La Germania rischia una crisi d’identità e la paralisi politica sull’euro

L'euro rischia di infiammare il dibattito politico in Germania, ora che i Verdi propongono ricette radicali per riformare l'unione monetaria, contrarie a quelle sinora portate avanti da Berlino.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'euro rischia di infiammare il dibattito politico in Germania, ora che i Verdi propongono ricette radicali per riformare l'unione monetaria, contrarie a quelle sinora portate avanti da Berlino.

Mentre si contano i giorni, in vista dell’elezione del nuovo segretario della CDU, per capire chi potrebbe succedere ad Angela Merkel alla cancelleria nei prossimi anni, se non mesi, in Germania sta accadendo che un partito dalle proposte prettamente di sinistra in materia di Europa abbia il vento in poppa. Non stiamo parlando dei socialdemocratici della SPD. Tutt’altro. Il partito storico dei lavoratori tedeschi sta declinando al terzo o quarto posto nei consensi e ampiamente ormai sotto il 20%. A sfruttare il loro crollo sono i Verdi, gli ambientalisti guidati da Robert Habeck e Annalena Baerbock, che stando ai sondaggi si piazzerebbero ormai a qualche lunghezza dal centro-destra, forse persino scavalcandolo. E dire che non hanno mai potuto aspirare alla cancelleria, semmai al ruolo di junior partner nei governi federali con l’SPD, ai tempi di Gerhard Schroeder (1998-2005).

I Verdi di tutta Europa si sono riuniti, non a caso, a Berlino nel fine settimana appena trascorso, per una tre giorni tesa a presentare il loro manifesto elettorale per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo. E sapete perché, pur ignorato dalla grande stampa, dovrebbe destare più di un’attenzione? Esso contiene diversi spunti in politica economica, che se adottati stravolgerebbero il volto dell’Eurozona. E con i Gruene in spolvero, le probabilità che quel programma passi da semplice manifesto a ossatura dell’accordo di governo, addirittura, della prima economia europea sarebbero non così basse.

Cosa c’è scritto nel manifesto? Quattro cose su ogni altra: la BCE dovrebbe fungere da prestatore di ultima istanza per sostenere le economie in difficoltà; via libera agli Eurobond per finanziare progetti di interesse comune; ok alla garanzia unica sui depositi e doppio mandato per la BCE, la quale non dovrebbe limitarsi a centrare il target d’inflazione, bensì pure a sostenere l’occupazione nell’area. Seguono altre proposte, come un reddito universale garantito a tutti i cittadini (i grillini ai Verdi farebbero un baffo!) e sostegno all’industria verde, oltre che Europa più inclusiva e che vada oltre il semplice gruppo ristretto per la gestione del budget comunitario più integrato.

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Ora, siamo ai proclami. Tuttavia, fino a quando i Verdi non hanno avuto alcuna probabilità seria di guidare un governo o anche solo di influenzarne la politica in maniera significativa è stato un conto, adesso siamo in un’altra fase. Se la Germania precipitasse tra alcuni mesi ad elezioni anticipate e gli ambientalisti di Habeck-Baerbock reggessero nei consensi, ci troveremmo dinnanzi a una condizione politica a dir poco paradossale e unica: la Germania sarebbe governata da un cancelliere ostile alle politiche di austerità fiscale o il governo tedesco sarebbe sostenuto da un accordo necessariamente stretto tra Verdi e conservatori su basi alquanto contrapposte.

In pratica, le istanze del governo giallo-verde verrebbero interpretate in prima persona da una forza politica nel cuore dell’Europa, un fatto che da un lato appare quasi stupefacente, dall’altro non dovrebbe essere guardato con certa faciloneria. Già, perché i Verdi oggi come oggi interpretano forse le istanze più autentiche della sinistra teutonica, ma non andrebbero oltre un quarto dei consensi. Per contro, gli euro-scettici dell’AfD hanno istanze esattamente opposte alle loro e per quanto non sembrano schiodarsi dal 15% medio dei consensi degli ultimi mesi, da destra non consentono aperture alla CDU-CSU al governo dal 2005. Come potrebbe il successore di Frau Merkel accordarsi per formare un nuovo governo con i Verdi, quando le loro richieste “radicali” sull’euro rappresenterebbero per i conservatori un limite invalicabile?

