Merkel e Macron divisi, guerra delle spie e dazi di Trump mettono l’Europa a dura prova

L'Europa è divisa da Donald Trump e Vladimir Putin. I dazi da un lato e la guerra delle spie dall'altro stanno creando tensioni tra Nord e Sud, ma anche tra Francia e Germania.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'Europa è divisa da Donald Trump e Vladimir Putin. I dazi da un lato e la guerra delle spie dall'altro stanno creando tensioni tra Nord e Sud, ma anche tra Francia e Germania.

Oltre 100 diplomatici russi da ben 18 stati, tra USA e 14 membri UE, verranno espulsi come reazione al presunto coinvolgimento di Mosca nell’avvelenamento di un ex spia russa e della figlia, avvenuto a Salisbury nelle settimane scorse con l’uso di gas nervino. Secondo la premier britannica Theresa May, fino a 120 persone sul territorio del Regno Unito potrebbero essere rimaste contagiate dall’attacco ordito dal Cremlino, il quale continua a professarsi estraneo ai fatti. Stupisce il passo compiuto dall’amministrazione Trump, che contrariamente alle attese ingaggia una battaglia contro Vladimir Putin, nonostante sembrasse che l’ex segretario di Stato, Rex Tillerson, fosse stato cacciato proprio, tra l’altro, per la sua linea dura contro Mosca.

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Dicevamo, 14 stati UE hanno annunciato l’espulsioni di diplomatici russi, tra cui l’Italia. Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha dichiarato ieri che non avrebbe compiuto un gesto simile, nel caso fosse stato (già) premier. E’ il segno di come la politica estera italiana potrebbe mutare drasticamente con l’alleanza Lega-M5S per entrare a Palazzo Chigi. Ma non si pensi che tutti i governi abbiano condiviso queste azioni dimostrative contro Putin. Non si sono uniti, ad esempio, Grecia, Portogallo e Austria. Non si tratta di stati a caso: la Grecia è unita alla Russia da legami storico-culturali e religiosi, il Portogallo è guidato da un esecutivo di sinistra radicale e a Vienna se n’è di poco insediato uno retto dall’alleanza tra i popolari del cancelliere 31-enne Sebastian Kurz e la destra nazionalista euro-scettica dell’FPOe.

In pratica, un governo a Roma di stampo grillo-leghista sarebbe già in certa compagnia nel mostrarsi solidale con Mosca. In questo caso, però, il presidente americano Donald Trump avrà giocato d’astuzia, cercando di attirare a sé Londra, che in questi mesi tratta con Bruxelles l’uscita dalla UE (Brexit) e ha più bisogno che mai di non restare sola per spuntare condizioni quanto meno punitive possibili ai commissari. I rapporti tra Downing Street e Washington non sono buoni, nonostante Trump abbia garantito alla May un accordo di libero scambio in tempi celeri, così da rendere accettabile la Brexit per l’economia britannica.

Merkel e Macron divisi fa Trump

Ma l’Europa non è divisa solo tra filo-Putin e anti-Putin. Lo stesso Trump ha già colpito nel segno con i suoi dazi su acciaio e alluminio. La UE sarà esentata dalle tariffe, imposte rispettivamente al 25% e al 10%, fino all’1 maggio prossimo, mentre il commissario al Commercio, Cecilia Malstrom, chiede che l’esenzione sia definitiva. La sua temporaneità non è casuale, ma frutto della politica trumpiana fondata su un ricatto esplicito. La Casa Bianca ha chiesto, infatti, ai governi europei di schierarsi al suo fianco contro la Cina negli organismi internazionali, denunciando le pratiche commerciali scorrette di Pechino. Bruxelles è divisa tra il desiderio di non perdere il suo principale mercato di sbocco con esportazioni nette di beni per oltre 150 miliardi di dollari nel 2017 e la necessità di non rischiare tensioni con Pechino, sebbene questa rappresenti un disavanzo commerciale annuo nell’ordine dei 150 miliardi di euro.

La Germania vorrebbe arrivare a un accordo con gli USA, vuoi per sperare che Trump si convinca ad esentare la UE dai dazi su acciaio e alluminio, vuoi anche per evitare che li innalzi sulle importazioni di auto europee, come ha minacciato un paio di settimane addietro. E la Germania vanta un avanzo commerciale nell’ordine dei 60 miliardi di dollari verso l’America, di cui il 30% dovuto proprio alle auto. La UE impone alle auto americane e del resto del mondo dazi del 10%, gli USA del 2,5%. Tuttavia, sui camion e i pick-up, le tariffe americane sono del 25%, quelle europee del 14%. I tedeschi, dunque, sarebbero disposti ad abbassare di qualche punto i dazi sulle auto americane, in modo da mettere in salvo la propria macchina dell’export. A mettersi di traverso ci sta pensando, però, la Francia di Emmanuel Macron.

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Il presidente non ne vuole sentire di cedere alle posizioni trumpiane. Evidente il conflitto di obiettivi tra i due paesi. Del resto, Parigi non ha alcun avanzo da dover tutelare verso l’America, verso cui ha esportato nel 2017 beni per un valore di oltre 15 miliardi di dollari in meno di quanti ne ha importati. Ma è l’aspetto politico a dividere al momento le due capitali dell’asse su cui si reggono le istituzioni comunitarie. Macron punta a interpretare l’unità europea contro il rischio di disgregazione che corre per le divisioni interne da un lato e le picconate ad opera di USA e Russia dall’altro. In verità, la Germania segue esattamente la stessa strada, ma sul piano economico ha maggiori interessi da proteggere, essendo la sua economia dipendente dal resto del mondo per quasi il 9% del pil tedesco.

Una risposta a Trump bisognerà offrirla entro breve e Berlino non avrebbe forse immaginato che a minacciare la sua manifattura ci sarebbe stata la linea dura dell’alleato francese, lo stesso che ha benedetto lo scorso anno con la vittoria schiacciante di Macron contro la leader nazionalista euro-scettica Marine Le Pen. Cosa ancora più rischiosa per i tedeschi sarebbe l’eventuale appoggio dell’Eliseo, invece, alla linea trumpiana anti-cinese dentro l’Organizzazione per il Commercio Mondiale (WTO). E’ proprio a questo che la cancelliera Angela Merkel non vorrebbe arrivare, puntando semmai a offrire a Washington un contentino come prezzo per non essere inseriti nella lista nera dei dazi. La Germania è sempre più integrata con l’economia cinese con interscambi per circa 190 miliardi di dollari nel 2016, anche se il saldo continua ad essere positivo per la Cina di una ventina di miliardi. Viceversa, il presidente francese si mostra sin dalla campagna elettorale un sostenitore non tanto del libero commercio, quanto di una politica commerciale europea che sia capace di proteggersi dalle incursioni esterne di economie come la Cina, che tramite politiche di dumping riescono a subentrare ai produttori locali anche in tema di appalti. Insomma, tra Berlino e Parigi inizierebbe ad emergere una divisione strategica sul futuro dell’Europa, rispecchiando divergenze ideologiche e a loro volta conseguenti a interessi nazionali. E su questo punto, paradossalmente a Macron potrebbe risultare più utile un Salvini o un Di Maio premier.

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Argomenti: Brexit, Crisi russa, Economia Europa, Francia, Germania