La guerra dei dazi tra gli USA di Trump e l’Europa ha come causa i burocrati

Tra America ed Europa, ma non solo, si rischia una guerra dei dazi, dopo che l'amministrazione Trump ne ha preannunciati alcuni su alluminio e acciaio. E si dimette il consigliere economico della Casa Bianca, fautore del libero commercio.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Tra America ed Europa, ma non solo, si rischia una guerra dei dazi, dopo che l'amministrazione Trump ne ha preannunciati alcuni su alluminio e acciaio. E si dimette il consigliere economico della Casa Bianca, fautore del libero commercio.

Terremoto politico a Washington, dove Gary Cohn, consigliere economico dell’amministrazione Trump, si è dimesso in polemica con la Casa Bianca, la cui posizione nelle ultime settimane si sta delineando sempre più nettamente in campo economico e commerciale. Cohn ha lasciato l’incarico dopo che nei giorni scorsi il presidente Donald Trump ha fatto trapelare l’intenzione di imporre dazi del 10% sull’alluminio e del 24-25% sull’acciaio importati, scatenando i timori dei mercati per una possibile “guerra commerciale” con le altre potenze economiche straniere. Se Cina e Corea del Sud minacciano già ritorsioni, lo stesso ha fatto nelle ore passate la UE. A Bruxelles, la Commissione europea si è riunita per valutare l’imposizione di tariffe doganali sui prodotti americani, in forma di ritorsione contro la possibile decisione degli USA, dopo che Washington ha avvertito nei giorni scorsi su possibili dazi contro le auto europee, scatenando preoccupazioni specialmente in Germania, sebbene il vice-presidente Valdis Dombrovskis abbia lasciato aperta la porta al dialogo, sostenendo che la reazione avverrà nel caso in cui fossero varate misure unilaterali, augurandosi che l’America di Trump si dissuada dal farlo.

Con le dimissioni di Cohn, però, il pendolo dentro l’amministrazione potrebbe oscillare più in favore di voci come quelle di Wilbur Ross e Peter Navarro, rispettivamente segretario al Commercio e consigliere per il Commercio, sostenitori della politica dei dazi contro le eccessive importazioni dall’estero. Già democratico ed ex Goldman Sachs, Cohn è stato il principale ispiratore della riforma fiscale dei mesi scorsi, il più grande successo di Trump dall’inizio della sua presidenza, con un maxi-taglio delle tasse sui redditi delle famiglie e i profitti delle imprese.

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In effetti, i dazi sull’acciaio, in particolare, colpiscono non tanto la Cina, bensì Europa e Canada, principali esportatori. Da qui, la preoccupazione negli ambienti politici ed economici internazionali che Trump punti non solo a “punire” le merci cinesi, bensì quelle degli alleati, nel tentativo di tagliare almeno parte degli oltre 500 miliardi di dollari all’anno di deficit commerciale, di cui il 70% nei confronti della sola Cina.

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I dazi sull’acciaio difficilmente centrerebbero l’obiettivo di ridurre il disavanzo, non fosse altro per il fatto che tutte le importazioni dall’estero verso gli USA incidono per appena un ventesimo del totale. E quelle dalla sola Cina, se annullate e sostituite in toto dalla produzione nazionale, lo allevierebbero di appena un miliardo, meno dello 0,2% del totale. Al contrario, i rischi sarebbero elevati, perché a risentirne sarebbero i consumatori americani sull’acquisto di beni prodotti da quell’industria che Trump punta a tutelare, come l’automobilistica. Persino il beverage ne risentirebbe negativamente, se si considera che una lattina di birra o di cola è prodotta in alluminio e il maggiore costo taglierebbe così i margini di profitto o accrescerebbe i prezzi finali, con possibili contraccolpi sulla domanda.

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E le ritorsioni annunciate da svariate economie, tra cui la UE, avvicinano lo spettro di una guerra commerciale potenzialmente disastrosa per tutti. Attenzione, però, ad andare addosso a Trump, perché l’origine di questi risentimenti sta nei rapporti asimmetrici tra potenze. L’Europa impone mediamente dazi più alti su merci e servizi americani di quelli che gli USA applica su merci e servizi europei. In altre parole, la UE sarebbe già oggi più protezionistica dell’America. Aldilà della guerra di cifre, che verosimilmente spingerebbe ciascuna delle parti a pretendere di avere ragione, il problema del commercio mondiale sta non nell’assenza di regole, bensì nella loro costruzione ad opera di tecnici, ai quali è stato delegato sin troppo dalla politica.

Le tavole rotonde di Doha, iniziate nel lontano 1994 e che hanno rappresentato l’avvio di quella che viene definita la terza fase della globalizzazione economica, hanno visto la politica ritrarsi per lasciare spazio a comitati tecnici, burocrati, che nel corso dei decenni hanno acquisito un’esperienza e un’autonomia decisionale abbastanza autonome dalla sfera politica. In Europa, il discorso vale a maggiore ragione, data la peculiarità istituzionale della UE, che vede i commissari, pur nominati dai governi, agire come braccio esecutivo per conto dei 28 stati diversi (Regno Unito, incluso), ma non sempre nell’interesse di tutti, seminando divisioni e frustrazioni.

Serve più politica e meno burocrazia

Due anni fa, prima che Trump vincesse le elezioni presidenziali, la Germania con l’ex ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, sfiduciava la Commissione, sostenendo che su accordi commerciali come il Ceta, quello tra UE e Canada, i governi e i parlamenti nazionali dovessero avere l’ultima parola, riconoscendo come Bruxelles non abbia dimostrato di agire a tutela degli interessi degli stati rappresentati. Il dibattito era esploso all’indomani del referendum sulla Brexit e si accese nei mesi successivi, quando Germania e Francia si rifiutarono di firmare il TTIP, l’accordo di libero scambio con l’America di Barack Obama, irritando la Casa Bianca, che si era spesa dal 2013 in 3 anni di estenuanti trattative, naufragate su diversi dossier irrisolti, come il riconoscimento della UE dei prodotti OGM.

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La strategia dei dazi appare fallimentare, ma segue un altro fallimento, quello dei burocrati delle grandi potenze economiche avanzate, che hanno persuaso le rispettive classi politiche di avere firmato accordi commerciali vantaggiosi e che, invece, tali non si stanno rivelando, se è vero che verso la sola Cina, gli USA accumulano disavanzi nell’ordine di non meno di 350 miliardi all’anno e la UE per oltre 160 miliardi. Molto di questo deficit lo si deve alla mancanza di reale reciprocità negli scambi, con Pechino a elevare sulle importazioni tariffe mediamente maggiori. Vero è che parte di questo deficit riguarda produzione delocalizzata, ma a sua volta conseguenza spesso di politiche di sostegno alle imprese da parte dello stato, che altrove sarebbero inibite, in quanto considerate aiuti di stato dall’Organizzazione per il Commercio Mondiale.

Più che minacciare dazi, servirebbe che la politica tornasse ad appropriarsi del potere decisionale praticamente delegato a organismi tecnici, cercando soluzioni che contemperino l’esigenza di tutela degli interessi nazionali con la necessità di rendere massimamente libero il commercio mondiale, il quale resta baluardo nella creazione di ricchezza in favore anche di quelle classi sociali che nell’Occidente si ritengono essere state danneggiate dalla globalizzazione. Più politici pragmatici e meno burocrati ottusi, altrimenti rischiamo di buttare l’acqua sporca con tutto il bambino.

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Argomenti: Economia USA, Presidenza Trump

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