La Germania di Angela Merkel cade vittima delle proprie bugie sull’euro

La Germania di Frau Merkel è rimasta vittima della propria propaganda contro gli alleati nell'euro. E la cancelliera è arrivata al capolinea.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Germania di Frau Merkel è rimasta vittima della propria propaganda contro gli alleati nell'euro. E la cancelliera è arrivata al capolinea.

I sondaggi in Germania segnalano l’avanzata degli euro-scettici dell’AfD, che sarebbero saliti al secondo posto nei consensi, scavalcando per la prima volta i socialdemocratici dell’SPD, scivolati ormai in area 16-17%. I conservatori della CDU-CSU di Angela Merkel non andrebbero oltre il 28-29%, sprofondando ai minimi storici. La Grosse Koalition al governo raccoglierebbe, quindi, il consenso di appena il 46% circa dei tedeschi, nonostante la disoccupazione sia scesa ai minimi dalla riunificazione al 3,4%, la crescita economica continui ad aggirarsi quasi al 2% e l’occupazione superi il 75%, con esportazioni sempre nei pressi dei record, un bilancio in attivo nel 2018 per il quinto anno consecutivo e un rapporto debito/pil in calo al 60%. In pochi all’estero capirebbero le ragioni per cui l’opinione pubblica tedesca dovrebbe mostrarsi così contrariata verso l’operato della cancelliera, in carica da 13 anni. Certo, il passo falso compiuto con la politica delle porte aperte ai rifugiati nel 2015 è stata una scelta che ha pagato moltissimo in termini di voti, ma le radici del malcontento affondano agli anni ancora precedenti, ossia a come il cristiano-democratici hanno raccontato ai loro elettori la crisi.

Quella pericolosa bugia in Germania che aggrava i pregiudizi verso l’Italia

Tutto iniziò con i salvataggi di Grecia, Irlanda e Portogallo tra il 2010 e il 2011, resi necessari dall’esplosione della crisi dei rispettivi debiti sovrani. La cancelliera non fu capace di comunicare ai tedeschi la bontà dei bail-out, ma nemmeno di rivendicare l’alternativa di non avallarli. Si tenne nel mezzo, tentennò, mostrandosi infuriata contro gli stati “spendaccioni” del Sud Europa e al contempo disponibile a soccorrerli dietro strette condizioni, tra cui il varo di riforme economiche e il risanamento dei conti pubblici.

Scontro continuo tra Germania e resto d’Europa

Passa qualche anno e la BCE si trova costretta a intervenire per contrastare la tendenza deflattiva dell’economia nell’Eurozona. Inizialmente, usa gli strumenti tradizionali come l’azzeramento dei tassi, mentre già tra il 2011 e il 2012 aveva dovuto iniettare liquidità a lungo termine alle banche e senza limitazioni, al fine di sostenerne i bilanci e salvare indirettamente gli stati in affanno sui mercati finanziari. E prima ancora nel 2010, la stessa BCE tiene a battesimo il “Securities Markets Programm”, noto anche come piano anti-spread, attraverso cui rastrella decine di miliardi di euro in titoli di stato essenzialmente del Sud Europa (BTp e Bonos, anzitutto), al fine di contenerne i rendimenti. In polemica contro le decisioni dell’istituto, due banchieri centrali tedeschi si dimettono: Juergen Stark e Axel Weber, rispettivamente membro del board di Francoforte e presidente della Bundesbank.

La tensione con la BCE sale negli anni seguenti, sotto il governatore Mario Draghi. Il varo del “quantitative easing” viene additato dalla Germania come la prova che l’istituto stia cercando di monetizzare i debiti sovrani degli stati spendaccioni e il fatto che ad avere fortemente voluto perseguire il piano sia il numero uno di nazionalità italiana aggrava i sospetti dei tedeschi. Nel frattempo, sempre il governo tedesco contrasta la nascente unione bancaria, rendendola monca di uno dei tre pilastri considerati fondamentali da BCE e Commissione UE: la garanzia unica sui depositi. Nessuna mutualizzazione dei rischi sovrani e bancari sarebbe possibile, continuano a sostenere a Berlino anche oggi, prima che essi siano minimizzati. In altre parole, prima bisogna abbattere i debiti pubblici e i crediti deteriorati e dopo possiamo anche metterci d’accordo per condividere parte dei rischi nell’Eurozona.

