La Germania mette le mani avanti sul bilancio e non devierà dai conti pubblici in ordine

La Germania avverte che andrà in deficit nei prossimi anni, per l'Eurozona è una brutta notizia. Ecco il messaggio in codice di Berlino.

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La Germania avverte che andrà in deficit nei prossimi anni, per l'Eurozona è una brutta notizia. Ecco il messaggio in codice di Berlino.

Il popolare quotidiano tedesco Bild riporta un documento interno del governo federale, secondo cui la Germania si starebbe preparando a un deficit di bilancio nell’ordine dei 25 miliardi di euro entro il 2023. Se fosse vero, sarebbe un cambiamento sostanziale rispetto ai surplus fiscali registrati sin dal 2014 e che lo scorso anno si sono attestati a 11,2 miliardi, escludendo i conti di Laender e comuni, anch’essi in attivo.

La causa principale dell’atteso deterioramento dei conti pubblici federali, stando al ministro delle Finanze, Olaf Scholz, consisterebbe nella lievitazione degli stipendi statali, i quali salirebbero di 35 miliardi l’anno prossimo. A ciò si aggiunge il taglio delle tasse per 5 miliardi di euro all’anno.

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Un deficit di 25 miliardi sarebbe pari a molto meno dell’1% del pil tedesco, se si considera che, ai dati relativi allo scorso anno, farebbero lo 0,75%. Ad ogni modo, per Berlino si tratterebbe di un trend preoccupante, poiché la politica del pareggio di bilancio, anche nota come “Schwarze Null” e inaugurata dal predecessore di Scholz, il cristiano-democratico e attuale presidente del Bundestag, Wolfgang Schaeuble, non è stata ad oggi mai messa in discussione da alcuno dei principali schieramenti, nemmeno da gran parte delle opposizioni critiche verso la Grosse Koalition. 

La Germania dovrebbe già essersi riportata a un rapporto debito/pil del 60% o persino leggermente inferiore, bruciando le tappe rispetto a quelle fissate dal Fiscal Compact nel 2012. Tra le grandi economie mondiali, risulta l’unica ad essere riuscita a tornare ai livelli di indebitamento pre-crisi, addirittura, migliorandoli e riuscendo nell’impresa più unica che rara di abbatterli in valore assoluto e non solo percentuale rispetto all’apice toccato nel 2012. Per questo, non è stata solo lodata, bensì pure fortemente contestata dai partner dell’Eurozona e dalla stessa Commissione europea, in quanto i surplus fiscali vengono considerati da tempo tra le concause della crisi del continente. Essi riflettono, infatti, una domanda interna alla Germania più bassa di quella che sarebbe con una politica fiscale più espansiva, con la conseguenza che le importazioni della prima economia europea dal resto dell’area tenderebbero a mantenersi anch’esse sottotono.

Il messaggio in codice di Berlino

Il fatto che, pur attraverso un canale informale come quello di Bild, il governo tedesco stia suonando l’allarme non dovrebbe indurci a facili conclusioni: la Grosse Koalition più che annunciare una virata verso il deficit di bilancio, starebbe mettendo le mani avanti rispetto alle prevedibili richieste dei partner dell’Eurozona, in sostanza chiarendo che già oggi, senza far nulla, i conti pubblici in Germania sarebbero destinati a peggiorare per via dell’aumento degli stipendi statali. Un modo per anticipare le critiche di chi potrebbe accusarla di non far nulla con i venti di crisi in arrivo o forse già arrivati. In altre parole, dovremmo leggerci la conferma della volontà di Berlino di non mutare indirizzo fiscale. Del resto, sinora la cancelliera Angela Merkel ha sempre giustificato gli avanzi fiscali come preparazione ad aumenti attesi dei costi dell’assistenza sociale, per via dell’invecchiamento della popolazione.

