La grande ‘casta’ italiana? Dei pensionati, specie del pubblico impiego

I pensionati italiani se la passano relativamente bene, specie quelli del pubblico impiego. L'allarme riguarda il lavoro.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I pensionati italiani se la passano relativamente bene, specie quelli del pubblico impiego. L'allarme riguarda il lavoro.

Quante sono le pensioni erogate in Italia? Ad occhio e croce, 21 milioni. Di queste, 3 milioni vengono sborsate in favore del pubblico impiego e 18 milioni in relazione al settore privato. Le cifre tra i due gruppi sono profondamente discostanti: un pensionato del settore privato percepisce mediamente un assegno mensile lordo di 2.250 euro, mentre uno del settore privato di 1.250 euro, vale a dire la metà. E guardando ai dati sulle donne, le disparità appaiono ancora più imbarazzanti: 1.500 euro contro appena 637 euro, 2 volte e mezzo tanto. Come mai tanta differenza? La risposta principale si chiama “continuità lavorativa”. Chi entra a lavorare per la Pubblica Amministrazione è assai probabile che concluda la sua carriera professionale senza avere mai subito alcuna interruzione e senza avere, quindi, perso periodi di contribuzione utili alla pensione. Avete mai conosciuto un dipendente pubblico che abbia dato le dimissioni per mettersi in proprio o per lavorare alle dipendenze di un’impresa privata?

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Ma non ci sono solo le differenze tra pubblico e privato a segnare negativamente il nostro sistema previdenziale. L’Italia figura al terzo posto nell’area OCSE, dopo Francia e Spagna, per rapporto tra redditi disponibili delle persone nella fascia di età tra i 66 e i 75 anni e quello medio dell’intera popolazione: 105,7% contro la media OCSE del 92,9%. Come scritto, solo i pensionati francesi e spagnoli stanno relativamente meglio, rispettivamente con redditi medi disponibili pari al 110,6% e al 106,2%. Cosa significa? A leggere i dati, pare proprio che il sud sia più generoso del nord sulle pensioni. Sappiamo come ancora oggi in Italia la gran parte dei trattamenti previdenziali viene liquidata ancora con il sistema retributivo, che slega i contributi effettivamente versati con l’importo dell’assegno, legandolo semmai al livello delle ultime retribuzioni percepite. Questo sistema ha contribuito certamente, nel nostro caso, a determinare pensioni ben più alte di quanto sarebbero state applicando il metodo contributivo.

L’Italia non esce affatto bene dal combinato tra pensioni e lavoro. Siamo i lavoratori con carriere più corte di tutta Europa, pari solamente a 31,2 anni. Meglio di noi persino i greci con 32,5 anni. La media europea è di 35,4 anni, ma si arriva a 38,1 anni in Germania e in Olanda a 40 anni. Dunque, lavoriamo mediamente 4 anni in meno che nel resto del continente e percepiamo assegni più generosi. A conferma degli squilibri, il fatto che le donne italiane lavorino appena 26,3 anni contro i 33,1 dell’Europa, ossia 7 in meno. La lavoratrici tedesche restano occupate per ben 36 anni e quelle olandesi 37,3 anni.

Pensioni ok, lavoro male

Il quadro che emerge è desolante. Spendiamo fin troppo per i pensionati, mentre non ci preoccupiamo di garantire ai lavoratori continuità di carriera e, quindi, contributiva, mollando le donne al loro destino. Nonostante gli olandesi lavorino mediamente quasi 9 anni in più di noi, percepiscono redditi di oltre 16 punti percentuali in meno rispetto ai redditi del totale della popolazione. Che il legislatore a Roma voglia mettersi così la coscienza a posto con riguardo all’annoso problema del lavoro nero, piuttosto diffuso specialmente al sud? Chi formalmente non gode di un contratto di lavoro è evidente che non possa versare contributi all’Inps e non ottenga un giorno una pensione adeguata per mantenersi. “Gonfiando” gli assegni con alti coefficienti di trasformazione e innalzando gli importi minimi, in fondo si cerca di trovare una soluzione a quanti siano stati così penalizzati nei decenni passati, senza preoccuparsi stanare e disincentivare il lavoro in nero di oggi.

Ed è così che la revisione della legge Fornero rischia di rivelarsi una beffa per gran parte dei lavoratori over 60, che ambiscono ad andare in quiescenza prima dell’età pensionabile (67 anni per uomini e donne dall’anno prossimo) o di quella anticipata (41 anni e 10 mesi di contributi per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini). Quanti potranno beneficiare di un’eventuale “quota 100”, se serviranno almeno 35-36 anni di contributi effettivi versati, a fronte di un dato medio che si attesta a poco più di 31 e che scende a 26 tra le donne? Si capisce quale sia la differenza con un paese come la Germania, dove oggi è possibile andare in pensione già a 63 anni di età senza subire alcuna penalizzazione, se in possesso di almeno 45 anni di contributi. Nessuno considera un bluff tale via anticipata per uscire dal lavoro, essendo numerosi i lavoratori e le lavoratrici a rientrare nel requisito. Il problema italiano non sono le pensioni, quanto la corsa ad ostacoli dei decenni prima per arrivarci.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Pensioni