La “guerra” tra America e Cina si fa seria, Trump minaccia di cacciare le aziende di Pechino da New York

Delisting delle società cinesi dalla Borsa di New York. E' la minaccia dell'amministrazione Trump alla vigilia delle trattative commerciali con Pechino, che reagisce a sua volta con l'ipotesi di uno stop all'acquisto del debito americano.

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Delisting delle società cinesi dalla Borsa di New York. E' la minaccia dell'amministrazione Trump alla vigilia delle trattative commerciali con Pechino, che reagisce a sua volta con l'ipotesi di uno stop all'acquisto del debito americano.

A distanza di due settimane dalla riattivazione delle trattative tra USA e Cina per trovare un accordo commerciale, l’amministrazione Trump cala l’asso ed è di quelli che rischiano di fare saltare il banco. Dalla Casa Bianca trapela l’intenzione di effettuare per via legale il delisting delle società cinesi quotate a New York.

L’argomentazione forte non manca: Pechino non garantisce piena trasparenza per le sue quotate, rilasciando solo parzialmente i dati finanziari per “ragioni di sicurezza nazionale” e sottraendo i suoi colossi al monitoraggio del “Public Company Accounting Oversight Board”. La mossa obbligherebbe il New York Stock Exchange a “cacciare” qualcosa come 156 aziende cinesi, di cui 11 statali, per un controvalore complessivo di circa 1.200 miliardi di dollari di capitalizzazione.

Trump vuole limitare, se non impedire del tutto, l’accesso alla Cina del mercato dei capitali americani. Per i cinesi, sarebbe un serio disastro. E da Pechino replicano alla minaccia con la ritorsione ventilata (da tempo) di stoppare gli acquisti di titoli del debito americano, se non di venderli. La Cina risulta ancora prima creditrice degli USA con Treauries in portafoglio per oltre 1.100 miliardi di dollari. Nonostante nei mesi scorsi siano circolate più volte voci su un presunto “sell off” ordinato dal governo cinese, nel luglio scorso Pechino deteneva 95 miliardi di dollari di titoli americani in più su base annua.

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Le due minacce, per quanto entrambe serie, non possono considerarsi alla pari. L’eventuale vendita massiccia di Treasuries ne farebbe certamente impennare i rendimenti nel breve periodo, ma con il tempo la situazione sui mercati si normalizzerebbe, vuoi perché oggi come oggi i titoli americani figurano come i più remunerativi nel mondo avanzato, vuoi anche perché tutti gli investitori istituzionali e le banche centrali nei fatti si trovano costretti a comprarli, in quanto assets più liquidi al mondo, sicuri e rifugio nelle situazioni di tensione internazionale.

A dire il vero, gli stessi cinesi non farebbero un affare vendendoli o non comprandoli più, perché le loro detenzioni di Treasuries garantiscono rendimenti soddisfacenti per l’impiego di quella liquidità accumulata grazie ai surplus commerciali, con gli USA in primis.

Il rischio sarebbe per loro di ritrovarsi con un cambio più forte (e una competitività minore delle proprie aziende), a causa della mancata conversione degli yuan in valuta americana. Né si può pensare che le alternative siano i mercati europei, che sono, singolarmente presi, più piccoli per dimensioni e molto meno liquidi. Si pensi ai Bund, che scarseggiano da tempo e che rendono negativamente lungo l’intera curva delle scadenze, infliggendo perdite agli obbligazionisti, al netto dell’effetto cambio.

Minaccia seria contro la Cina

Per contro, la Cina non può permettersi di perdere l’accesso al mercato dei capitali americani, perché questo appare insostituibile. La finanza a stelle e strisce non presenta alternative di rilievo nel mondo e non potere raccogliere capitali americani per la quotazione in borsa o per l’emissione di debito sarebbe un danno enorme per l’economia cinese, la quale subirebbe un grave contraccolpo in termini di costo per qualsivoglia operazione di natura finanziaria, nonché impedimenti seri al lancio di investimenti, non essendovi offerta sostitutiva sufficiente di denaro per finanziarli.

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Se si tratti di un bluff di The Donald per giungere alle trattative con il coltello dalla parte del manico e spuntare le migliori condizioni possibili per l’America lo vedremo. Di certo, Washington ha intenzione di far capire al Dragone dell’Asia quale sia la propria forza sul piano economico, finanziario e politico, rifuggendo dalle interpretazioni di questi anni, secondo cui l’approccio con Pechino non potrebbe che essere morbido e massimamente diplomatico per via del crescente peso che la seconda economia mondiale possiede in ogni ambito.

Senza i dollari, i cinesi sono nulla. Questo sarebbe in estrema sintesi il messaggio che Trump intende recapitare al collega Xi Jinping, il quale dovrà scegliere tra il mantenimento dell’attuale accesso al primo mercato finanziario mondiale in cambio di cedimenti su quello commerciale o la perdita del primo con annesse implicazioni negative anche per il secondo con l’imposizione di ulteriori dazi e barriere non tariffarie.

E poiché la produzione di merci avviene grazie agli investimenti realizzati anche attraverso i capitali americani, la Cina non potrà sottovalutare l’aut aut, anche perché avrebbe solo da perderci e non disporrebbe di armi di ritorsioni di pari grado, essendo potenza esportatrice, cioè dipendente dai mercati di sbocco.

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