La Germania non farà deficit per crescere, ecco quando interverrà sui conti pubblici

La Germania non farà deficit per stimolare la crescita del pil, almeno non fino a quando ne dovesse avere bisogno. Lo ha chiarito in Italia il vice-ministro delle Finanze. Ecco le ragioni di questa politica fiscale restrittiva.

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La Germania non farà deficit per stimolare la crescita del pil, almeno non fino a quando ne dovesse avere bisogno. Lo ha chiarito in Italia il vice-ministro delle Finanze. Ecco le ragioni di questa politica fiscale restrittiva.

Contrordine, compagni! La storia che la Germania spenderà di più per stimolare il suo tasso di crescita, se non è una bufala, poco ci manca. E a spiegarlo con parole nitide è stato il vice-ministro delle Finanze tedesco, Joerg Kukies, intervenendo nel fine settimana scorso al Forum Ambrosetti di Cernobbio. “Non importa quanti bello siano il sole e il tempo qui, non sentirete dirmi qualcosa di diverso rispetto al fatto che la posizione del governo tedesco sia la solidità fiscale”.

Il numero due di Olaf Scholz ha semmai aperto all’ipotesi che Berlino possa stimolare l’economia con una politica fiscale più espansiva, ma “non ora”, bensì solo nel caso in cui le condizioni macro dovessero sostanzialmente deteriorarsi.

La Germania ha chiuso il 2018 con un avanzo di bilancio di 58 miliardi di euro, pari all’1,7% del suo pil. Per quest’anno, tra tagli alle tasse, maggiori investimenti e rallentamento della crescita, ci si attende che tale surplus diminuisca. E Kukies ha fatto presente che negli ultimi anni gli investimenti pubblici tedeschi siano cresciuti alla media annua del 7%, ben oltre il pil. Dunque, i tedeschi ritengono di avere la coscienza a posto, di avere fatto il possibile per sostenere la loro economia e di fare bene nel perseguire l’accumulo di margini da utilizzare nel caso in cui questi si rendessero necessari. La produzione industriale in calo per via del calo delle esportazioni indurrebbe a ipotizzare un cambio di passo, al momento non così scontato.

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Niente deficit, la storia tedesca

Per capire qualcosa di più, dobbiamo entrare nella mentalità tedesca. Essa poggia su due pilastri, su cui si regge la politica a Berlino: il pareggio di bilancio e la bassa inflazione. Inutile ribadire che le radici di questi obiettivi largamente condivisi affondino agli anni Venti, quando la cattiva gestione monetaria, dovuta all’eccesso di spesa pubblica, a sua volta conseguenza degli alti costi di riparazione dopo la Grande Guerra, provocarono l’iperinflazione da un lato e il collasso fiscale dall’altro.

Da allora, la Germania ha fatto di tutto per non ripetere gli errori commessi.

Quest’anno, dovrebbe portarsi a un rapporto debito pubblico/pil inferiore al 60% per la prima volta dal 2002. Questa è la soglia massima consentita dal Patto di stabilità e che gli stessi tedeschi hanno ribadito con il Fiscal Compact nel 2012, quando hanno in maniera più stringente messo nero su bianco il percorso di rientro per i partner dell’Eurozona, attraverso l’abbattimento del debito “in eccesso” al ritmo di un ventesimo all’anno. In realtà, nessuno oggi rimprovererebbe alcunché a Berlino, se tornasse ad accumulare debiti, risalendo sopra il 60%. Anzi, la stessa Commissione europea e il Fondo Monetario Internazionale le chiedono di fare proprio questo per sostenere la ripresa economica nel resto dell’area.

Tuttavia, ai tedeschi interessa mettere in salvo i loro conti pubblici da possibili intemperie nel medio-lungo termine, ritagliandosi spazi di intervento per il caso di bisogno. Prima della crisi del 2008-’09, la Germania era arrivata a un rapporto debito/pil del 65%, a seguito di un ventennio di investimenti massivi nei Laender orientali dopo la riunificazione. Quando cadde il Muro di Berlino, invece, l’indebitamento tedesco era ancora al 40% e tutto lascia presagire che la Germania intenda riportarsi a quei livelli. Del resto, quando sottoscrisse il Trattato di Maastricht nel 1992 per la nascita dell’euro, pretese proprio di limitare al 60% il rapporto debito/pil e al tempo mostrava sempre un indebitamento intorno al 40%.

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La quasi crisi conviene alla Germania

La storia di Spagna e Francia nell’ultimo decennio insegnerebbe che passare da debiti relativamente bassi a livelli elevati è un attimo. Madrid aveva un rapporto inferiore al 40% e la Francia intorno al 55% prima della crisi, mentre oggi entrambi viaggiano a poco meno del 100%. La Germania punterebbe a scendere ampiamente sotto il 60%, così da potere utilizzare i margini per sostenere la propria economia se si ripresentasse uno scenario negativo, magari non necessariamente come quello di 11 anni fa.

Con una crescita nominale del pil del 2,5% all’anno, avrebbe bisogno di 7/8 anni per centrare l’obiettivo, ammesso che riuscisse a mantenere i surplus fiscali attuali. Fino ad allora, gli interventi fiscali di natura espansiva saranno verosimilmente limitati e attuati solo se davvero si corresse il rischio di recessione (già in corso?).

Peraltro, la mancanza di sostegno fiscale induce la BCE ad allentare la leva monetaria in misura superiore a quanto dovrebbe, alimentando la corsa dei Bund e contribuendo ad abbattere la spesa per interessi tedesca, sostenendo i surplus di bilancio. Per non parlare della fuga dei capitali verso la Germania con le tensioni nell’Eurozona. Se Berlino spendesse di più, la BCE interverrebbe di meno sui tassi (e i capitali stessi si sentirebbero rassicurati nel defluire verso sud) e la maggiore offerta di Bund sul mercato ne aumenterebbe i rendimenti, riducendo gli avanzi fiscali, sterilizzando in parte i benefici derivanti da un tasso di crescita del pil più veloce. Sotto sotto, ai tedeschi conviene questo stato di quasi crisi dell’area, perché crea le condizioni ideali per consentire ai loro conti pubblici di migliorare in fretta, pur a fronte di una crescita economica modesta.

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