La Germania resta senza piano B sui dazi di Trump e la BCE corre già ai ripari con i tassi

La Germania resta senza il suo piano B con il rallentamento dell'economia cinese e la BCE già parla di cambiare la guidance sui tassi.

di , pubblicato il
La Germania resta senza il suo piano B con il rallentamento dell'economia cinese e la BCE già parla di cambiare la guidance sui tassi.

Il capo-economista della BCE, Peter Praet, ha avvertito oggi che la guidance sui tassi BCE potrebbe presto subire variazioni nel caso di deterioramento ulteriore delle condizioni economiche nell’Eurozona. La dichiarazione arriva dopo che il consigliere esecutivo Benoit Coeuré aveva confermato nei giorni scorsi l’importanza “primaria” che ha per l’istituto una nuova asta T-Ltro, sebbene formalmente non sia stata ancora annunciata.

Solamente il vice-governatore Luis de Guindos oggi ha mostrato un cauto ottimismo sul raggiungimento nel medio termine del target d’inflazione “vicino, ma di poco inferiore al 2%”. In realtà, il quadro d’insieme delle stesse dichiarazioni suggerisce che tra il board di marzo e quello di fine aprile, il governatore Mario Draghi sarà costretto sia a comunicare il lancio di una nuova asta T-Ltro con cui iniettare liquidità alle banche dell’area, sia a leggere un comunicato modificato sulla guidance relativa ai tassi, il cui primo rialzo dal giugno scorso è atteso non prima “dell’estate 2019”. Ora come ora, in pochi scommettono che Francoforte inauguri la stretta monetaria quest’anno, nel bel mezzo di tutte le difficoltà che si palesano ogni giorno di più.

A conferma della fase recessiva in corso in Italia, i dati Istat su ordini e fatturato dell’industria a dicembre, rispettivamente a -1,8% e -3,5% su mese e ai minimi da oltre 2 e 10 anni. In Germania, trema l’industria automobilistica, già in affanno sull’introduzione di standard internazionali più stringenti riguardo alle emissioni inquinanti. Nel fine settimana scorso, si è appreso che sul tavolo del presidente americano Donald Trump è arrivato il dossier sulle auto, firmato dal segretario al Commercio, Wilbur Ross, secondo il quale le importazioni dall’Europa rappresenterebbero una “minaccia alla sicurezza nazionale”. La Casa Bianca ha 90 giorni di tempo per decidere cosa fare, cioè se dare seguito alla minaccia già ventilata di innalzare i dazi sulle auto europee al 25% o farlo in misura minore, ma al contempo sostenendo l’industria nazionale.

L’Europa, non la Cina, vero problema per l’economia mondiale. E i dazi di Trump aggravano la crisi

La minaccia di Trump sui dazi auto

Il presidente ha commentato con testuali parole: “mi piacciono le tariffe, ma anche trattare”.

Ciò implica che intende tenere per mesi l’Unione Europea sulle spine e, in particolare, fare pressione sulla Germania per spuntare un accordo migliore possibile dal suo punto di vista. Per quanto la cancelliera Angela Merkel si sia definita “scioccata” dalle parole contenute nel dossier, rivendicando l’orgoglio sulla produzione di auto tedesche, la Germania ha ben poco da fare la spavalda. Lo stesso de Guindos, sempre oggi, ha avvertito che le imprese del Vecchio Continente si sarebbero preparate alla Brexit, ma non allo scenario di un mancato accordo, ossia all’introduzione reciproco dei dazi. E l’economia che ne uscirebbe più colpita sarebbe sempre quella tedesca, le cui esportazioni nette nel Regno Unito si attestano sui 30 miliardi di euro all’anno.

Come la Germania è diventata una macchina da guerra sul fronte esportazioni nell’euro

L’anglosfera, per utilizzare un’espressione geopolitica in voga negli ultimi tempi, sta minacciando la forza della locomotiva d’Europa, che si scopre vulnerabile al resto del mondo con questa sua economia “export-led”. Sinora, Frau Merkel ha sottovalutato il pericolo incombente per la Germania dai dazi di Trump e la “hard Brexit”, grazie al fattore Cina. Le relazioni commerciali con Pechino s’intensificano di anno in anno e le imprese tedesche esportano nella seconda economia mondiale qualcosa come 15 miliardi netti su base annua, lo 0,4% del pil. Il piano B di Berlino sinora è stato uno e solo uno: sostituire alla svelta l’America con la Cina, così da minimizzare i rischi derivanti dal “sovranismo” trumpiano.

La Cina “tradisce” la Germania

Senonché, sulla strada per Pechino la cancelliera ha incontrato un ostacolo imprevisto: il rallentamento del Dragone asiatico. Non era previsto in questi termini e forse è stato sottovalutato proprio l’impatto negativo che le tensioni commerciali USA-Cina stanno avendo sulla seconda. A gennaio, le vendite di auto in Cina sono diminuite del 15,8% rispetto allo stesso mese del 2018, scendendo a 2,37 milioni di unità, registrando un calo per il settimo mese consecutivo.

I consumi di beni nel 2018 sono cresciuti del 6,9%, meno del 9,1% del 2017, anche se bisogna mettere in conto una crescita più robusta per i servizi. Tuttavia, sono perlopiù i beni ad essere oggetto di esportazioni, molto meno i servizi per la loro natura immateriale, oltre che per la chiusura di stati come la Cina all’offerta straniera.

Questi dati sono un doppio schiaffo per la Germania, perché segnalano che i consumi nella seconda economia del pianeta stiano crescendo a ritmi sempre più lenti e che quelli di beni durevoli come le auto, comparto molto sensibile per i tedeschi, stiano subendo un drastico calo. Il piano B è fallito miseramente: l’America, anzi l’anglosfera, non può essere soppiantata dai consumatori con gli occhi a mandorla dalla sera alla mattina, magari pensando di puntare sul loro enorme numero, che supera di 4 volte quello dei soli americani, parzialmente attutendo le disparità reddituali. Se Trump chiude le frontiere commerciali, a subire perdite saranno, anzitutto, proprio le economie esportatrici come Cina e Germania, oltre alla stessa economia americana per via dell’integrazione della catena produttiva.

In questo scenario, tutto può permettersi di fare Draghi, tranne che di lasciare la carica a fine mandato avendo alzato i tassi. Ad essere sinceri, ci sarebbero oggi più probabilità teoriche di un taglio, sebbene il punto sia un altro: i tassi sono stati già azzerati. Ecco che si rivelano necessari, persino urgenti, escamotage, tra cui nuovi prestiti a pioggia alle banche e prima o poi, se l’inflazione nell’area dovesse scivolare sotto l’1%, chissà che non vengano riesumati gli acquisti di assets con il “quantitative easing”, programma “sospeso” dalla fine del dicembre passato! Siamo tornati a una condizione non dissimile da quella del 2014, allora caratterizzata da deflazione strisciante e crescita ferma. Oggi, l’inflazione c’è, ma resta bassa e si allontana dal target, mentre la crescita si sta spegnendo tra tensioni commerciali, politiche e una domanda domestica sempre debole in gran parte dell’area.

La crescita in Cina è drogata dai prestiti e il mercato immobiliare minaccia l’economia mondiale

[email protected] 

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , , , , , ,