La “guerra” commerciale USA-Cina divide la leadership comunista attorno a Xi

La Cina è sotto pressione per i dazi di Trump e il presidente cinese subisce crescenti critiche all'interno del regime. A Pechino si temono le conseguenze di una "guerra" commerciale.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Cina è sotto pressione per i dazi di Trump e il presidente cinese subisce crescenti critiche all'interno del regime. A Pechino si temono le conseguenze di una

Sono passati pochi mesi dalla rielezione di Xi Jinping a presidente della Cina, avvenuta in un clima di venerazione da parte del gotha comunista, tanto che il suo nome è stato inserito nella Costituzione, accanto a quelli di Mao Tze Tung e Deng Xiaoping, come grande pensatore della nazione. Il suo potere totalitario, come non si vedeva a Pechino da diversi decenni, gli ha consentito di eliminare il limite dei mandati, sostanzialmente auto-assegnandosi una guida vita natural durante della seconda economia mondiale. Eppure, a distanza di qualche mese, questo assolutismo scricchiola. Diverse fonti riferiscono che all’interno del Partito Comunista si levano voci contrarie alla linea seguita da Xi sulle relazioni commerciali con gli USA.

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A maggio, il presidente cinese aveva rassicurato popolo e partito del raggiungimento di un accordo con l’America per evitare una guerra commerciale, ma pochi giorni dopo Pechino assiste scioccata all’imposizione di dazi da parte di Washington su 1.300 beni esportati per una cinquantina di miliardi e alla minaccia di imposizione di un ulteriore 25% su altri beni per un controvalore di 200 miliardi. L’amministrazione Trump lamenta il pesante deficit commerciale con la Cina, pari a oltre 375 miliardi di dollari nel 2017 e già attestatosi a quasi 186 miliardi nella prima metà di quest’anno. Il governo cinese ha reagito sinora alla richiesta di rinegoziazione degli accordi con un atteggiamento tra sfida e scetticismo, tanto che tra i dirigenti comunisti l’appellativo che viene perlopiù rivolto al presidente Trump è quello di “pazzo”.

L’America pone al centro dei rapporti con Pechino la revisione del sistema degli scambi, mettendo in discussione l’idea che gli USA possano finire per diventare semplici consumatori di merci made in China. Xi non è entrato nell’ottica di un vero negoziato, anche se ha attivato da oltre un anno i tavoli tecnici di confronto per trovare una soluzione condivisa con la Casa Bianca. Ritiene ancora di potere schivare le richieste americane con semplici tatticismi, con la minaccia di ritorsioni o confidando sull’atteggiamento più morbido degli altri partner commerciali, con la conseguenza che la posizione di Trump si è irrigidita, dopo essersi ammorbidita per tutta la seconda parte dello scorso anno, successivamente all’incontro bilaterale tra i due al golf resort in Florida.

Cina sempre più sotto pressione

Al presidente cinese non entra in testa che le economie principali del pianeta gli stiano chiedendo – chi con i toni tipici della diplomazia e chi, invece, con una virulenza verbale inusuale come Trump – di rivedere il modello economico di Pechino, caratterizzato da politiche di dumping, parecchio lamentate da anni dalla UE, nonché da condizioni normative opportunistiche, che hanno generato relazioni commerciali asimmetriche. Lo stesso fatto per cui il cambio venga fissato dalla banca centrale cinese (PBoC), a dispetto dei meccanismi di mercato, crea tensioni e malumori all’estero, anche perché non è sempre chiaro se le variazioni di un dato periodo riflettano le dinamiche della domanda e dell’offerta o obiettivi non dichiarati delle autorità nazionali. Da aprile, ad esempio, lo yuan ha perso l’8% contro il dollaro e gli analisti non riescono a capire se sia o meno una reazione di Pechino contro i dazi di Trump.

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Fatto sta che la “pazzia” di Trump starebbe colpendo nel segno. Attenti, non stiamo immaginando alcuna reale opposizione interna al regime, bensì una richiesta sempre più pressante a Xi per un cambiamento di linea. In particolare, emergerebbe la volontà di frenare toni e azioni dall’impronta nazionalista, che possano indispettire gli americani. La stessa opinione pubblica sarebbe allarmata dal guanto di sfida lanciato dalle istituzioni all’America, temendo ripercussioni negative per la produzione e l’occupazione. In effetti, per quanto ne possano dire Xi e svariati analisti dentro e fuori la Cina, se è vero che una guerra commerciale colpirebbe anche gli interessi delle economie di USA ed Europa, è indubbio che essa farebbe molto più male a quella cinese, che verso queste ultime vanta ogni anno esportazioni nette per circa 570 miliardi di dollari, il 5% del suo pil.

Trump è stato eletto per rivedere i termini delle relazioni con la seconda economia mondiale e sembra disposto a tutto per ottemperare al suo mandato. Piaccia o meno, inizierebbe a riuscirci, nel senso che sta facendo entrate in testa anche al suo avversario, con le cattive s’intende, che non può esistere una parte del pianeta che consuma e un’altra che produce, che gli scambi debbano essere “fair”, oltre che “free”. Ed ecco che a Pechino torna di moda una massima forse dimenticata negli ultimi decenni di crescita rampante, quella di Xiaoping, che recita così: “Nascondi la forza e prendi tempo”. Fino a quando la Cina era un’economia irrilevante, risultava facile seguirla; adesso che si avvicina a rapidi passi alle dimensioni di quella americana, lo è molto meno. Ma “il mondo ci osserva”, ammette qualche alto funzionario comunista, che invita il governo a misurare i toni della propaganda. Non puoi giocare a golf con Trump in Florida e minacciarlo a Pechino. E nemmeno Bruxelles sembra troppo disposta a perdonare certi atteggiamenti di forza della Cina, se il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, dichiara che l’Europa è “aperta, ma non ingenua”.

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Argomenti: Economia USA, Economie Asia, Presidenza Trump, Rallentamento dell'economia cinese

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