La Grexit non è ancora scongiurata, vediamo chi e perché tira la corda

La Grecia potrebbe firmare entro domenica o domenica un accordo con i creditori, ma non si pensi che per ciò stesso sia evitata l'uscita dall'euro.

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La Grecia potrebbe firmare entro domenica o domenica un accordo con i creditori, ma non si pensi che per ciò stesso sia evitata l'uscita dall'euro.

Tutti i pezzi del puzzle si starebbero incastrando. La Grecia ha inviato entro la mezzanotte di ieri a Bruxelles un piano da 12 miliardi tra il 2015 e il 2016, composto da tagli alla spesa pubblica e aumenti delle tasse; la Commissione europea sembrerebbe avere gradito e lo stesso presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha giudicato preliminarmente le misure “complete”. Lo stesso aggettivo è stato utilizzato tramite Twitter dal presidente francese François Hollande, che vi ha aggiunto “serio”.

Il governo tedesco si è, invece, riservato di esprimere una sua valutazione successivamente a quella dei rappresentanti dei creditori pubblici  (UE, BCE e FMI), mentre da Atene  giunge voce che il Parlamento potrebbe approvare “a larga maggioranza” il piano già oggi. Se l’Eurogruppo domani desse il via libera, non dovrebbe nemmeno esserci bisogno del summit europeo di domenica. L’accordo sarebbe siglato entro le prossime 24-30 ore.   APPROFONDISCI – La Grecia cerca l’accordo, ma ecco perché la strategia di Tsipras è stata perdente  

Germania contraria a ristrutturazione debito Grecia

Tutto bene, allora? Non proprio. Il silenzio della Germania in queste ore è dovuto alle divisioni interne alla maggioranza di governo. Spingerebbero per il “sì” all’accordo gli alleati socialdemocratici e la stessa cancelliera Angela Merkel. Grossa parte del suo partito, però, si sente preso in giro. Per i conservatori della CDU-CSU, erogare nuovi aiuti ad Atene, nonostante dimostri da 5 anni di non essere affidabile, sarebbe uno smacco. Frau Merkel lo sa e cerca di verificare se vi siano margini per alzare ancora il prezzo, ma si trova isolata, dopo che i francesi hanno deciso di recitare il ruolo dei mediatori e hanno, addirittura, inviato ad Atene una loro task force, che ha contribuito alla stesura delle misure presentate dal governo Tsipras. Tuttavia, nemmeno la cancelliera può accettare le pressioni di queste ore dall’FMI, gli USA e i vertici europei. Tutti  chiedono una cosa: la ristrutturazione del debito pubblico della Grecia. Poco fa, per l’ennesima volta in pochi giorni, il segretario al Tesoro USA, Jacob Lew, ha dichiarato che serve ristrutturare il debito ellenico, entrando a gamba tesa in un dibattito già in sé infuocato. La Germania è e resta contraria al cosiddetto “haircut”, ossia al taglio del debito pubblico, mentre appare disponibile a considerare un ulteriore allungamento delle scadenze e un abbassamento degli interessi, ma dopo che la Grecia avrà attuato il piano promesso. Gli USA vogliono una soluzione a tutti i costi. Temono che la Grecia, uscendo dall’euro, possa stringere un’alleanza con la Russia, in sintonia anche con la Turchia, finora suo acerrimo nemico, ma che nei giorni scorsi si è offerta di garantire, se richiesto, aiuti ai greci. Un’alleanza Russia-Turchia-Grecia nel Medio Oriente sarebbe devastante. Non dimentichiamo che Atene e Ankara fanno parte della NATO e potrebbero bloccare ogni decisione strategica dell’alleanza militare.   APPROFONDISCI – L’FMI taglia le stime di crescita mondiale e sulla Grecia: serve rinegoziare il debito  

Syriza divisa, rischio crisi politica

Ma al suo interno, Alexis Tsipras dovrà fare i conti con una rivolta annunciata dell’ala più radicale di Syriza, che ha già fatto sapere che non voterà un piano, che sarebbe i conflitto con le promesse elettorali. In effetti, si tratta di nuove dosi di austerità, quando Syriza è il simbolo della lotta all’austerità in Grecia. Il premier, che fino a ieri sera sembrava anche disposto ad accettare il dissenso interno, avrebbe stamane minacciato le elezioni anticipate, se le misure passassero in Parlamento solo grazie ai voti delle opposizioni. Dopo l’ottimismo di oggi e la probabile firma di domani o domenica, non è da escludere che dalla prossima settimana torneremo punto e daccapo con la crisi politica in Grecia e gli inevitabili rinvii nell’attuazione del programma concordato, con la conseguenza che per l’ennesima volta l’Europa dovrebbe decidere se erogare gli aiuti o lasciare fallire Atene. Si aggiunga che l’economia è al collasso. Se fino a ieri eravamo certi che per quest’anno il pil ellenico non sarebbe cresciuto, adesso sappiamo che le stime del governo Tsipras sono per una contrazione del 3%. E la recessione potrebbe essere ancora più dura. Ciò significa 2 cose: che le entrate saranno anche inferiori alle già magre attese e che i tagli diventeranno socialmente e politicamente sempre più costosi. A quel punto, la Grexit sarà ancora meno tabù di quanto non lo sia già oggi.   APPROFONDISCI – La Grecia chiede altri 53,5 miliardi in cambio di austerità, chi dovrà capitolare?

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