La “guerra” commerciale tra USA e Cina fa vittima lo yuan, Pechino in allerta

Lo yuan si è indebolito di oltre il 5% in due mesi e mezzo contro il dollaro, ma non è chiaro se la causa sia una svalutazione pilotata della Cina o l'andamento spontaneo del mercato.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Lo yuan si è indebolito di oltre il 5% in due mesi e mezzo contro il dollaro, ma non è chiaro se la causa sia una svalutazione pilotata della Cina o l'andamento spontaneo del mercato.

I dazi di Trump preoccupano i mercati finanziari e non solo. Da luglio, gli USA imporranno tariffe più elevate su importazioni cinesi per 34 miliardi di dollari all’anno e la Cina ha sinora replicato con ritorsioni su importazioni americane per qualche miliardo. Insomma, non siamo ancora alla temuta “guerra commerciale” tra grandi economie, ma l’escalation è dietro l’angolo, anche perché la Casa Bianca ha minacciato dazi sulle auto importate al 20%, destinati a colpire anche la UE e, in particolare, l’economia tedesca. Nel frattempo, Pechino e Washington stanno trattando per ridurre le esportazioni cinesi verso il mercato americano su prodotti per 200 miliardi all’anno, mentre l’amministrazione Trump renderà meno accessibile ai cinesi l’industria tecnologica, anche se dalla stessa sono arrivate rassicurazioni sulla volontà di non chiudere ai capitali della seconda economia mondiale, crollati tendenzialmente del 92% nei primi 5 mesi dell’anno.

Ecco perché l’ascesa dello yuan sarebbe positiva per l’economia mondiale

Sta di fatto che lo yuan ha perso il 5,3% dall’11 aprile scorso e segna un bilancio negativo (-1,7%) anche rispetto all’inizio dell’anno, scendendo ai livelli più deboli dal novembre scorso, ovvero in area 6,61-6,62. Il tasso di cambio “off-shore”, un po’ più libero di quello domestico, viaggia già sopra 6,62. Cosa sta succedendo? Due le interpretazioni degli analisti. La prima appare la più maliziosa, per quanto non da escludere a priori: la Cina starebbe reagendo ai dazi di Trump, indebolendo il proprio cambio, in modo da compensare il calo atteso delle esportazioni verso gli USA, rendendo più competitive i prodotti nazionali. Se questa narrazione avesse la meglio, il presidente Donald Trump troverebbe conferma sulla concorrenza sleale portata avanti da Pechino a colpi di svalutazioni.

Yuan debole per ragioni economiche?

Tuttavia, sembra che le ragioni del tonfo dello yuan siano prettamente economiche. La valuta asiatica si starebbe indebolendo sui timori dei mercati per un rallentamento in atto dell’economia cinese, che rischia di tradursi in un “atterraggio brusco”, nel caso in cui la raffica dei dazi e delle ritorsioni anti-USA degenerasse in una vera guerra commerciale. In più, questo mese la People’s Bank of China (PBoC) ha abbassato dal 16% al 15,5% il coefficiente di riserva obbligatoria per le grandi banche, un passo che implicherebbe la liberazione di circa 107 miliardi di dollari di prestiti, aumentando così la liquidità in circolazione. Peraltro, pare che nelle ultime sedute, nel corso delle quali il cambio contro il dollaro si è deprezzato del 3%, la PBoC abbia fissato il tasso di partenza giornaliero a livelli un po’ più forti di quelli attesi sulla base delle sole forze del mercato, ovvero l’istituto avrebbe già cercato di contenere la debolezza dello yuan, anche per non indispettire l’America di Trump e per evitare deflussi dei capitali come nell’estate del 2015, i quali finirebbero per più che compensare gli eventuali benefici derivanti da un cambio più favorevole. E la Borsa di Shanghai è già arrivata a perdere il 20% dai picchi di inizio anno, sostanzialmente entrando in una fase “orso”.

Cina: svalutazione yuan più probabile, ma Pechino teme la reazione di Trump

Non dimentichiamo, poi, che il governo cinese punta da anni a rendere lo yuan una valuta di riferimento per il mercato asiatico, tanto da averne ottenuto l’inserimento tra le riserve del Fondo Monetario Internazionale, riconoscimento non di poco momento nello scacchiere economico mondiale. E la trasformazione ambita da economia export-led a una maggiormente imperniata sulla domanda interna richiede una politica dei cambi meno interventista. Una svalutazione, invece, avrebbe l’effetto di favorire i deflussi dei capitali e di spingere a un rialzo dei tassi necessario per contrastarli, ma a tutto sfavore di consumi e investimenti. In pratica, sembra che la debolezza dello yuan sia un fatto non voluto, bensì conseguente alle dinamiche economiche inter-nazionali di questi mesi. Anzi, una volta toccato il cambio di 6,7, non sono pochi gli analisti a credere che la Cina interverrebbe con l’utilizzo del “fattore anti-ciclico”, quella componente misteriosa nella fissazione dei tassi di cambio, introdotta 5 anni fa e la cui finalità consiste nel contrastare variazioni a senso unico dello yuan contro le altre valute.

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Argomenti: bolla finanziaria, Economie Asia, Rallentamento dell'economia cinese, valute emergenti