Tra Frau Merkel e Juncker è guerra aperta, la posta in gioco

Scontro tra Commissione europea e Germania su conti pubblici e ruolo politico di Bruxelles. E Jean-Claude Juncker chiede aiuto all'Europarlamento.

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Scontro tra Commissione europea e Germania su conti pubblici e ruolo politico di Bruxelles. E Jean-Claude Juncker chiede aiuto all'Europarlamento.

Lo scontro sotterraneo di questi ultimi mesi tra la Commissione europea e la Germania è emerso quest’oggi a Strasburgo, dove il presidente Jean-Claude Juncker ha cercato il sostegno dell’Europarlamento contro i tentativi di “alcuni” di indebolire il ruolo di Bruxelles sulle regole comuni, in particolare, sull’economia e i conti pubblici. Dettosi sicuro dell’appoggio dei deputati europei, Juncker ha di fatto sfidato pubblicamente la Germania, pur senza citarla, che pur essendo stata suo sponsor alle elezioni europee di appena un anno e mezzo fa, adesso mostra da qualche mese diversi motivi di critica. Il governo tedesco della cancelliera Angela Merkel crede che la Commissione abbia adottato un atteggiamento troppo politico nel fare rispettare le regole di bilancio. A Berlino non è andata giù l’eccessiva flessibilità mostrata dai commissari verso la Francia, che pur rinviando di anno in anno il raggiungimento del target sul deficit, non è stata ancora formalmente richiamata da Bruxelles, rivelatasi fin troppo morbida.

Germania chiede valutazioni meno politiche sui conti pubblici

Lo stesso dicasi per l’Italia, che ha già usufruito della flessibilità in relazione ai conti pubblici di quest’anno e ha chiesto altrettanto per il prossimo anno, presentando persino una legge di stabilità senza coperture per oltre la metà degli importi movimentati, ossia per circa 15 miliardi di euro. I tagli delle tasse promessi dal premier Matteo Renzi non sono finanziati da tagli alla spesa o da aumenti di altre tasse, una linea di politica fiscale indigesta ai tedeschi, che hanno dovuto già ingoiare il rospo amaro del “quantitative easing” della BCE. In sostanza, Berlino ritiene di avere concesso troppo e ottenuto nulla o poco. A fronte di una politica monetaria molto più accomodante di quella che avrebbe desiderato, il risanamento dei conti pubblici nazionale sembra procedere a rilento e quel che è peggio, la Commissione europea non starebbe premendo a sufficienza per spingere i governi a fare di più, ma anzi asseconderebbe i loro orientamenti.        

Commissione teme di essere indebolita da proposte tedeche

Sappiamo già che la valutazione sulla legge di stabilità italiana sia stata abbastanza vivace, tanto che Bruxelles ha rinviato il suo giudizio alla primavera prossima, quando era evidente che non vi fossero i presupposti per approvarla così com’è.

Per questo, Frau Merkel ritiene che il ruolo di Juncker sia diventato troppo politico e che ciò si stia riflettendo negativamente sull’ordine dei bilanci nazionali. Da qualche mese, la Germania propone di affidare la supervisione dei conti pubblici a un super-commissario, una figura altamente tecnica e sganciata dalla Commissione. Nelle intenzioni esternate dal ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, ciò sarebbe dovuto non alla necessità di ridimensionare il ruolo di Bruxelles, quanto di separarlo da quello più propriamente “tecnico”, avendo assunto con le ultime elezioni la Commissione una veste più politica. I detrattori, al contrario, sostengono che la proposta conterrebbe un’insidia: la Germania metterebbe le mani sui bilanci di tutti gli stati, piazzando a capo dell’organo di valutazione un suo uomo fidato.

Divisioni su Unione bancaria

Non ultimo, la proposta della Commissione di pochi giorni addietro di uno schema unico di garanzia sui depositi per i paesi dell’Eurozona ha fatto infuriare il governo di Berlino, che tutto vorrebbe, tranne che sobbarcarsi il costo di eventuali salvataggi di banche non tedesche. Prima di compiere un simile passo, la Germania pretenderebbe che le banche dell’unione monetaria s’irrobustissero a livelli ottimali, in modo da minimizzare i rischi di intervento del Fondo europeo per i casi di crac. Per la stessa ragione, i tedeschi chiedono che non siano più i commissari ad occuparsi di antitrust in Europa, perché sarebbe inappropriato che un organo politico decidesse su interesse privati rilevanti e di portata transnazionale.        

Europarlamento sosterrà Juncker a metà

Ma come reagirà l’Europarlamento all’appello di Juncker? Se si tratta di difendere l’autonomia della Commissione dalle ingerenze dei governi nazionali, a parole l’appoggio dovrebbe essere ampio. Tuttavia, quando si passerà dagli aspetti generici alle misure concrete, è più che probabile che si registrino in seno al consesso 2 tipi di divisioni: quelle tra popolari e socialisti da un lato e tra le varie appartenenze nazionali.

I socialisti, più flessibili sulle regole fiscali, dovrebbero appoggiare più o meno incondizionatamente l’opera di “politicizzazione” della Commissione da parte di Juncker, mentre paradossalmente potrebbe essere il partito di quest’ultimo, il PPE, a mostrare qualche riserva. E all’interno dei vari schieramenti, i rappresentanti tedeschi e quelli gravitanti nella sfera d’influenza della Germania (Olanda, Finlandia, Slovenia, Austria, Estonia, Lettonia) potrebbero segnalare la loro riluttanza a sostenere la linea del presidente.

Juncker si adeguerà, altrimenti sarà guerra

In concreto, queste divisioni tra il paese politicamente ed economicamente della UE e la guida della Commissione potranno sortire qualche effetto? E se sì, in quale direzione? Juncker non potrà certamente spingersi fino al punto di rompere con la Merkel. Mostrerà i muscoli ed è anche comprensibile che cerchi di tutelare l’autonomia dell’istituzione che rappresenta, ma anche sulla Grecia abbiamo notato come le sue posizioni si siano alla fine allineate a quelle di Berlino, quando si trattava di scegliere sul serio da che parte stare. Non dimentichiamoci che alle costole dell’ex premier lussemburghese ci sono ben 4 vice-presidenti, tutti espressione della linea dell’ortodossia sui conti filo-tedesca, tra cui Valdis Dombrovskis e Jyrki Katainen, rispettivamente ex premier di Lettonia e Finlandia, noti per il loro appoggio incondizionato alle politiche di austerità fiscale.      

Fine della flessibilità per l’Italia?

Nel caso estremo di un confronto acceso tra le parti, la Germania godrebbe del sostegno di alcuni dei membri più influenti della Commissione, d’altronde inseriti non a caso in essa. Lo stesso commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, pur propendendo per la flessibilità, non potrebbe mostrarsi troppo accondiscendente con la sua Francia, rischiando altrimenti di trovarsi disarcionato dalle critiche di quanti lo accuserebbero di agire in rappresentanza di interessi nazionali e non super-partes. L’esito più probabile di questo incipiente scontro pubblico sarà il ritorno di ciascuno dei 2 attori nel suo campo di azione: la Commissione desisterà dal proporre e sostenere apertamente misure che affievoliscano il ruolo dei governi nazionali e si mostrerà più obiettiva (alias, rigida) nella valutazione dei bilanci statali.

La Germania, in cambio, cesserà a sua volta di minare all’autonomia di Bruxelles con proposte di organi tecnici. Per l’Italia di Renzi potrebbe essere la fine della “generosità” europea ostentata da oltre un anno sui nostri conti pubblici.  

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