La lezione della Turchia ai governi e come Ankara potrà reagire alla tempesta finanziaria

La crisi in Turchia offre una lezione preziosa a chi, anche in Italia, parla spesso erroneamente di sovranità monetaria. La perdita dell'autonomia della banca centrale è stata l'origine della crisi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi in Turchia offre una lezione preziosa a chi, anche in Italia, parla spesso erroneamente di sovranità monetaria. La perdita dell'autonomia della banca centrale è stata l'origine della crisi.

La reazione del presidente Erdogan al crollo scioccante della lira turca, che mentre scriviamo contro il dollaro è arrivata a perdere il 17,6%, scambiando fino a 6,52, è stata l’esatto contrario di quanto servisse alla Turchia per rasserenare gli investitori. L’amministrazione Trump ha appena annunciato il raddoppio dei dazi su alluminio e acciaio esportati dalla Turchia negli USA. “Se l’America ha i dollari, noi abbiamo Allah”. Queste parole segnalano il guanto di sfida che ormai apertamente il capo dello stato ha lanciato a mercati e Occidente. Nessuna intenzione di venire incontro con misure rassicuranti, bensì l’accentuazione del percorso solitario di Ankara nello scacchiere geopolitico internazionale. Ma una crisi resta una crisi, comunque la si chiami. E quella turca è diventata ormai una tempesta finanziaria, con il cambio crollato fino al 40% quest’anno e la Borsa di Istanbul a segnare -16,5%. Per non parlare dei rendimenti sovrani, esplosi al 19,5% per la scadenza decennale e al 21,7% per quella a due anni.

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Ma come si è arrivati a tutto questo? L’epicentro del terremoto finanziario deve essere individuato proprio nel palazzo presidenziale di nuova costruzione, che Erdogan ha voluto per celebrare la sua magnificenza. Dopo oltre un decennio trascorso al governo all’insegna di riforme liberali, che hanno effettivamente rilanciato l’economia turca, triplicandone il pil, il presidente ha cambiato registro. Frustrato dal negoziato infinito con Bruxelles per aderire alla UE e attratto dalla via islamica per offrire ai turchi una prospettiva alternativa a quella sino a quel momento perseguita, il potere è stato esercitato in modo sempre più dispotico, con brusca degenerazione dopo il dubbio fallito golpe di due estati fa.

L’attentato all’indipendenza della banca centrale

Non solo ogni potere è stato di fatto concentrato nelle sue mani (la carica di premier è stata soppressa formalmente con le elezioni dello scorso giugno), ma Erdogan ha preteso di andare oltre i compiti assegnatigli, allungando le mani sulla banca centrale, impedendole da almeno un paio di anni di perseguire una corretta politica monetaria. Autodefinendosi “nemico giurato dei tassi” e minacciando il commissariamento dell’istituto nel caso di stretta, non ha consentito all’ex governatore Erdem Basci prima e all’attuale Murat Cetinkaya di contrastare efficacemente l’alta inflazione, esplosa al 15,4% di giugno, ai livelli massimi da 15 anni a questa parte. Nel frattempo, le partite correnti viaggiano in negativo al 5,5% del pil, a causa della scarsa competitività delle imprese turche e ai deflussi dei capitali da Ankara, attratti anche da tassi più alti negli USA e rendimenti in crescita, pur lentamente, persino nell’Eurozona.

Dopo che a fine luglio la banca centrale ha lasciato invariati i tassi al 17,75%, nonostante le stime degli analisti vedano una crescita tendenziale dei prezzi fino all’apice del 17%, i mercati sembrano avere perduto ogni fiducia sulla capacità dell’istituto di gestire con raziocinio la politica monetaria. Le sanzioni americane imposte ai danni di due ministri turchi, a seguito della diatriba sull’arresto di un pastore evangelico, hanno esacerbato gli animi, fino al collasso della lira di stamattina. In attesa che il ministro dell’Economia e genero di Erdogan, Berat Albayrak, annunci un piano, auspicabilmente credibile, per fronteggiare la crisi, il mercato s’interroga su quali azioni possano essere adottate dalle autorità turche in tempi brevi.

