esito inconcludente. Ma il vice-premier Mehmet Semsek ha twittato contro tali speculazioni, invitando a guardare alla sostanza del comunicato e non alle singole parole, rassicurando sul fatto che la Turchia abbia modernizzato le sue istituzioni nell’ultimo decennio e non avrebbe alcuna voglia di tornare indietro.        

Rendimenti bond Turchia risalgono

Il mercato non sembra credere molto alle rassicurazioni ufficiali, tanto che i rendimenti dei bond governativi risultano saliti su base mensile di una trentina di punti base sulla scadenza decennale e tale aumento è avvenuto tutto in quest’ultima settimana. Per i titoli a 2 anni, la crescita è stata di quasi 40 bp in un mese e quasi del tutto, anche in questo caso, è avvenuta in settimana. Le pressioni su Basci, aldilà delle singole parole del comunicato, saranno sempre più forti nei prossimi mesi, perché il governo pretenderà un calo dei tassi, che allo stato attuale apparirebbe poco fattibile, se si considera che l’inflazione si attesta a 1,5 volte il target massimo della banca centrale e che la debolezza della lira e delle partite correnti consiglierebbero il mantenimento di una linea restrittiva. Ma dal G-20 di 2 settimane fa, tenutosi proprio in Turchia, Erdogan ha “spiegato” ai presenti l’importanza di una politica monetaria a sostegno della crescita, forse un monito allo stesso Basci, seduto ad ascoltarlo. Con queste premesse, lo spazio per un recupero del cambio in tempi brevi si fa stretto, anche perché l’avvio della stretta monetaria negli USA rappresenta un altro fattore di pressione sulle economie emergenti, che se non adeguatamente fronteggiato con una politica monetaria adeguata, rischia di portare a una vera fuga dei capitali.

E Basci non sembra essere nelle condizioni di svolgere appieno il suo mandato.  

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