La lira turca recupera il 20% da lunedì, ma la crisi di Ankara non è affatto culminata

La crisi turca potrebbe persino peggiorare con lo spostamento delle alleanze internazionali da parte del governo di Ankara. La lira recupera, ma non illudiamoci.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi turca potrebbe persino peggiorare con lo spostamento delle alleanze internazionali da parte del governo di Ankara. La lira recupera, ma non illudiamoci.

Guadagna intorno all’1,5% mentre scriviamo la lira turca, attestandosi contro il dollaro a un tasso di cambio intorno a 5,8340 e rafforzandosi così circa del 20% rispetto ai minimi storici toccati il lunedì, quando era arrivata a scambiare a 7,24. Un tonificante per la valuta anatolica è stato somministrato ieri nel corso dell’incontro tra il presidente Erdogan e l’emiro del Qatar, lo sceicco Tamim bin Hamad al-Thani, avvenuto ad Ankara per un pranzo di lavoro. Il secondo ha annunciato un piano di investimenti in Turchia per 15 miliardi di dollari. Oltre ad essere una cifra sostanziosa, la promessa di Doha segnala come il “sultano” turco abbia creato una rete di relazioni diplomatiche, che gli stanno assicurando protezione rispetto al crescente isolamento da parte dell’Occidente. Anche la Russia di Vladimir Putin si è detta pronta a sostenere l’alleato, anche se per ora solo a parole. E che dire degli ottimi rapporti con l’Iran, nel bel mezzo delle tensioni tra Teheran e America, nonché tra la prima e l’Arabia Saudita?

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Attenzione a confondere il recupero nelle ultime sedute per la lira turca con la fine della crisi finanziaria nel paese. Non solo restano in piedi esattamente tutte le cause che hanno portato all’esplosione del “sell-off”, tra cui l’ingente e costante deficit corrente; si consideri che lo spostamento dell’asse delle alleanze di Erdogan verso Iran, Russia e Qatar non farebbe che rinfocolare le tensioni con USA ed Europa. Anche l’emirato è in rotta di collisione con sauditi, egiziani, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, ossia gli stati del Medio Oriente schierati con l’America e contro l’Iran. Il fatto che Ankara guardi proprio ai nemici di Washington e stringa con loro alleanze sempre più solide deporrebbe negativamente per le relazioni con l’Occidente e farebbe prevedere capitali esteri alla finestra. Chi investirebbe, infatti, in un’economia il cui governo tende a ostentare una crescente inimicizia con la prima potenza mondiale?

Il recupero della lira turca sta solo parzialmente contagiando i bond. I rendimenti a 2 anni sono saliti ieri fino al 30,8%, salvo arretrare al 26,8% attuale. I decennali viaggiano al 20,6%, pur al di sotto del 21,5% di martedì. E la Borsa di Istanbul sale oggi di circa mezzo punto percentuale, ma perde più del 21% da inizio anno. A non avallare facili entusiasmi vi è una dichiarazione della Casa Bianca, secondo cui nemmeno la liberazione del pastore Andrew Brunson allevierebbe i dazi raddoppiati il venerdì scorso su alluminio e acciaio esportati dalla Turchia verso gli USA. In pratica, gli USA segnalano che non vi sarebbero grossi margini per la trattativa e che i rapporti con Ankara siano destinati a rimanere piuttosto gelidi per il prossimo futuro. Del resto, quello del pastore è solo un pretesto per scatenare la tensione. Gli americani sono irritati dal doppio gioco dei turchi in Siria, dalla repressione dei curdi (alleati degli USA nello scacchiere mediorientale) e dall’avvicinamento progressivo di Erdogan a Mosca e Teheran.

Nessuna novità reale sui tassi

Non dimentichiamoci, poi, che il -36% accusato quest’anno dalla lira turca rende molto meno gestibile il debito contratto in dollari per 467 miliardi da parte di imprese, famiglie e stato; e che la Turchia ha bisogno dei capitali esteri per reggersi in piedi, visto che ogni anno chiude mediamente con partite correnti in deficit per oltre il 5% del pil. Ciò significa che la somma tra le esportazioni e gli afflussi dei capitali risulta essere di gran lunga inferiore rispetto a quella tra importazioni e deflussi finanziari. In altri termini, i turchi chiedono più valuta estera di quanta non ne entri e questo deprezza da anni il cambio. Solo un maxi-rialzo dei tassi sarebbe capace di invertire la rotta, spingendo le famiglie a portare in banca i loro risparmi e a convertire in lire quelli già detenuti in valuta estera, riducendo così anche le importazioni di beni e servizi (tramite calo dei consumi interni) e attirando capitali dal resto del mondo. Il tutto avverrebbe a discapito dei ritmi di crescita sostenuti degli ultimi 15 anni, ma riducendo l’alta inflazione, che nei fatti si traduce in una tassa occulta a carico dei consumatori.

Sarà Erdogan capace di accettare questo cambiamento dei paradigmi su cui ha impostato il boom economico? Si tenga conto che l’impatto di tassi più alti rischia di essere nefasto per le imprese, che oltre ai debiti in valuta estera divenuti più pesanti con il crollo della lira dovrebbero rifinanziare le passività a costi maggiori. A meno di non immaginare un pronto apprezzamento del cambio, che finirebbe per offrire loro complessivamente un “trade-off” accettabile. La risposta timida della banca centrale alla crisi valutaria di questi giorni non induce all’ottimismo. Se nemmeno il -20% segnato nel corso di un’unica seduta ha spinto il governatore Murat Cetinkaya a reagire con l’annuncio di una stretta, difficile che i recuperi più tecnici che reali di questi ultimi giorni portino a miti consigli.

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Argomenti: Crisi paesi emergenti, Crisi turca, economie emergenti, lira turca, valute emergenti

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