In primis, serve un maxi-rialzo dei tassi. Stando a Investec Asset Management, la stretta che Cetinkaya dovrebbe varare per riportare il beneficio del dubbio tra gli investitori sarebbe di almeno 500 punti base, ovvero i tassi dovrebbero essere portati in prossimità del 23%, nettamente al di sopra dei livelli d’inflazione attuali e attesi nei prossimi mesi. Solo così ci si potrebbe convincere che la banca centrale abbia le mani libere per contrastare il caro-vita. Come avvenne un paio di anni fa in Brasile, quando l’impeachment di Dilma Rousseff sostenne l’umore dei mercati, solo così si attiverebbe un circolo virtuoso: tassi più alti riporterebbero alla calma il trading sulla lira, che rafforzandosi allenterebbe la pressione sui prezzi interni, sgonfiando gradualmente i rendimenti sovrani e migliorando i saldi dei conti pubblici. In un secondo momento, con un’inflazione calante verso il target del 5%, la banca centrale sarebbe in grado di tagliare nuovamente i tassi, pur tenendoli alti per un po’.

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Le altre opzioni in mano alla Turchia

Questo scenario, quasi obbligato, contempla il taglio delle stime di crescita del pil, che già Albayrak per l’anno prossimo ha abbassato al 3-4% dal 7,4% del primo trimestre di quest’anno. Parrebbe, quindi, che aldilà della retorica, persino Erdogan abbia dato l’assenso a un ridimensionamento della crescita economica, drogata da bassi tassi reali, che a loro volta sostengono il credito a un comparto trainante come le costruzioni. Tuttavia, non è detto che il presidente sia disposto di accettare tanto. Egli potrebbe anche optare per imporre temporaneamente controlli sui capitali per arrestare i deflussi. Come? “Congelando” in Turchia gli investimenti azionari, obbligazionari o persino del settore reale più consistenti, in modo da contenere la domanda di valuta straniera. Potrebbe anche arrivare a obbligare i risparmiatori turchi a detenere un quantitativo massimo di depositi in dollari, costringendoli a convertire il resto in lire, anche se la misura rischia di rivelarsi molto impopolare, specie in tempi di inflazione a due cifre. Investimenti esteri oltre una certa soglia sarebbero, poi, sottoposti a previa autorizzazione governativa, così come le carte di pagamento e gli acquisti online dei cittadini turchi incontrerebbero limiti per le operazioni all’estero.

Nel caso in cui le cose si mettessero davvero male, l’ultima carta che Erdogan si giocherebbe sarebbe quella degli aiuti del Fondo Monetario Internazionale, i quali verrebbero erogati, però, dietro il rispetto di un preciso decalogo sulle riforme da attuare e non si vede ragione per cui il presidente turco non faccia in autonomia ciò che sarebbe costretto a fare sotto la stretta osservanza di Washington. Da questa crisi se ne esce solo con il ritorno alla separazione dei poteri. La banca centrale dovrà tornare a operare in piena autonomia sui tassi e dovrà mostrarsi credibile nel farlo, altrimenti nessuna carenza di fiducia verrà sui mercati verrà meno. Una lezione d’oro per i governi europei, alcuni dei quali sognano, nel nome di un malinteso senso di recupero della sovranità, di riappropriarsi della leva monetaria, sottoponendola ai propri desiderata. La politica monetaria non è un’arma a disposizione dei politici per finanziarne la lista della spesa, ma serve a garantire la stabilità dei prezzi e, quindi, del cambio, creando quella cornice all’interno della quale agire per massimizzare la performance economica. Confondere i ruoli trascina un intero sistema nel baratro. E la fiducia, una volta perduta, non torna al primo cenno rassicurante.

Il collasso della lira turca e il pericolo di una crisi in stile argentino, ma senza paracadute

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