Trump medita di licenziare Powell: la grande incognita sui tassi americani di inizio 2019!

Alta tensione tra Casa Bianca e Federal Reserve in questo inizio del 2019. Il presidente Trump medita di licenziare il governatore Powell, ma il gioco appare ben più complesso.

di , pubblicato il
Alta tensione tra Casa Bianca e Federal Reserve in questo inizio del 2019. Il presidente Trump medita di licenziare il governatore Powell, ma il gioco appare ben più complesso.

Il 2019 è iniziato allo stesso modo in cui è finito il 2018, ovvero con gli occhi della finanza mondiale sull’America di Donald Trump. Wall Street ha perso lo scorso anno quasi il 10%, quando fino al 3 ottobre segnava l’ennesimo record, regolarmente twittato dalla Casa Bianca. Dopo, il tonfo. A indisporre il mercato è stato un mix di dubbi sulla sostenibilità degli attuali ritmi di crescita da parte della prima economia del pianeta e il timore per le mosse della Federal Reserve, che il 19 dicembre alzava per la quarta volta nell’anno i tassi di un quarto di punto percentuale, portandoli al 2,25-2,50%.

La tensione tra Trump e il governatore Jerome Powell è alle stelle. Da mesi, il presidente critica apertamente l’operato del secondo con frasi minacciose persino sul mantenimento della carica. Poco prima di Natale, ha dichiarato che “la Fed è l’unico problema dell’economia americana”, mentre il capo dello staff della Casa Bianca, Mick Mulvaney, ha confermato le voci sulle intenzioni di Trump di licenziare Powell, quando ha ammesso che “adesso capisce” di non poterlo fare.

Trump la spunta sui tassi in America, ora Fed più morbida sulla stretta

In effetti, la minaccia del licenziamento in sé non dovrebbe essere la principale preoccupazione di “Jay”, come amichevolmente lo chiama il presidente che lo ha nominato a capo della banca centrale appena 15 mesi fa. Sul piano legale, tale passo potrebbe essere compiuto solo nel caso di “giusta causa”. Il precedente del 1948 non depone in favore di Trump. Allora, il presidente Harry Truman cercò di licenziare il governatore Mariner Eccles per la sua indisponibilità a continuare a monetizzare il deficit pubblico. Tuttavia, i legali dello Studio Ovale lo dissuasero, facendogli capire che una simile operazione avrebbe avuto scarse argomentazioni formali. E così, Eccles fu rimpiazzato dopo ben 12 anni, ma portando a termine il terzo mandato ricevuto da Franklyn Delano Roosevelt.

Aldilà degli aspetti più prettamente legali, non conviene a nessuno arrivare alle estreme conseguenze. Trump non può immaginare di sostituire Powell con un altro governatore, a quel punto, percepito un burattino nelle sue mani.

Né il resto del board è detto che si mostri eventualmente accondiscendente verso i desiderata della Casa Bianca. E, soprattutto, il mercato non la prenderebbe affatto bene. Ci sarebbe disordine per mesi e la reputazione della Fed andrebbe a farsi benedire.

La Fed studia la retromarcia sui tassi USA, Trump attacca Powell e sui mercati è “sell off” 

I segnali dall’economia USA

Tuttavia, l’essere in una botte di ferro sul piano legale non significa anche che Powell abbia mani libere sui tassi. Il suo mandato consiste nel centrare sia la stabilità dei prezzi che la piena occupazione. La prima è intesa come un’inflazione tendenziale del 2%, la seconda come un mercato del lavoro con un tasso di disoccupazione nell’ordine del 3,5%. Attualmente, entrambi gli obiettivi appaiono sostanzialmente raggiunti. E, però, se la Fed continuasse ad alzare i tassi, il rischio per l’economia americana sarebbe di passare dal boom degli ultimi mesi alla recessione.

