La Germania manderà un francese alla BCE per salvare il modello tedesco

La Germania rinuncia a guidare la BCE per difendere il suo modello economico dagli attacchi dei partner europei, ma non ditelo a Trump.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Germania rinuncia a guidare la BCE per difendere il suo modello economico dagli attacchi dei partner europei, ma non ditelo a Trump.

La novità dirompente di questa estate sul piano europeo riguarda il futuro delle istituzioni comunitarie. Quando sembrava scontato che la Germania pretendesse di guidare la BCE dopo la scadenza del mandato di Mario Draghi, da Berlino arriva l’indiscrezione per cui la cancelliera Angela Merkel punterebbe a reclamare per la prima economia europea la presidenza della Commissione. Uno choc per quanti, come il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, avevano speso energie da anni per succedere all’italiano a Francoforte, nonché una sfida all’establishment bancario-finanziario tedesco, che sperava finalmente di gestire la politica monetaria dell’Eurozona secondo i propri canoni. Eppure, lungi dall’essere una concessione ai partner europei, la mossa della cancelliera sembra finalizzata alla difesa dell’interesse nazionale, aldilà delle stesse ragioni di cui abbiamo già discusso in articoli precedenti.

Perché la Germania ci ripensa e adesso vuole la Commissione UE e non la BCE

Per capire cosa vi sia alla base di una scelta apparentemente clamorosa, bisogna comprendere bene la costruzione dell’unione monetaria. Con la nascita della moneta unica, i tassi di cambio tra 19 stati diversi sono stati fissati una volta per tutte. Ne è conseguito che eventuali disallineamenti tra le performance economiche non possono essere riequilibrati tramite variazioni dei cambi, bensì attraverso aggiustamenti di altra natura, di tipo “strutturale”, come il recupero di competitività, che equivale a crescita dei prezzi (e dei salari) più bassa, la cosiddetta “svalutazione interna” di cui tanto si è discusso in questi anni.

Il modello tedesco

La Germania presenta una struttura della sua economia profondamente diversa da ogni altra grande avanzata al mondo. Il suo è un modello basato sulle esportazioni, tanto che la bilancia commerciale chiude da oltre un decennio in forte attivo e arrivando a qualcosa come quasi il 9% del pil. Alle alte esportazioni (e basse importazioni) corrisponde una politica fiscale improntata all’austerità, con il bilancio statale in attivo ormai da 5 anni. I suoi surplus hanno attirato le ire dei partner europei prima e della Casa Bianca di recente con la presidenza Trump. Europa e America chiedono ai tedeschi, sostenute da istituzioni come la Commissione europea e il Fondo Monetario Internazionale, di spendere di più per stimolare la crescita delle altre economie del Vecchio Continente e degli stessi USA. La ragione è semplice: se i tedeschi consumassero di più, importerebbero più beni da Italia, Francia, Spagna, USA, etc. Per consumare di più, servirebbe loro disporre di un maggiore reddito, cosa possibile tagliando le tasse o aumentando la spesa pubblica.

La Germania non vuole sentirne nemmeno parlare di mettere in discussione il suo modello mercantilista. I suoi obiettivi restano la minimizzazione del rapporto debito/pil, già sceso al 60%, e la massimizzazione delle esportazioni nette. Se questo è vero, significa che i partner dell’Eurozona dovranno arrangiarsi altrimenti. Come? Attuando le famose riforme strutturali, approfittando delle condizioni “esterne” favorevoli di questi anni: tassi azzerati, cambio debole e petrolio a basso costo. Poiché la disoccupazione in Germania è scesa ai minimi dalla riunificazione e già le imprese tedesche lamentano carenza di manodopera, tant’è che il governo federale sta per presentare una riforma per agevolare l’ingresso di immigrati non europei, l’accomodamento monetario della BCE si sta traducendo in una erosione della competitività tedesca rispetto al resto dell’area, pur con estrema gradualità, a tutto beneficio proprio di paesi come l’Italia.

La Germania dei surplus non frena, boom per l’attivo dei conti pubblici

Un esempio? Nell’ultimo decennio, l’inflazione cumulata tedesca è stata del 13,2%, quella italiana del 13,6%, ma dal 2013 al 2017, la prima si è attestata al 5,3%, la seconda al 2,2%. Ciò significa che nell’ultimo quinquennio abbiamo rosicchiato alla Germania circa 3 punti percentuali di competitività, essendo mediamente i nostri prezzi cresciuti meno. La media dell’Eurozona è stata nel periodo del 3,6%. Di questo passo, negli anni il “gap” tra Germania e resto dell’area sarebbe destinato a ridursi, rendendo meno dura e immediata l’ulteriore svalutazione interna delle economie più deboli. Affinché ciò sia possibile, però, risulta necessario che la BCE prosegua con la sua politica monetaria relativamente accomodante, che di fatto significa tollerare un’inflazione media anche di poco superiore al target (appena inferiore al 2%), con quella tedesca sopra il 2% e al Sud inferiore anche di diversi decimali a tale percentuale.

Un francese alla BCE farebbe bene alla Germania

Tutto questo un tedesco non lo avallerebbe mai per cultura, oltre che per pressioni domestiche. E allora, meglio affidare un tale mandato implicito a uno straniero di fiducia, quale sarebbe prevedibilmente un francese come François Villeroy de Galhau, attuale governatore della Banca di Francia, di certo più di larghe vedute rispetto a un banchiere della Bundesbank, ma nemmeno sfuggente al “controllo” di Berlino. E perché mai, vi chiederete, la Germania dovrebbe favorire un’azione di accomodamento monetario che benefici le economie del Sud? Perché sarebbe l’unico modo per tenere in vita l’euro. La volontà politica di varare riforme impopolari nel breve termine non sembra sussistere ormai da nessuno stato, ma se all’austerità tedesca sommassimo una stretta monetaria spinta, il combinato sarebbe l’esplosione dell’unione monetaria, data l’impossibilità di paesi come Italia, ma anche Spagna, Francia, Portogallo, etc., di continuare a crescere e di ridurre le distanze rispetto alla prima economia europea.

Export Germania da record, ma all’Europa non serve mettere in croce la Merkel

Certo, per tale via la Germania mette in conto una dinamicità minore del suo export verso il resto dell’area, ma si tenga conto che ormai gran parte delle sue vendite all’estero si hanno all’infuori della UE e che l’alternativa sarebbe di mettere a repentaglio la stabilità fiscale, che a Berlino è intesa in maniera più radicale che da noi, ossia nel senso di conti pubblici in attivo e non solo come basso deficit o pareggio di bilancio, almeno fino a quando il debito rispetto al pil non sarà sceso ai livelli ritenuti rassicuranti, cioè ben al di sotto del 60% individuato dal Fiscal Compact nel 2012 come soglia massima da centrare entro i 20 anni successivi. Salvare l’euro, che per l’economia teutonica significa continuare a godere di una moneta relativamente debole e spronante le sue esportazioni, passa nel breve per accettare il “sacrificio” di tassi un po’ meno alti di quelli necessari per perseguire la stabilità dei prezzi, ma nel lungo periodo consentirebbe a Berlino di non mettere in discussione il proprio modello economico. Tutto perfetto, se non fosse che l’America di Trump non la prenderà bene. In fondo, a Washington interessa un cambio euro-dollaro nettamente più forte di quello odierno e la prospettiva di un francese a Francoforte dopo Draghi non depone in favore di una simile previsione.

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Argomenti: austerità fiscale, Bce, Crisi Eurozona, Economia Europa, Germania