Il dibattito sull’euro in Germania rischia di infiammarsi tra sostenitori di una visione solidale e una fondata sull’esigenza di tutelare i soli interessi nazionali. Sinora, il centro-destra è riuscito a tenere assieme le due istanze con una politica europea del rinvio continuo di ogni dibattito serio sulle riforme dell’Eurozona, lasciando che a rattoppare i vari buchi ci pensasse essenzialmente la BCE con interventi non convenzionali di politica monetaria e formalmente maledetti da Berlino. La rigidità con cui la Germania ha portato avanti la sua visione fiscale si è resa necessaria per rendere l’euro un progetto accettabile agli occhi dell’opinione pubblica tedesca. Il gioco sta, però, saltando. Il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto più di un anno fa la nascita di un ministero delle Finanze unico e di un bilancio comune nell’Eurozona, sentendosi rispondere picche da Berlino, che solo da qualche settimana ha aperto sull’ipotesi di un bilancio condiviso solo tra chi rispetta le regole fiscali. L’Italia minaccia palesemente tale progetto e l’ascesa dei movimenti euro-scettici a ogni latitudine smantella da un lato i piani di ulteriore cessione di sovranità in favore di Bruxelles, dall’altro riduce gli spazi di compromesso nell’area e che hanno garantito dosi minime di flessibilità ai governi delle economie in crisi del sud. I sovranisti, infatti, non vogliono condividere rischi e oneri.

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La paralisi politica tedesca

Come se ne esce? Qua sta il dramma. Che la Germania sia stata da sempre paralizzata sul tema, divisa tra la necessità di mantenere la leadership nell’Eurozona e quella di non mettere a repentaglio il proprio modello economico di successo, è arcinoto; che tale paralisi sia destinata a rafforzarsi sarebbe l’ultima cosa di cui l’euro avrebbe bisogno. Una volta per tutte, dovremmo capire se nell’area tenderemo a integrarci ulteriormente – per cui alla maggiore responsabilità fiscale richiesta ai governi corrisponderebbe una condivisione dei rischi sovrani e bancari in misura superiore ad oggi – oppure, se la struttura attuale non ottimale sia il massimo che i 19 stati membri riescano a concepire e, quindi, semmai verranno studiati meccanismi che rendano meno arduo un’economia uscire dal club dell’euro, accusando i minori traumi possibili.

L’AfD, ad esempio, suggerisce proprio l’uscita della Germania dall’euro e il ritorno al marco per evitare di accollare ai contribuenti tedeschi rischi e oneri eccessivi e di infliggere agli stati deboli sofferenze inutili e insostenibili. La sua è una visione dell’euro non solidale, perlopiù in linea con i desiderata dell’opinione pubblica nazionale. I Verdi starebbero optando per soluzioni minoritarie come sentire comune in Germania e con cui, però, bisognerà fare i conti nel caso in cui davvero si affermassero alle prossime elezioni federali. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la posizione mediana dei conservatori in questo dibattito non solo non li garantisce sul piano politico, anzi li danneggia in misura potenzialmente irrimediabile. Essi rischiano di passare per eccessivamente cedevoli verso i partner “spendaccioni” del sud, finendo per essere punti dalla base in favore degli euro-scettici.

Gli equilibrismi della cancelliera avrebbero rinviato al futuro la resa dei conti all’interno della prima economia europea. E c’è tutta la sensazione che Berlino sia tutt’altro che pronta a dare vita a un dibattito franco e onesto sull’euro, che per dirla con le parole del candidato alla segreteria della CDU, Friedrich Merz, “ha beneficiato soprattutto i tedeschi” e per questo “la Germania avrebbe l’onere di contribuire più degli altri a salvarlo”. Sarà un caso, ma dopo queste parole le chance di vittoria del conservatore-finanziere paiono essersi ridotte. La destra tedesca teme la “Schuldenunion” (l’unione di debiti) e l’ascesa dei Verdi non farà che infiammare un dibattito, che rischia di fare detonare la moneta unica nel suo principale stato sostenitore. Nel frattempo, la Francia brucia letteralmente, con i “gilet gialli” ad assaltare gli Champs-Elysées in protesta contro la presidenza eurofila di Emmanuel Macron.

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Argomenti: Crisi del debito sovrano, Crisi Eurozona, Germania, Politica Europa