La Grecia è stata spazzata via dalle armi medievali di Bruxelles e Berlino

Sul Guardian un articolo su quello che succede in Grecia, grazie alla cura delle sanguisughe praticata dalla Troika

di Carmen Gallus, curatrice Dall'Estero, pubblicato il
Sul Guardian un articolo  su quello che succede in Grecia, grazie alla cura delle sanguisughe praticata dalla Troika

di Costas Lapavitsas – La dura prova imposta a un paese i cui governanti disperati vogliono evitare un’uscita dall’euro lo sta conducendo alla povertà e allo sfacelo.

La settimana scorsa sono stato ad Atene e ho preso la metropolitana fino a Piazza Syntagma. Come molti greci del nord, ho sentimenti contrastanti verso la capitale. Ai nordisti non piace ammetterlo, ma segretamente amano l’odore del gelsomino – il vero profumo di Atene. Ma questa volta l’aria odora di cordite.

Syntagma è insolitamente tranquilla: i negozi sono chiusi, la gente non ha voglia di shopping, polizia anti-sommossa dovunque. L’atmosfera è densa di aspettative di qualcosa di sinistro che sta per accadere. Ed ecco, in Piazza Monastiraki, a cento metri di distanza, un gruppo di giovani ha attaccato il proprietario di un negozio, solo un altro episodio di violenza in una città che assomiglia ad una polveriera.

Il principale colpevole della disintegrazione dell’ordine sociale è la politica economica imposta da Bruxelles e Berlino. Nel 2009-10 la troika – Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea – ha ritenuto che la Grecia avesse un problema di disavanzo e debito pubblico a causa di sregolatezze, corruzione ed evasione fiscale. Hanno offerto dei prestiti di salvataggio in cambio di tagli alla spesa pubblica, aumenti di tasse e riduzione di salari. I governi greci hanno imposto l’austerità con prontezza, arrivando a una forte contrazione del deficit – forse anche l’8% del PIL alla fine del 2012.

Il guaio è che l’austerità non si è potuta coniugare con il suo normale complemento di una svalutazione della moneta, in quanto il paese è rimasto membro dell’unione monetaria europea. La pressione dell’aggiustamento si è quindi rivolta all’interno, causando una depressione senza precedenti – nel 2010 il PIL ha subito una contrazione del 4,5%, nel 2011 del 7% e, probabilmente, sarà ancora il 7% nel 2012. La disoccupazione è salita alle stelle, e nei centri urbani si è creata una crisi umanitaria. L’ONG Médecins du Monde stima che negli ultimi mesi la maggior parte dei suoi pazienti sono stati greci indigenti piuttosto che immigrati. Le loro scorte di medicine stanno finendo, ed i suoi dirigenti non hanno idea di come far fronte a questo inverno.

Ma devono farvi fronte, perché ora la troika chiede un’ulteriore ondata di austerità – tagli per circa € 12 miliardi per creare un ampio avanzo di bilancio primario e dal 2014 iniziare a ridurre il debito pubblico greco. Nel disperato tentativo di rimanere nella UEM, il governo greco ha deciso di tagliare le pensioni, pagandole a forfait, i salari del settore pubblico, la spesa sociale e la spesa militare. La conseguente riduzione della domanda aggregata comporta che la recessione continuerà anche il prossimo anno, con il tasso di disoccupazione ufficiale che forse raggiungerà anche il 30%. Nel 2013 ci saranno persone ad Atene che non avranno abbastanza da mangiare. La tragedia è che tutto questo dolore sarà per niente, in quanto la nuova politica di austerità probabilmente fallirà. La troika ancora una volta sta sottovalutando la gravità della recessione in arrivo, e quindi la perdita di gettito fiscale e l’aumento dei sussidi di disoccupazione. Il debito pubblico greco, nel frattempo, rimane del tutto insostenibile. Ed è molto probabile che ulteriori misure di austerità saranno richieste nel 2013 e oltre.

Alla radice di questa cattiva economia sta una lettura errata delle cause della crisi. Il problema della Grecia è lo stesso del Portogallo e della Spagna: una unione monetaria difettosa che ha diviso l’Europa in centro e periferia. La competitività della periferia è stata distrutta, e la periferia ha accumulato un enorme debito pubblico e privato – nei confronti di banche della zona euro – che probabilmente non sarà mai ripagato.

Le banche sono l’epicentro della crisi della zona euro, non gli Stati. La soluzione sarebbe stata quella di chiudere le bad banks e di lasciare quelle sane in tutta Europa. Ma questo avrebbe significato che i contribuenti tedeschi e francesi avrebbero sostenuto i costi di ristrutturazione delle banche italiane e spagnole: una cosa impossibile. Quindi nel corso degli ultimi tre anni i sistemi bancari nazionali sono stati autorizzati a muoversi in stretta connessione coi loro Stati nazionali: le banche hanno potuto contare sui propri stati per essere salvati, e gli stati si sono affidati alle loro banche per i prestiti. Il risultato è stato la frammentazione del sistema bancario della zona euro, che ha prodotto enormi divergenze nei tassi di interesse tra i paesi membri. L’unione monetaria sta crollando dall’interno.

Oggi, il presidente della Bce Mario Draghi ha cercato di fermare questo sfascio promettendo di acquistare quantità illimitate di debito pubblico a breve termine degli Stati che hanno accettato i programmi di austerità. Il suo obiettivo è quello di contenere i tassi di interesse e invertire la frammentazione del sistema bancario, ma sarà al massimo un palliativo a breve termine. Le banche hanno bisogno di ristrutturazioni, e la competitività della periferia deve essere ripristinata attraverso un programma di investimenti per aumentare la produttività del lavoro. Al contrario, l’UE ha optato per l’arma medievale dei tagli ai costi della manodopera. Per la periferia ciò significa alta disoccupazione e bassa crescita, per la zona euro significa che il crollo diventa più probabile.

Per la Grecia, dove le politiche dell’UE sono più fortemente sentite, le conseguenze sono terribili. Il paese diventa un angolo d’Europa povero, invecchiato, disfunzionale e irrilevante. Il potere d’acquisto dei salari è sceso del 23% nel 2010-11, ma il paese continua a perdere competitività. Per niente scoraggiata, la troika ora sta arrivando a proporre i sei giorni lavorativi alla settimana e l’effettivo allungamento della giornata lavorativa. Lotte sindacali e comportamenti anti-sociali sembrano inevitabili.

L’élite al governo in Grecia teme un’uscita dall’euro e così accetterà le richieste della troika, sperando di guadagnare tempo fino a quando si arriverà a una soluzione complessiva della crisi dell’Eurozona. Ma i giorni tranquilli della crescita dell’Eurozona guidata dal credito sono andati per sempre. Anche se si eviterà un crollo dell’euro, per la Grecia sarà troppo tardi. Per rimettere di nuovo insieme l’economia e la società, il paese deve dichiarare default e uscire dall’unione monetaria. Seguirà un profondo cambiamento politico. Poi una parvenza di normalità potrebbe tornare a Piazza Syntagma. Costas Lapavitsas è  professore di economa alla School of Oriental and African Studies, University of London   Articolo originale: Greece is being blown away by the Brussels and Berlin blunderbuss  

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