“La Germania alzi i salari, esporta troppo”. Così la UE cerca di aiutare la morente sinistra tedesca

Sinistra tedesca dilaniata dall'ipotesi di un terzo governo con la cancelliera Merkel dal 2005. E l'Europa chiede alla Germania di alzare i salari e gli investimenti contro l'eccesso di esportazioni.

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Sinistra tedesca dilaniata dall'ipotesi di un terzo governo con la cancelliera Merkel dal 2005. E l'Europa chiede alla Germania di alzare i salari e gli investimenti contro l'eccesso di esportazioni.

I ministri finanziari dell’Eurozona hanno preparato una bozza del documento, con cui chiederanno formalmente alla Germania di aumentare gli stipendi, nel rispetto delle parti sociali, e di sostenere gli investimenti. Sarebbero queste le soluzioni prospettate da Bruxelles per risolvere il problema dell’eccessivo surplus delle partite correnti, che nel 2017 si è attestato a 287 miliardi di dollari, primo al mondo per valore assoluto, davanti anche ai 203 miliardi del Giappone.

Il saldo delle partite correnti racchiude le esportazioni nette di beni, servizi e capitali. Pertanto, la Germania continuerebbe a esportare troppo, violando formalmente i trattati europei, laddove vieterebbero a un membro dell’Eurozona di registrare surplus eccedenti il 6% del pil per 3 anni consecutivi. A conti fatti, i tedeschi superano tali limiti da oltre un decennio.

Non è la prima volta che Berlino fa orecchie da mercante sul tema, sostenendo che le imprese tedesche esportano molto, perché sono efficienti e beneficiando, come del resto le altre concorrenti dell’area, di un cambio dell’euro debole. In teoria, l’unico modo, in un’economia di mercato, per ridurre le esportazioni nette sarebbe quello di aumentare la domanda interna, che a sua volta dovrebbe spingere le importazioni, riequilibrando la bilancia commerciale. In altre parole, servirebbe una politica fiscale più espansiva, ovvero tagli alle tasse e/o maggiore spesa pubblica, misure che il governo tedesco potrebbe permettersi, avendo chiuso il bilancio nel 2017 per il quarto anno di seguito in attivo. (Leggi anche: Export Germania da record, ma all’Europa non serve mettere in croce la Merkel)

La crisi della sinistra tedesca

La richiesta della UE alla Germania sarebbe una mano santa alla SPD di Martin Schulz, che dovrà decidere con un congresso di domenica prossima se avviare finalmente le trattative per formare il prossimo governo con i cristiano-democratici della cancelliera Angela Merkel. I socialdemocratici sono già in maggioranza con il blocco conservatore, ma avevano promesso alle scorse elezioni federali di settembre che non avrebbero più fatto parte di una Grosse Koalition (GroKo) e dopo avere ottenuto il peggiore risultato da 85 anni a questa parte, si erano detti pronti ad andare all’opposizione.

Tuttavia, il naufragio delle trattative tra CDU-CSU, Verdi e liberali per la formazione del nuovo governo li ha costretti a cambiare linea, con il risultato che il partito si sta dilaniando e le delegazioni di Berlino e della Renania-Palatinato hanno votato contro la GroKo, anche se il voto più atteso è quello della regione più popolosa, il Nordreno-Vestfalia, che con 144 delegati su 600 farebbe la differenza.

La leadership di Schulz sembra finita a meno di un anno dall’incoronazione improvvisa a segretario della SPD. L’uomo, ostile alla GroKo fino a poche settimane fa, adesso affida la sua stessa sopravvivenza politica proprio alla buona riuscita di un’intesa con i conservatori, a loro volta pressati da destra per non chiudere un accordo con gli avversari. E a smuovere le acque è anche Juso, l’organizzazione giovanile socialdemocratica, capeggiata dal 28-enne Kevin Kuehnert, che sta girando la Germania per il suo “tour anti-GroKo”. Il movimento raccoglie 70.000 militanti tra i 14 e i 35 anni e chiede espressamente a Schulz di non firmare una terza intesa con Frau Merkel in appena 12 anni. (Leggi anche: Germania, ancora niente accordo tra Merkel e socialdemocratici)

Economia corre, la sinistra muore

Il problema della sinistra tedesca sta nell’essere percepita ormai quale forza di contorno dei successi della cancelliera. E le trattative preliminari, che pure hanno tenuto l’Europa con il fiato sospeso, non hanno esitato alcuna bandiera da sventolare per l’SPD, che continua a reclamare più attenzione a sanità, scuola e pensionati. Con una disoccupazione scesa ai minimi storici del 3,6%, i salari crescono comunque poco, frustrando il partito di Schulz, che vorrebbe quanto meno capitalizzare consenso tra i lavoratori dall’ottimo stato di salute dell’economia tedesca. Sta accadendo l’esatto contrario, ovvero che con la macchina produttiva teutonica lanciata a pieno ritmo, ad avvantaggiarsi siano elettoralmente le formazioni critiche o apertamente anti-sistema, come gli euro-scettici dell’AfD e i liberali dell’FDP.

Schulz sta caratterizzando la sua leadership con la richiesta di “più Europa”, attraverso cessioni di sovranità sui temi del bilancio e accogliendo positivamente la proposta del presidente francese Emmanuel Macron di istituire un ministro unico delle Finanze, tutte priorità politiche che non coincidono con quelle della base in rivolta.

Domenica, con ogni probabilità il congresso darà il via libera a un’intesa per il quarto governo Merkel, certificando l’inconsistenza programmatica della sinistra moderata e forse il suo collasso definitivo. Parigi è lì a dimostrare che senza un progetto diverso da quello del semplice galleggiamento, le percentuali del consenso sono destinate a piombare in prossimità dello zero. (Leggi anche: La crisi dei socialdemocratici inguaia la Merkel)

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