Il governo tedesco ha tagliato all’1% le previsioni di crescita per quest’anno dall’1,8% precedenti. Si tratterebbe di un deciso rallentamento dal +1,5% dello scorso anno e, soprattutto, dal +2,2% del biennio 2016-2017, ai minimi dal 2013, un ritmo più che dimezzato rispetto anche alla media post-crisi, che supera di poco il 2%. Il colpo all’economia tedesca sta arrivando, in particolare, dal settore automobilistico, che complessivamente incide per il 14% del pil. I nuovi standard internazionali sulle emissioni inquinanti hanno provocato un crollo della produzione, a causa del mancato adeguamento tempestivo delle case tedesche. Inoltre, le stesse esportazioni stanno rallentando, pur restando non lontane dai massimi toccati negli anni passati. Nel triennio 2015-2017, la bilancia commerciale è stata attiva per un valore medio annuo di 250 miliardi di euro.

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Se il deficit fiscale fosse confermato, comunque, la Germania potrebbe continuare a tagliare il suo rapporto debito/pil, essendole sufficiente, con questi numeri, una crescita nominale di poco superiore all’1%.

Non si pensi, però, che non esista alcun dibattito interno sull’uso del surplus. Uno dei punti più controversi riguarda la “Soli”, la tassa di solidarietà introdotta dopo la riunificazione per aiutare la riconversione dell’economia nella ex Germania est. Trattasi di un’imposta del 5,5%, che grava a partire da certi redditi e utili dichiarati e che ha portato nelle casse federali circa 17 miliardi lo scorso anno. Parte consistente dei conservatori crede che sia arrivato il momento di eliminarla, mentre i socialdemocratici alleati al governo sostengono che bisognerebbe sgravarla solo ai redditi medio-bassi.

I tedeschi non spendono come vorremmo

In realtà, l’imposta non è utilizzata solamente per finanziare lo sviluppo dei Laender orientali, bensì per alimentare il calderone indistinto delle entrate. Fatto sta che, in tempi di bilanci in attivo, monta la protesta di chi ritiene che almeno ai contribuenti andrebbero risparmiate le sovrattasse. Il dibattito interessa sempre più anche gli altri stati, perché i consumatori tedeschi sarebbero tra i pochi ad aiutare la ripresa dell’area, sia per le loro dimensioni (parliamo di 83 milioni di residenti), sia per lo stato di piena occupazione in cui si trova la Germania, con tassi di disoccupazione ai minimi da oltre 30 anni e oltre 76 occupati su 100 in età lavorativa, ben oltre la media continentale e OCSE. Inoltre, data la natura dell’euro quale unione monetaria tra 19 stati, con cambi fissi irreversibilmente introdotti a partire dal 1999, alla Germania i partner chiedono di agevolare il riequilibrio in favore delle economie più deboli, sostanzialmente concedendo loro per via fiscale almeno parte dei benefici ottenuti dall’adozione di una valuta più debole rispetto ai propri fondamentali.

Tuttavia, in assenza di notizie positive, in tal senso, dal governo, l’unico sostegno contro la crisi continuerà con ogni probabilità a giungere dalla BCE, attraverso la proroga dei bassi tassi per un periodo più lungo e ulteriori maxi-iniezioni di liquidità con aste T-Ltro per le banche. Paradossalmente, sarebbe una cattiva notizia proprio per le famiglie tedesche, che in qualità di risparmiatori subirebbero contraccolpi più duraturi dalla scarsa o nulla remunerazione dei loro risparmi.

Non a caso, in nessun altro stato europeo come in Germania, la politica dei tassi zero o negativi (“Null- und negativzinsen”) è stata soggetta a critiche politiche e da parte dell’opinione pubblica, anche perché avrebbe qui portato a conseguenze contrarie rispetto a quelli desiderate, nel senso che, anziché spingerle a consumare per il disincentivo al risparmio praticamente non remunerato, ha prevalso tra le famiglie l’effetto-ricchezza. Stretti tra tasse alte e tassi bassi, i tedeschi continuano a sentirsi braccati e a consumare poco, con le loro spese ad essersi ridotte rispetto al pil negli ultimi anni, crescendo del 25% dal 2009, meno del pil nominale. E Berlino ha appena comunicato loro di non attendersi un sollievo sul piano fiscale.

Alla Germania restare nell’euro conviene davvero o il matrimonio potrà sfasciarsi?

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