La guerra valutaria minaccia di distruggere il commercio mondiale. Ecco i segnali di allarme

Le economie mondiali potrebbero essere trascinate in una guerra valutaria dalle conseguenze allarmanti per il commercio mondiale. Il Baltic Dry Index e lo studio dell'economista David Woo confermerebbero i rischi.

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Le economie mondiali potrebbero essere trascinate in una guerra valutaria dalle conseguenze allarmanti per il commercio mondiale. Il Baltic Dry Index e lo studio dell'economista David Woo confermerebbero i rischi.

Non ci sono dubbi che il 2015 sia iniziato con una vera e propria “guerra” tra valute, con 16 banche centrali di tutto il mondo ad avere tagliato i tassi, in modo da reagire all’indebolimento delle valute altrui. Il caso più eclatante è quello della Danimarca, che nel tentativo disperato di allentare la pressione sulla corona, ha tagliato i tassi 4 volte in 3 settimane, segnalando un nervosismo senza precedenti a Copenaghen. E questa settimana, il governatore della Reserve Bank of Australia, Gleen Stevens, ha auspicato un tasso di cambio più basso per il dollaro australiano, annunciando al contempo un taglio inatteso dei tassi. La BCE cerca di indebolire l’euro, la Bank of Japan lo yen, la RBA il suo dollaro, la Scandinavia le sue corone, la Bank of England tiene sotto controllo la sterlina, la Federal Reserve non alza ancora i tassi per non rafforzare eccessivamente il dollaro, e così via. La situazione è grave, perché si rischia di piombare negli anni Trenta, quando le economie nazionali cercarono di reagire alla crisi con la svalutazione competitiva. Il risultato fu che il commercio mondiale crollò a livelli infimi, le economie non si ripresero, se non successivamente allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.   APPROFONDISCI – La BCE varerà nuovi stimoli giovedì? Segnali di guerra valutaria nel mondo  

Volatilità cambi ai massimi

David Woo, ex economista del Fondo Monetario Internazionale, oggi a capo della ricerca sui tassi e valute di Bank of America – Merrill Lynch, spiega il perché questa strategia sia pericolosa: è un gioco a somma zero. Se qualcuno ci guadagna, sarà sulle spalle di qualcun altro. Ma se tutti svalutano, nel tentativo di guadagnare, in realtà nessuno sta realmente guadagnandoci.

Semplicemente, le imprese esportatrici vedranno aumentare l’instabilità sul fronte valutario e i costi per proteggersi dalle fluttuazioni del cambio aumentano, con la conseguenza che ci si concentrerà maggiormente sulla produzione domestica. In sostanza, il pericolo che segnala Woo è che le economie potrebbero essere spinte inconsciamente a chiudersi al commercio mondiale, a causa delle incertezze relative alle valute. L’economista stima, ad esempio, che la volatilità dei cambi di dollaro, euro e yen sarebbe del 20%, il livello più alto degli ultimi 15 anni, ad esclusione del periodo del crac di Lehman Brothers. La volatilità studiata da Woo è stata stimata calcolando la differenza tra il minimo e il massimo toccati dai cambi nelle ultime 26 settimane.   APPROFONDISCI – Guerra valutaria tra Usa e Giappone. L’America è debole e nervosa   Lo stesso risultato si trova con lo studio della volatilità valutaria, basata sui pil delle economie. Si riscontra un livello massimo dal 1997-’98, ovvero dai tempi del crollo delle economie asiatiche.

Allarme BDI

I timori di Woo troverebbero riscontro nel Baltic Dry Index (BDI), un indicatore dei costi marittimi, relativamente al trasporto di materiali “dry”, non liquidi, nonché “bulk”, sfusi. A differenza di quanto il nome lasci intravedere, il BDI non rappresenta i costi del solo Baltico, ma delle principali rotte mondiali, per cui approssima abbastanza bene la realtà dei costi e del livello degli scambi per via mare.   APPROFONDISCI – Il QE di Draghi scatena già una guerra tra valute: taglio dei tassi anche in Norvegia?   Ebbene, il BDI è crollato a gennaio a 636 punti, appena l’1,8% in più del minimo toccato nel luglio e agosto del 1986, quando le quotazioni del greggio erano, però, 5 volte più basse di quelle odierne, già dimezzate rispetto al giugno scorso. Il prezzo del petrolio più basso e i guadagni di efficienza nel trasporto delle navi potrebbero avere contribuito in maniera non secondaria al crollo dei costi, ma ripetiamo quanto appena scritto, cioè che l’indice si è portato, comunque, ai livelli di 28 anni e mezzo fa, quando il greggio costava appena 10 dollari al barile. Di conseguenza, il BDI segnalerebbe una contrazione costante del commercio mondiale, tornando ai livelli post-Lehman del 2008, quando subì un tonfo tra l’85% e il 95%. Pessimo indizio di un’economia mondiale tutt’altro che rampante. La guerra valutaria potrebbe davvero avere già provocato lo spettro dell’arrivo di una grande crisi delle economie mondiali più avanzate.   APPROFONDISCI – L’allarme di Trichet contro la guerra tra valute: accordo contro le svalutazioni competitive    

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