La Germania vuole imporre il salario minimo a tutta Europa per esportare ancora di più

Ursula von der Leynen, prossimo presidente della Commissione UE, vuole fissare un salario minimo legale per tutta l'Europa. La misura punta a distruggere la concorrenza delle imprese a Germania e Francia.

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Ursula von der Leynen, prossimo presidente della Commissione UE, vuole fissare un salario minimo legale per tutta l'Europa. La misura punta a distruggere la concorrenza delle imprese a Germania e Francia.

Fatevi una domanda e datevi una risposta: perché mai un’esponente di destra, persino di fama molto conservatrice, dovrebbe esordire, prima ancora di ricevere l’incarico assegnatole, con la proposta di lanciare il salario minimo legale in tutti gli stati dell’Unione Europea? Se fosse un uomo o donna di sinistra, avrebbe senso; così, puzza di bruciato.

Parliamo di Ursula von der Leyen, l’insignificante ministro della Difesa in Germania, che la cancelliera Angela Merkel ha voluto alla presidenza della Commissione europea dopo il già fallimentare lustro di Jean-Claude Juncker.

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Svolta sociale dell’Europa franco-tedesca? Manco per sogno. L’idea di un salario minimo (uguale) in tutta Europa è condivisa anche dalla Francia. E già questo dovrebbe farci riflettere sulle reali ragioni per cui l’asse Parigi-Berlino vorrebbe imporre una misura simile agli altri partner comunitari. Ufficialmente, per evitare che ci siano anche in futuro lavoratori sotto-pagati. Obiettivo lodevole, senonché non è certo a colpi di leggi che si crea lavoro ben retribuito. Il vero scopo del salario minimo in salsa franco-tedesca sarebbe uno e solo uno: fare lievitare i costi del lavoro nell’Europa dell’est e nel sud, così da rendere le imprese di queste aree meno competitive.

Il colpo al mercato del lavoro di est e sud

Immaginate solo un istante che venga fissato un salario minimo uguale per tutti gli stati comunitari. Supponiamo che esso sia di 7 euro l’ora, 2-3 in meno dei livelli legali minimi vigenti attualmente in Germania e Francia. La retribuzione lorda mensile minima sarebbe dappertutto nella UE di circa 1.200 euro. Non sono tanti, ma non tutte le imprese di tutti i settori potrebbero permettersi di pagarla, specie nei paesi dai livelli di ricchezza più bassi, come Romania, Bulgaria, Polonia, Ungheria, ma anche in Portogallo, Spagna e Grecia, se pensate, ad esempio, che il pil pro-capite di Atene sia crollato con la crisi a 17.000 euro, qualcosa come poco più di 1.400 euro al mese.

Nella stessa Italia vi sarebbero problemi a ottemperare la misura, specie nel Meridione, dove il pil pro-capite è sostanzialmente simile a quello ellenico.

Se un’impresa si vede aumentare il costo del lavoro, ha tre strade: aumentare i prezzi, ridurre i margini di profitto o abbandonare la produzione. Una quarta via sarebbe illegale, vale a dire assumere in nero o fissare buste paghe solo formalmente più alte, fenomeni vergognosi e consueti nel sud. In ogni caso, Francia e Germania, che si trovano nella parte alta della classifica salariale europea, ci avranno guadagnato, perché si ritroverebbero con concorrenti straniere meno competitive o come minimo più deboli, in quanto meno redditizie e, quindi, con minori risorse disponibili per gli investimenti. L’asse franco-tedesco mira a questo, a distruggere la concorrenza sul mercato unico europeo, anziché a contenere quella sleale di economie come la Cina.

La presidenza Trump ha rivisitato di recente il NAFTA, l’accordo commerciale con Messico e Canada, imponendo alle imprese del primo che volessero esportare negli USA di pagare i loro lavoratori con retribuzioni minime orarie. Si definisce “clausola sociale” e Washington persegue tale obiettivo da anni anche nel confronto con la Cina, al fine di rendere meno “cheap” il suo mercato del lavoro, rallentando o fermando la delocalizzazione delle imprese americane. L’Europa nemmeno tenta di pattuire alcunché di simile, ma ha la sua testa rivolta a fare piazza pulita della concorrenza interna verso Francia e Germania. E potete scommetterci che anche in Italia vi saranno politici che abboccheranno all’amo, credendo nella bontà di un provvedimento distruttivo del nostro mercato del lavoro. Ogni riferimento a Luigi Di Maio è voluto. E altri a sinistra seguiranno.

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