La Germania si batte aumentando la competitività, non i debiti

Il modello tedesco dovrebbe essere imitato dai partner dell'Eurozona, non smantellato dalla stessa Germania. Vi mostriamo i dati che hanno contribuito al successo della locomotiva d'Europa.

di , pubblicato il
Il modello tedesco dovrebbe essere imitato dai partner dell'Eurozona, non smantellato dalla stessa Germania. Vi mostriamo i dati che hanno contribuito al successo della locomotiva d'Europa.

Cresce il pressing sulla Germania, affinché rinunci al pareggio di bilancio, anzi agli attivi fiscali consistenti di questi anni, aumentando gli investimenti pubblici e/o tagliando le tasse, contribuendo a sostenere l’economia nell’Eurozona, sempre più evidentemente in affanno. Anche il governatore della BCE, Mario Draghi, ritiene che debba essere uno stimolo fiscale a completare l’accomodamento monetario per ravvivare l’inflazione e il pil nell’area.

Tuttavia, Berlino continua a non volerne sentire, sebbene stia varando una manovra impostata su 54 miliardi di euro di maggiori investimenti “green” per i prossimi anni, qualcosa come circa l’1,5% del suo pil; bene, ma non abbastanza per i partner dell’euro.

Eppure, il governo federale farebbe bene a conservare il modello tedesco, che ha fruttato alla Germania piena occupazione, una crescita economica media del 2% dall’uscita della crisi del 2009, esportazioni record e conti pubblici che scoppiano di salute. Certo, gli investimenti in infrastrutture sono stati sacrificati in parte sull’altare dello “Schwarze Null”, ma nel complesso non ci si potrebbe lamentare. E questo successo è stato figlio della capacità della locomotiva d’Europa di segnare punti sul piano della competitività con le altre economie dell’Eurozona. Che anche i tedeschi stiano entrando o siano già entrati in recessione, non sarebbe una tragedia, facendo parte del gioco della ciclicità della congiuntura economica.

Nel grafico di cui sotto, vi mostriamo i tassi d’inflazione cumulati dal 1999 al 2008, cioè dalla nascita ufficiale dell’euro allo scoppio della crisi finanziaria globale. Dalla fine degli anni Novanta, le svalutazioni tra tassi di cambio nell’area non sono più possibili, contrariamente a quanto accadeva ai tempi delle monete nazionali. Mentre prima si ricorreva al riequilibrio tra i cambi per adeguarli ai differenziali di inflazione, con la moneta unica un’eventuale crescita maggiore dei prezzi verso gli altri stati dell’area non può più essere compensata in siffatto modo, ripercuotendosi negativamente sulla competitività. Per intenderci, se l’inflazione italiana fosse del 2% superiore a quella tedesca, le imprese italiane tenderebbero a perdere competitività con quelle tedesche, perdendo quote di mercato in Germania per le loro esportazioni.

La svolta con la crisi del 2009

Come potete notare, tutte le principali economie dell’Eurozona persero competitività con la Germania nel corso del primo decennio dell’euro, registrando mediamente tassi d’inflazione più alti. Quando esplose la crisi finanziaria, in un certo senso si trovarono meno preparate dei tedeschi, visto che le loro imprese, già meno concorrenziali, si ritrovarono ancora più in difficoltà con il crollo della congiuntura internazionale. E a differenza della Germania, i margini fiscali per sostenere le rispettive domande interne si mostrarono quasi subito inferiori, anche per via della sfiducia segnalata dai mercati nei confronti dei loro debiti.

Tuttavia, la crisi del 2009 quasi segnò una svolta nell’Eurozona. Da allora, complici le difficoltà economiche affrontate, i tassi d’inflazione sono stati mediamente più bassi che in Germania, quasi un miracolo, considerando che i prezzi tedeschi siano tipicamente più “freddi” che altrove. Dunque, le imprese tedesche hanno un po’ perso competitività rispetto a quelle dell’area, anche se non tale da scalfire il loro export. L’Italia, considerato l’intero decennio, ha registrato il recupero minore (appena lo 0,3%), mentre la Grecia quello maggiore (+3%), seguita dalla Francia (+2,2%).

Questa resta la strada da battere per tornare a crescere. Certo, se l’inflazione tedesca risultasse più alta, raggiungeremmo l’obiettivo più in fretta, ma non puoi chiedere al tuo avversario di spararsi sui piedi per farti un favore. Viceversa, invocare l’innalzamento del deficit per stimolare la domanda interna rischia di allontanarci dalla ripresa, favorendo una crescita di breve termine, accompagnata da una riduzione di quella a lungo, nel caso in cui l’inflazione tornasse ad alzare la testa. Nemmeno i maggiori investimenti tedeschi farebbero granché, facendo fluire verso il resto dell’area qualche nocciolina, certamente non tale da spingere il pil dei partner.

[email protected] 

 

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , , , ,
>