In questa sede, non vogliamo entrare nel merito delle conseguenze di questo atteggiamento della Germania sul piano economico e finanziario, bensì concentrarci sull’effetto boomerang che si è avuto nel tempo in patria. I mesi delle tensioni altissime tra Grecia e creditori pubblici europei rendono evidente la distorsione del dibattito presso la prima economia continentale, dove l’opinione pubblica è stata per anni alimentata dalla bassa propaganda dello stesso governo Merkel, secondo cui la causa dei mali in Europa sia stata e continui ad essere l’ostinazione con cui il Sud Europa vorrebbe vivere al di sopra delle proprie possibilità. All’inizio di quest’anno, illustri economisti vicini ai conservatori della cancelliera, tra cui il famosissimo Hans-Werner Sinn, sono arrivati a studiare un piano B, con cui la Germania uscirebbe dall’euro, portandosi via una lauta cassa da 930 miliardi, pari all’attivo registrato dalla Bundesbank sui conti del Target 2.

Come la Germania vorrebbe fregare tutti e fuggire dall’euro con 900 miliardi

Bugie al capolinea in Germania

Trattasi del sistema dei pagamenti della BCE, che traccia i saldi attivi e passivi di ciascuna banca centrale nell’Eurozona verso gli altri istituti, a loro volta rispecchianti i saldi commerciali e finanziari tra uno stato e il resto dell’area. Più volte abbiamo spiegato che i crediti e i debiti così sorti operano solo sul piano contabile e non riflettono alcun rapporto di credito-debito nell’economia reale o sui mercati finanziari. Eppure, giocando con la confusione sul tema e i tecnicismi, parte del mondo accademico tedesco ha generato nell’opinione pubblica la credenza errata che i contribuenti tedeschi sarebbero in credito con Italia e Spagna, in particolare, per 930 miliardi, denaro che verrebbe riscosso nel caso in cui la Germania tornasse al marco. Ovvio che la verità sia un’altra, ma l’effetto che tale propaganda, sedimentatasi negli anni, ha generato è stato devastante per le stesse istituzioni nazionali. I tedeschi si sono convinti di essere mal governati e di essere rimasti vittime della trappola dell’euro, pagando per le inefficienze degli altri governi. Una fetta crescente della popolazione, ben captata dall’AfD, ritiene che varrebbe la pena o tornare al marco o buttare fuori gli stati che non rispettano le regole, biasimando la leadership debole della Merkel su questi temi.

La cancelliera adesso è costretta a difendere la costruzione dell’euro dagli attacchi interni, ma con argomentazioni un tempo oggetto di forti critiche del suo stesso partito, il quale perde effettivamente consensi proprio per l’impossibilità di rincorrere l’AfD sui fronte dell’euro-scetticismo. In realtà, gli stessi conservatori al governo continuano ad ostacolare qualsivoglia riforma dell’euro che vada nella direzione di una maggiore integrazione tra i 19 stati membri; semplicemente recitano il copione dei difensori dell’Europa contro il pericolo “sovranista”, quando essi stesso si sono mostrati ad oggi tali. Le bugie hanno sempre le gambe corte e dopo 13 anni di cancelleria, trascorsi perlopiù a calciare il barattolo e a vendere fumo ai tedeschi, Frau Merkel sembra stavolta arrivata davvero a fine corsa. E le elezioni regionali in Baviera di domani dovrebbero darcene la conferma.

La vera eredità di Frau Merkel sarà la crisi dell’euro

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Argomenti: Crisi Euro, Germania