La “guerra” delle valute è stata scatenata dagli errori di Merkel e Draghi

I dazi di Trump minacciano adesso anche l'Europa, ma questa "guerra" tra valute è stata scatenata dalla tracotanza della cancelliera Angela Merkel e il suo gioco di sponda con il governatore BCE, Mario Draghi.

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I dazi di Trump minacciano adesso anche l'Europa, ma questa

Dopo la Cina toccherà all’Europa. A breve, il presidente americano Donald Trump renderà una dichiarazione sulle relazioni commerciali con l’Unione Europea. E non ci si aspettano complimenti per il Vecchio Continente. Il rischio che annunci l’imposizione di dazi sulle auto europee è elevatissimo, un modo per punire la Germania, dal suo punto di vista colpevole di esportare troppo negli USA. E, in effetti, i tedeschi vendono agli americani merci e servizi per un controvalore annuo intorno a 60 miliardi di dollari netti. Trump ha chiesto e ottenuto un taglio dei tassi dalla Federal Reserve, pur timido e non convinto. Egli punta a indebolire il dollaro per rilanciare la competitività delle imprese americane e nota sprezzante che valute come l’euro e lo yuan sarebbero nettamente deprezzate.

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Ad oggi, il presidente americano ha ottenuto il risultato opposto con il dollaro, che contro l’euro scambio ai massimi da due anni e, in generale, contro le principali valute si attesta ai tassi di cambio più forti dalla primavera del 2017. Questo, perché l’economia americana continua a mostrarsi solida e i capitali fuggono dai rendimenti azzerati o negativi di Europa e Giappone, cercando al contempo riparo dalle tensioni internazionali, che l’America stessa contribuisce ad alimentare. Per certi versi, un mezzo boomerang.

Ma i dazi di Trump derivano da alcuni errori commessi dai principali partner commerciali dell’America, principalmente la Cina e la UE. Esse continuano a pensare che il loro modello “export-led” fondato rispettivamente sul dumping e sul cambio debole sia giustificato e che gli USA abbiano quasi il dovere di assorbire gli eccessi di offerta altrimenti imperanti presso le loro economie.

In Europa, la responsabilità di questo modo furbo di ragionare la portano la cancelliera Angela Merkel e il governatore della BCE, Mario Draghi.

Gli errori di Merkel e Draghi

La prima ha impostato la politica economica in Germania su alta tassazione e conti pubblici in attivo, che hanno strozzato la domanda interna, compensata, tuttavia, dalle alte esportazioni nel resto del mondo, a loro volta sostenute da un euro debole. Negli ultimi cinque anni, ad esempio, il cambio euro-dollaro si è deprezzato di oltre un quinto, mentre il dollaro si è rafforzato contro le principali valute di circa un terzo rispetto a otto anni fa. E’ vero che la BCE ha dovuto gestire un’economia nell’Eurozona che rischiava il collasso e la deflazione, ma ha anche dovuto sopperire all’assenza di una politica fiscale di sostegno alla crescita (e ai prezzi), perché nemmeno la Germania e gli altri staterelli del Nord Europa, che pure se lo sarebbero potuti permettere, hanno optato per allentare la presa sui rispettivi conti pubblici, tenendoli in surplus, confidando nei fatti nei tassi azzerati di Francoforte.

Il mix tra austerità fiscale e tassi a zero ha determinato un cambio debole e un’offerta in eccesso nell’area, che ha trovato sfogo nelle esportazioni. L’America, con tassi più alti e una politica improntata al deficit spending, si è ritrovata a consumare più di quanto abbia prodotto in tutti questi anni, acquistando la differenza da Cina ed Europa. Trump intende porre fine a questo modello, riequilibrando le relazioni commerciali, vuoi rinegoziando gli accordi, vuoi inducendo i partner a cambiare comportamenti anche sotto l’uso delle minacce, come lo sono i dazi.

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La Merkel con Draghi ha giocato di sponda, recitando il ruolo del “falco” monetario, salvo avallarne tutte le scelte, finendo per ottenere un quadro da sogno per qualsiasi governo, vale a dire la conduzione di una politica fiscale restrittiva senza alcun impatto negativo sull’economia, in quanto compensata da una politica monetaria fin troppo espansiva, tenuto conto dei fondamentali tedeschi.

Draghi sta tenendo i tassi a livelli eccessivamente bassi persino per un paese come l’Italia, il quale semmai non cresce per ragioni che nulla hanno a che vedere con tassi e cambio. La Germania può permettersi di continuare a non spendere e a tenere alte le tasse sui contribuenti tedeschi, perché sinora ha sperato che l’ammanco di domanda interna venisse sopperito dai consumi degli americani e degli altri popoli europei. Ma Trump ha detto “basta” e il duo Merkel-Draghi si è rivelato incapace di garantire all’area una ripresa stabile, diffusa e solida.

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