La ‘hard Brexit’ si avvicina, ecco l’altro capolavoro dei commissari UE che pesa su Draghi

Theresa May è arrivata al capolinea, oggi potrebbe essere "cacciata" dal suo stesso partito. Lo spettro della "hard Brexit" si avvicina e a perderci saremmo tutti. E domani la BCE di Mario Draghi dovrà tenerne conto.

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Theresa May è arrivata al capolinea, oggi potrebbe essere

Per Theresa May potrebbero essere le ultime ore da premier. Questa sera, il Partito Conservatore voterà una mozione di sfiducia presentata da almeno 48 suoi deputati, il numero minimo necessario previsto dallo statuto per mettere in discussione la posizione del capo del governo. Tra i firmatari vi è l’influente filo-Brexit Jacob Rees-Mogg, il quale ha dichiarato che la May avrebbe il “dovere” di dimettersi.

La diretta interessata si trova all’estero nel disperato tentativo di strappare concessioni ai leader europei sulla Brexit, ma l’avvio del tour ieri ha fatto un buco nell’acqua, dopo che né il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, né la cancelliera tedesca Angela Merkel si sono mostrati propensi a offrirle alcunché di nuovo. L’ala più apertamente schierata per la Brexit tra i Tories le rimprovera di avere firmato il peggiore accordo possibile sul divorzio dalla UE, di fatto privando il Regno Unito della piena sovranità promessa agli elettori in occasione del referendum di due anni e mezzo fa.

Brexit, tutto dipende da come la May saprà vendere l’accordo

Il punto più controverso riguarda il cosiddetto “backstop” dell’Irlanda del Nord. Secondo l’accordo Londra-Bruxelles, che dovrà passare al vaglio del Parlamento di Westminster, quando il Regno Unito uscirà dalla UE nel marzo del 2019, le parti avranno a disposizione altri 21 mesi di tempo per giungere a un’intesa sui termini della Brexit. Nel caso in cui non fosse trovata, le frontiere tra le due Irlande resterebbero aperte per evitare che il loro ripristino materiale e commerciale si traducano in nuove tensioni nell’isola. Secondo sia gran parte dei conservatori che il DUP, gli unionisti nord-irlandesi in maggioranza con i Tories, tale previsione sarebbe inaccettabile, perché di fatto assegna all’Irlanda del Nord uno status speciale, quasi come fosse staccata dal resto del Regno Unito e continuasse a fare parte della UE.

Disastro May sin dalle elezioni UK

L’accordo avrebbe dovuto essere votato lunedì dal Parlamento, ma la stessa May ha ammesso che avrebbe perso e ha preferito rinviarlo, nel frattempo volando in Europa per verificare la sussistenza dei termini per migliorare dal punto di vista britannico l’intesa stretta con Bruxelles.

Adesso, le probabilità che stasera venga sfiduciata appaiono altissime. La donna è reduce da un disastro dopo l’altro. Un anno e mezzo fa, a sorpresa chiese e ottenne elezioni anticipate e nonostante i Tories viaggiassero nei sondaggi al doppio dei consensi dei Labour, la scarsa performance pubblica della premier ridusse a soli due punti percentuali il vantaggio alle urne, facendo arretrare i seggi del partito in Parlamento, perdendo la maggioranza assoluta conquistata nel 2015 da David Cameron per la prima volta dal 1992. Da allora, le sue credenziali di leader non hanno fatto che precipitare, specie sul caos Brexit, non essendosi mostrata all’altezza di negoziare con la UE un accordo dignitoso per Londra.

Che cosa accadrebbe nel caso in cui la May fosse sfiduciata? Gli scenari appaiono molteplici. Anzitutto, bisognerà rimpiazzarla con un altro leader ed è probabile che i firmatari della mozione di sfiducia ne abbiano uno pronto. Chi sarebbe? Un nome spendibile potrebbe essere quello di Boris Johnson, popolare ex sindaco di Londra, già ministro degli Esteri fino all’estate scorsa e fautore della “hard Brexit”, che poi è lo spettro tanto temuto da entrambe le parti e che sta prendendo sempre più corpo negli ultimi giorni. Eletto il nuovo premier (con o senza elezioni anticipate), o sarà proposto al Parlamento lo stesso accordo o si tornerà a trattare con la UE. In questa seconda ipotesi, i tempi per giungere a un’intesa sarebbero stretti e non è nemmeno detto che il team negoziale capeggiato da Michel Barnier si mostri disponibile a rivedere i punti contestati dalla controparte.

Se nessun accordo venisse trovato, dal marzo prossimo il Regno Unito non sarebbe più membro della UE e verrebbe trattato come un qualsiasi partner commerciale esterno, per cui sulle sue esportazioni di beni e servizi sarebbero imposti i dazi minimi applicati da Bruxelles alle economie non rientranti in alcun accordo commerciale specifico.

Chiaramente, lo stesso farebbe Londra ai danni di beni e servizi importati dalla UE. Per non parlare della City, che vivrebbe un vero incubo per il fatto che il mercato dei derivati in euro perderebbe copertura legale e la UE ha già fatto presente che intende riportarne la gestione dei contratti nell’Eurozona. A perderci sarebbero tutti. Londra esporta verso il resto della UE servizi finanziari, mentre la UE è esportatrice netta di beni, con la sola Germania a vendere sul territorio britannico per un controvalore netto annuo di circa una cinquantina di miliardi di euro.

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La “hard Brexit” farebbe male proprio alla UE

Non serve a nessuno creare caos, mettendo a repentaglio l’export proprio in una fase di acute tensioni commerciali nel mondo sulle controversie USA-Cina. Eppure, lo scenario peggiore si sta materializzando sulla volontà palese dei commissari di punire i britannici per la loro scelta di abbandonare le istituzioni comunitarie. Senonché, a pagare pegno sarebbe, anzitutto, proprio l’economia europea, già in deciso rallentamento. Le più colpite sarebbero Germania e Olanda, stretti partner commerciali di Londra, ma anche Italia e Francia accuserebbero perdite. Non solo, ma l’irrigidimento delle posizioni a Bruxelles ha contribuito a indebolire la pur malleabile May, con la conseguenza che dopo stasera a Downing Street entrerebbe un premier meno cedevole sulla Brexit, come lo stesso Johnson. Sarebbe un disastro per i commissari e l’asse franco-tedesco. Soprattutto, Emmanuel Macron si è mostrato ad oggi molto duro verso l’Oltremanica, interpretando il ruolo di difensore della UE, non calcolando il rischio di avere tirato anch’egli troppo la corda.

Tutto questo sta accadendo mentre la BCE di Mario Draghi dovrà decidere domani se e in che termini uscire dal “quantitative easing”, cessando gli acquisti di assets per 15 miliardi al mese dopo dicembre. Tra le proteste in Francia dei “gilet gialli”, la crisi di leadership della cancelliera Angela Merkel, lo scontro tra Italia e Commissione sul deficit, caos Brexit e rallentamento della crescita nell’area, non pare che questa sarebbe la tempistica migliore per ridurre gli stimoli monetari e lasciare intravedere un rialzo dei tassi nei mesi prossimi.

Tutti i fattori che abbiamo citato sono depressivi della fiducia di investitori e consumatori, impattando negativamente sulla crescita economica e la stessa inflazione, con il target di quest’ultimo già minacciato dal crollo del petrolio negli ultimi due mesi. Draghi dovrà battere un colpo domani, anche se non è detto che lo faccia convintamente, date le pressioni in seno al board per una imminente svolta monetaria. Eppure, tutto sembra andare nella direzione opposta a quella immaginata da Francoforte fino a qualche mese fa.

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