I segnali vi sarebbero. La curva dei rendimenti si è appiattita come mai sin dal 2007, l’anno che precedette lo scoppio della crisi. E sul tratto a medio-breve termine si è già invertita, un fatto che gli analisti guardano con molta circospezione, giudicandolo un allarme per lo stato di salute del mercato. Sottraendo dai rendimenti quinquennali del Treasury a cedola fissa il rendimento dell’omologo con cedola legata all’inflazione si ottiene l’1,52%, il livello più basso da 15 mesi. Tale spread è utilizzato come riflesso delle aspettative d’inflazione negli anni futuri, per cui il mercato starebbe scontando una crescita tendenziale dei prezzi inferiore al target e in vistosa decelerazione rispetto all’apice toccato a maggio, quando ci si aspettava un’inflazione nel lustro seguente fino al 2,16%.

In effetti, se si guarda al prezzo del petrolio, si ha un quadro d’insieme suggestivo: da quel 3 ottobre, in cui Wall Street batté gli ennesimi record, le quotazioni del greggio hanno ripiegato di un terzo, crollando dagli oltre 86 ai poco più di 50 dollari per un barile di Brent.

E così, i rendimenti decennali sono passati dal 3,25% al 2,69%, scendendo ai minimi dal gennaio dello scorso anno. Dunque, il mercato è tornato a comprare bond, vendendo azioni. Nel frattempo, il dollaro si mantiene forte, grazie proprio alla divergenza monetaria tra Fed e il resto delle altre grandi banche centrali, sebbene i toni moderatamente accomodanti di Powell all’ultimo board di dicembre abbiano fatto perdere al biglietto verde la media di oltre il 2% contro le altre principali valute.

Il mondo guarda allo scontro Trump-Powell

Trump e Powell dovrebbero incontrarsi a giorni sul tentativo di mediazione portato avanti dai canali di comunicazione tra Casa Bianca e Fed. Il meeting sarà l’occasione per i due di confrontarsi, anche se appare irrealistico ipotizzare che ne scaturisca una soluzione di compromesso. Il governatore non può permettersi di apparire cedevole verso la sfera politica, dovendo difendere l’indipendenza e la credibilità della banca centrale, mentre Trump non può ignorare i timori di famiglie, imprese e finanza sulla stretta. La ripresa degli indici azionari dovrà scattare probabilmente per mezzo dei “buyback”, di cui si è avuto traccia tra Natale e Capodanno. Ma il riacquisto delle azioni proprie diventa un’operazione meno facile quando il costo del denaro sale, specie nel tratto a breve. Serve, quindi, creare le premesse per favorire aspettative “dovish” sui tassi, così che la Fed venga quasi costretta a invertire la rotta. E il “tweetstorm” di Trump di questi mesi farebbe parte proprio di questo gioco.

I funzionari dell’istituto segnalano già di volere alzare i tassi un paio di volte quest’anno, dalle tre volte segnalate al precedente board di ottobre. E lo stesso mercato sconterebbe solo un rialzo nel 2019, verosimilmente intorno alla metà dell’anno. Dalle prossime mosse della Fed dipendono quelle delle altre grandi banche centrali, a partire dalla BCE. Non a caso, si respira un clima di incertezza sui mercati verso Francoforte, che oggi per la prima volta dal marzo 2015 non acquisterà più assets, al netto dei reinvestimenti, con il “quantitative easing”.

Non a caso, il cambio euro-dollaro si muove da mesi nel range 1,13-1,15, in attesa di un qualche segnale specifico sulla politica monetaria di Mario Draghi nei mesi a venire. Si allontana nell’Eurozona lo scenario di un rialzo dei tassi per quest’anno e se la Fed dovesse porre fine alla stretta, essendo colei che batte i tempi nel mondo, molto improbabile che la BCE decida di andare in un’altra direzione, specie nel bel mezzo di un rallentamento in corso dell’economia europea.

Fine del quantitative easing e previsioni macro più deboli, l’incoerenza solo apparente della BCE di Draghi

[email protected] 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , , , ,
>