La hard Brexit agita i mercati, la premier May sembra al capolinea e Johnson favorito

Tentativi di assalto alla premiership da parte dell'ex sindaco e già ministro Boris Johnson. La May avrebbe i giorni contati al governo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Tentativi di assalto alla premiership da parte dell'ex sindaco e già ministro Boris Johnson. La May avrebbe i giorni contati al governo.

Nel Regno Unito, le acque della politica sono agitate dall’affare “burka”. L’ex ministro degli Esteri, Boris Johnson, ha definito le donne che indossano il velo islamico integrale “buche per le lettere” e “rapinatori di banca”, scatenando una polemica che sta dividendo il Partito Conservatore, creando imbarazzo anche negli ambienti governativi, tanto che la premier Theresa May ha chiesto che l’ex sindaco di Londra chieda scusa per queste parole “sbagliate”. E i Tories hanno avviato un’indagine interna per accertare se Johnson abbia violato o meno il codice di condotta del partito. Non fatevi un’idea sbagliata: la polemica ha semplicemente rafforzato le sue già elevate quotazioni come possibile successore della May a Downing Street. Il biondo scapestrato ha quadruplicato gli indici dI popolarità tra l’elettorato conservatore in poche settimane dalle sue dimissioni, rese il 9 luglio scorso in polemica contro la linea del governo sulla Brexit, che egli giudica remissiva e debole sul piano negoziale.

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L’indagine interna dei Tories sembra una buffonata autolesionistica degli avversari di Johnson, che ha ricevuto diversi endorsement di peso per sostituire in corsa la premier attuale. Da Donald Trump a Steve Bannon, passando persino per il “nemico” interno Nigel Farrage, tutti ne lodano le doti di leader e la sua schiettezza di idee e toni. Del resto, i conservatori non dispongono di alcuna personalità di peso da contrapporgli e dalle ultime elezioni generali anticipate, la premier May è diventata un’anatra zoppa nella politica britannica, fonte più di imbarazzo che di unità interna al partito.

Proprio su pressione dell’ala dura dei Tories, capeggiata da Johnson, nel vocabolario della politica UK è entrata di prepotenza l’espressione “no deal” per indicare lo scenario più temuto dai mercati, ossia quello di un mancato accordo tra Londra e Bruxelles, al termine della maratona negoziale tra le parti, che si concluderà nel marzo prossimo. Secondo i fautori della “hard Brexit”, meglio un non accordo che un cattivo accordo, lamentando che la May starebbe presentandosi al tavolo delle trattative con i commissari europei senza un’alternativa credibile e praticamente consegnandosi mani e piedi ai loro desiderata, con la conseguenza che il Regno Unito fuori dalla UE continuerebbe a restare assoggettato alla legislazione europea e senza disporre di voce in capitolo, non essendo più parte delle istituzioni comunitarie.

Il mancato accordo scuote i mercati

Lo scenario di un “no deal” agita i mercati, con la Borsa di Londra a viaggiare poco sotto la parità quest’anno, mentre la sterlina ha perso l’11% in 4 mesi, attestandosi contro il dollaro a un tasso di cambio di 1,2750. Poco probabile che si verifichi, non fosse che per le ripercussioni negative a cui la stessa economia britannica andrebbe incontro, trovandosi dal giorno stesso dell’uscita ufficiale dalla UE senza normative in vigore per sostituire quelle sin lì applicate e senza un sistema di riconoscimento delle certificazioni e con dazi che verrebbero imposti dai partner europei sulle esportazioni delle sue merci e dei suoi servizi.

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In questi mesi delicati, la leadership della May vacilla di settimana in settimana e si specula su una sua imminente caduta, specie man mano che la popolarità di Johnson si fa sempre più forte. E che attorno alla premier si stia attuando una manovra a tenaglia lo confermerebbe anche l’attacco dell’ex ministro, che chiede al governo di abbassare le “alte imposte” sugli acquisti di immobili, notando come appena 10 anni fa ben il 64% dei giovani tra i 25 e 34 anni possedesse una casa di proprietà, mentre oggi appena il 39%. Egli ha anche attaccato le politiche dei laburisti sul tema, sostenendo che mentre negli anni Settanta si costruivano 300.000 case all’anno, dopo Tony Blair al governo si è scesi intorno alla metà.

Quando Johnson premier?

Puntare sulla casa sembra l’ultima strategia di Johnson per scalare definitivamente i Tories, puntando alla sostituzione della May come premier, la quale a sua volta non più tardi di due anni fa ebbe a sostituire David Cameron, dimessosi dopo il referendum perso sulla Brexit. Si tratta di capire quando verrebbe sferrato l’attacco frontale per mettere KO il capo del governo. Se ciò avvenisse a breve, significherebbe che Johnson punti a gestire la fase finale delle trattative con la UE e lo scenario di un “no deal” diverrebbe più che probabile, dovendo certamente dimostrare agli elettori conservatori di distinguersi dal modus operandi dell’attuale premier. Se, invece, l’uomo farà trascorrere tutto il periodo negoziale e solo a Brexit avvenuta sfidasse apertamente la May, per la UE non cambierebbe niente, se non di ritrovarsi un governo a Londra molto meno vicino alle prime battute fuori dalle sue istituzioni.

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Se oggi si tornasse a votare, i Labour di Jeremy Corbyn sarebbero persino potenzialmente primo partito, ragione per cui i Tories temono di soccombere agli avversari di questo passo, a causa della carente leadership. L’inedito asse con l’Ukip di Farrage e persino la benedizione della destra radicale del British National Party lancerebbero Johnson verso Downing Street. Mai come adesso i conservatori hanno bisogno di non perdere consensi alla loro destra per arginare il rischio di una sconfitta nel caso si tornasse alle urne prima del termine ufficiale della legislatura. E con una maggioranza in Parlamento appesa ai voti dei 10 unionisti protestanti irlandesi, non sarebbe una probabilità remota.

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Argomenti: Brexit, Economie Europa