La guerra valutaria è inutile, le svalutazioni non stimolano le esportazioni per l’FMI

L'FMI cerca di dimostrare come la guerra valutaria in atto sarebbe inutile per stimolare le esportazioni, visto che le svalutazioni competitive non darebbero i frutti sperati.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'FMI cerca di dimostrare come la guerra valutaria in atto sarebbe inutile per stimolare le esportazioni, visto che le svalutazioni competitive non darebbero i frutti sperati.

Il cambio euro-dollaro oltre la soglia di 1,10 ha allentato le tensioni negli USA, visibili fino a una settimana fa, quando sembrava una questione di giorni il raggiungimento della parità tra le due valute. Fino all’8 maggio del 2014, un euro valeva quasi 1,40 dollari, 30 centesimi in più di oggi. Nell’ultimo anno, il dollaro ha guadagnato oltre il 20% contro 10 valute principali, tra cui euro, corona norvegese e rublo. E dal 2011 ad oggi, le valute emergenti hanno perso mediamente il 24% contro il biglietto verde.

Guerra valutaria scatenata da banche centrali

Eppure, proprio questi dati confermerebbero che la “guerra valutaria” in corso da tempo tra le principali economie del pianeta, per usare un’espressione del 2010 dell’allora ministro delle Finanze brasiliano, Guido Mantega, sarebbe inutile o scarsamente efficace. Proprio il real brasiliano sarebbe la principale dimostrazione di come la valuta di un paese possa anche crollare senza per questo stimolare l’economia: in 4 anni, ha perso il 48%, ma il Brasile ha registrato in questi anni il tasso di crescita più basso degli ultimi 20 anni, stagnando nel 2014, mentre quest’anno il suo pil dovrebbe cedere lo 0,8%, registrando la recessione più dura degli ultimi 25 anni. L’unica conseguenza del crollo del real è stata l’inflazione al 7,7% a febbraio, il livello più alto da un decennio a questa parte.   APPROFONDISCI – La guerra valutaria minaccia di distruggere il commercio mondiale. Ecco i segnali di allarme   Lo stesso dicasi della Russia e della Norvegia, anche se qui abbiamo due casi particolari di economie, la cui valuta è precipitata contro il dollaro per il tonfo del valore delle esportazioni, in seguito al dimezzamento delle quotazioni del petrolio, trattandosi di paesi produttori energetici. La Russia è in recessione, in parte, però, anche a causa delle sanzioni finanziarie di USA e UE legate al caso Ucraina, la Norvegia cerca di stimolare la sua economia e punta a recuperare competitività sui mercati internazionali. Le stesse economie emergenti, nonostante valute molto più deboli, hanno dimezzato il loro tasso di crescita delle esportazioni al 4% di questi ultimi 4 anni dall’8% del decennio precedente.

Svalutazione il cambio forse non serve

Uno studio del Fondo Monetario Internazionale troverebbe forse la risposta sul perché le cosiddette “svalutazioni competitive” non siano così efficaci come in passato: tra il 1986 e il 2000, a fronte di una crescita dell’1% del pil mondiale, il commercio cresceva del 2,2%; tra il 2000 e il 2007 dell’1,5%; tra il 2008 e il 2013 di appena lo 0,7%.   APPROFONDISCI – Quello che Krugman e la MMT non dicono: il vero errore è la svalutazione competitiva   In sostanza, con l’intensificarsi della globalizzazione, il ritmo di crescita dei commerci sta rallentando, essendo già cresciuto molto. Rispetto al passato ci sarebbe molta più concorrenza tra le varie economie e questo rende meno efficaci le svalutazioni, a maggior ragione se l’intervento di una banca centrale per indebolire il cambio genera una guerra tra valute. Ciascun paese cercherà di scaricare sull’altro la sua perdita di competitività, ma alla fine gli effetti saranno nulli, andando semplicemente a detrimento del commercio mondiale. Si veda a tale proposito il dato scioccante del Baltic Dry Index, un indicatore del grado di commercio via mare tra gli stati.   APPROFONDISCI – La crisi della Grecia si spiega anche col crollo del Baltic Dry Index, ecco perché  

Dubbi sul QE di Draghi

Anche la BCE potrebbe scoprire presto che l’indebolimento dell’euro causato dal varo del QE potrebbe tradursi solo in un aumento dell’inflazione e non nella crescita delle esportazioni. Due giorni fa, la Fed di Cleveland ha pubblicato un rapporto, dal quale si evidenzia come i prezzi negli USA sarebbero scarsamente sensibili alle variazioni del cambio, in quanto il 95% delle importazioni americane riguarda merci quotate in dollari. Letto al contrario, lo studio ci suggerisce che un euro più debole non si tradurrà in prezzi di vendita più bassi in America, quindi, le esportazioni verso la principale economia del pianeta rimarrebbero sostanzialmente inalterate.   APPROFONDISCI – Cambio euro-dollaro a 1,10, esportazioni europee poco reattive per uno studio Fed   Certo, non esiste solo l’America come meta di destinazione delle nostre merci. Pensiamo al resto dell’Europa fuori dall’Eurozona o all’Asia. Peccato per noi, però, che dall’inizio dell’anno, oltre una ventina di banche centrali ha cercato di neutralizzare gli effetti degli stimoli monetari della BCE con tagli dei tassi e il varo di altre misure simili al QE. E’ la guerra valutaria.   APPROFONDISCI – La guerra valutaria renderà inefficace il QE di Draghi      

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Crisi Euro, economie emergenti